Xia Canjun è nato e cresciuto in un piccolo villaggio dello Hunan. Una decina di anni fa, finita la scuola, tentò la fortuna a Shenzhen, trovando in poco tempo un lavoro come corriere per il colosso dell’e-commerce JD.com, che proprio in quegli anni tentava di espandersi nelle province interne.

UNA GRANDE OCCASIONE per Canjun, che in poco tempo divenne responsabile della filiale della società nella sua provincia d’origine. Intervistato nel 2018, disse che aveva accettato questa mansione perché «l’e-commerce è il futuro!».

Di certo in Cina l’e-commerce sta compiendo una prodezza: creare opportunità di lavoro per coloro che abitano nelle zone rurali – sono il 40% della popolazione cinese – e provare a colmare il divario tra città e campagna. Le province interne sono da sempre un punto debole nello sviluppo della Cina e lo scorso anno il reddito pro capite era solo il 39% di quello delle aree urbane.

GRAZIE ALLA COSTRUZIONE di nuovi centri di smistamento e all’utilizzo di tecnologie all’avanguardia come i droni per la consegna dei pacchi, chi vive nell’entroterra cinese può accedere a una marea di prodotti online e perfino ritagliarsi un proprio spazio nel commercio nazionale. Negli ultimi anni il numero di contadini che si prodigano nel livestreaming su siti web di e-commerce come Taobao è in forte crescita: mostrano la vita della fattoria, si riprendono mentre cucinano o mentre lavorano oggetti di artigianato. Alcuni aprono un proprio profilo su suggerimento di un parente, come racconta Chen Jiubei, trentenne dello Hunan, che grazie alla vendita dei suoi raccolti di mais e di riso e poi dei prodotti di altri contadini del villaggio, ha permesso a molti di superare la soglia della povertà, fissata nel 2011 a un reddito annuo netto pro capite di 2.300 yuan (meno di 300 euro).

IN MEZZ’ORA di livestreaming, Wang Zhuozhen, direttore di una azienda agricola dello Hebei, riesce a concludere 300 vendite di succo di patata dolce. La sponsorizzazione del prodotto ha un’importanza cruciale per la fidelizzazione del cliente. I media nazionali riportano un’infinità di storie come queste e il motivo è semplice: l’e-commerce rurale ha una forte valenza simbolica, vista la capacità di ridurre le costrizioni temporali e geografiche e la possibilità per i contadini di partecipare alla crescita economica del Paese, tanto da divenire un elemento chiave nelle politiche nazionali di riduzione della povertà.

DA UNA PARTE, i governi locali si occupano di elargire sussidi statali e politiche favorevoli; dall’altra, le piattaforme dello shopping online costruiscono infrastrutture fisiche e digitali e istituiscono corsi di formazione. Da ottobre 2015, le maggiori società private del Paese hanno partecipato con entusiasmo alla campagna promossa dal governo «100.000 imprese aiutano 100.000 villaggi» , compresa Alibaba, che si vanta di aver sviluppato migliaia di «Taobao Villages», gruppi di villaggi che basano la propria economia sulla vendita di prodotti online.

La multinazionale fondata da Jack Ma ha anche ricevuto i ringraziamenti ufficiali da parte di Xi Jinping. Sembra infatti che un’altra virtù del commercio online sia quella di allentare le tensioni tra Pechino e le Big Tech: questa settimana, dichiarando conclusa la campagna di «lotta alla povertà», il segretario generale ha pubblicamente riconosciuto l’importante ruolo svolto da grandi società come Pinduoduo e Meituan, entrambe coinvolte in scandali sullo sfruttamento in ambito lavorativo e impegnate intanto in appassionati progetti nelle regioni più povere del Paese.

NELLO SFORZO COESO di aumentare il reddito delle aree rurali, l’e-commerce risolve i punti dolenti nella commercializzazione dei prodotti agricoli, che in Cina sono in genere coltivati su piccola scala e senza una grande pianificazione. Ecco perché Pechino ne ha rinnovato l’importanza nel «Documento n.1», diffuso solo pochi giorni fa. Per la «rivitalizzazione rurale» di quelle province che soffrono l’esodo di manodopera e l’invecchiamento della popolazione, il governo ha anche emanato una serie di linee guida che mirano a reindirizzare i lavoratori del settore tecnologico verso le campagne.

La necessità di lavoratori specializzati nel settore agricolo è divenuta ancora più significativa dopo che la pandemia di coronavirus ha spinto la Cina a cercare l’autosufficienza nella produzione alimentare. Resta da vedere quanti lavoratori si mobiliteranno per prendere parte allo sforzo nazionale. Intanto, secondo le stime ufficiali, sono 13 milioni i commercianti delle zone rurali che vendono online e il numero aumenterà nei prossimi anni.

MA LE CRITICHE non mancano. Secondo alcuni osservatori, il «rural e-commerce» rende i commercianti più vulnerabili: molti agricoltori falliscono perché i loro prodotti non incontrano i momentanei trend di vendita o perché sono incapaci di utilizzare Internet. La preoccupazione principale è che delle tradizionali reti di vendita informale dei villaggi spesso resti ben poco: l’approccio attuale non tiene conto delle peculiarità della loro struttura economica e tenta di traslare un modello prefissato di business dalla città alla campagna.

Di Vittoria Mazzieri*

**Vittoria Mazzieri, marchigiana, si è laureata con lode a “l’Orientale” di Napoli con una tesi di storia contemporanea che verte sul caso Jasic. Più volte in Cina sia per studio che per diletto, ha maturato negli anni una forte attrazione per gli sviluppi poco sereni dell’attivismo politico dal basso del “paese di mezzo”.

[Pubblicato su il manifesto]