E’ Qu Dongyu, viceministro dell’Agricoltura cinese, il nuovo direttore generale della Fao. Con 108 voti a favore, il 55enne di Yongzhou ha battuto con largo vantaggio la francese Catherine Geslain-Lanéelle (71 preferenze) – candidata dell’Unione europea – diventando il primo funzionario di un paese comunista ad assumere l’incarico. “È una data storica”, ha dichiarato a caldo, definendosi “grato alla madrepatria” ma promettendo di mantenere una posizione “imparziale e neutra” nel corso del suo mandato che durerà fino al 2023.

Biologo di formazione, dopo aver studiato tra Stati Uniti ed Europa, Qu ha lavorato prima nel settore della ricerca presso l’Accademia cinese delle Scienze agricole, poi sul campo per circa un trentennio. In questi anni – di cui otto trascorsi nella regione autonoma del Ningxia – buona parte dei suoi sforzi sono stati dedicati alla riduzione della povertà attraverso la sperimentazione di nuove metodologie e tecnologie per rilanciare l’economia delle zone rurali. Una missione che il viceministro ha alternato alla promozione della cooperazione agroalimentare tra la Cina e i paesi asiatici, africani e dell’America Latina.

Con la popolazione mondiale destinata a raggiungere i 9,7 miliardi di abitanti entro il 2050, l’esperienza cinese potrebbe rivelarsi centrale nella lotta globale alla malnutrizione, aggravata dalla convergenza tra cambiamenti climatici e situazioni di crisi tra Africa e Medio Oriente. In quarant’anni di riforme economiche, Pechino ha sollevato oltre 800 milioni di persone dallo stato di povertà estrema. Un processo che l’attuale presidente Xi Jinping ha promesso di portare a compimento entro il 2020. Ma la strada è ancora in ripida salita.

Da sempre la sussistenza alimentare è uno dei principali crucci del gigante asiatico che – con 1,4 miliardi di abitanti – si trova a dover sfamare il 22% della popolazione mondiale pur potendo contare su appena il 7% delle terre arabili, di cui il 40% ormai reso inservibile dall’erosione del suolo, dalla deforestazione e dall’inquinamento. La nomina di Qu arriva mentre la Cina è impegnata a fronteggiare quella che proprio la Fao ha definito la più grave malattia animale della storia: un’epidemia di peste suina che, in meno di un anno, ha già portato all’abbattimento di oltre 1 milione di maiali, uno dei generi alimentari più consumati oltre la Grande Muraglia.

Nonostante l’expertise promettente, la nomina del viceministro cinese ha già suscitato non poche alzate di sopracciglio. La Fao è ad oggi la quinta agenzia delle Nazioni Uniti a finire sotto la guida della Repubblica popolare, dopo l’Organizzazione internazionale dell’aviazione civile, l’Unione internazionale delle telecomunicazioni, l’Organizzazione delle Nazioni Unite per lo sviluppo industriale e il Dipartimento per gli affari economici e sociali. Mentre l’ascesa della superpotenza asiatica all’interno degli organismi internazionali rispecchia nuovi equilibri globali sempre più spostati verso Est, l’opacità del sistema politico ed economico cinese continua a rappresentare motivo di apprensione in Occidente. Specie dopo il controverso arresto dell’ex presidente dell’Interpol Meng Hongwei, accusato di corruzione e fatto sparire all’insaputa delle autorità di Lione. La vittoria di Qu non fa eccezione.

Secondo indiscrezioni trapelate su Le Monde, l’elezione del funzionario cinese sarebbe stata resa possibile grazie all’acquisto di voti africani. Nello specifico il quotidiano francese punta il dito contro il ritiro del candidato camerunense Médi Moungui in seguito alla cancellazione di oltre 70 milioni di dollari di debito che Yaoundé avrebbe dovuto pagare a Pechino. La fedeltà di Brasile e Uruguay sarebbe invece stata ottenuta minacciando un blocco delle esportazioni agricole verso la Cina. Tanto l’Africa quanto il Sudamerica sono due aree strategiche della Nuova via della seta, il progetto infrastrutturale definito dai detrattori un nuovo “piano Marshall” a guida cinese.

[Pubblicato su Il Fatto quotidiano online]