Si è aperto giovedì nella città settentrionale di Tianjin il processo a carico dell’ex presidente dell’Interpol Meng Hongwei, rimosso dal partito “per gravi violazioni della disciplina” lo scorso marzo e arrestato formalmente il 24 aprile per presunta appropriazione di fondi statali e tangenti. Nel dettaglio, l’alto funzionario avrebbe sfruttato gli incarichi ricoperti tra il 2005 e il 2017 per aiutare società e persone a ottenere guadagni illeciti, oltre ad aver intascato mazzette per oltre 14 milioni di yuan (2 milioni di dollari).

A rivelare la natura politica del caso, il riferimento al mancato rispetto delle decisioni del partito, un particolare che parrebbe suggerire implicazioni anche più gravi. Soprattutto considerando che i reati commessi risalgono al periodo in cui Meng era viceministro della Sicurezza pubblica, il potente dicastero che supervisiona le forze di polizia diretto fino al 2007 da Zhou Yongkang, condannato all’ergastolo quattro anni fa per corruzione, abuso di potere e rivelazione di segreti di Stato.

Secondo l’ufficialissimo People’s Daily, Meng si sarebbe dichiarato colpevole e pentito. Non è chiaro quando verrà resa nota la sentenza ma, considerato il controllo esercitato dal partito sugli organi giudiziari, la pena si preannuncia severa.

Il 65enne si era volatilizzato nel nulla lo scorso 25 settembre dopo aver lasciato Lione, sede centrale dell’Interpol, alla volta della Cina. Da allora, le sorti dell’alto funzionario erano diventate motivo di apprensione per la famiglia, residente in Francia e al momento sotto la protezione delle autorità locali. L’ultimo messaggio inviato alla moglie Grace – corredato dall’emoji di un coltello – faceva riferimento a un’imminente telefonata mai più ricevuta. La donna, che ha fatto richiesta d’asilo nel mese di maggio dopo aver ricevuto diverse telefonate intimidatorie, è a sua volta accusata di aver cercato di strumentalizzare la carriera del marito per interessi personali.

Non è inusuale che Pechino faccia sparire alti dirigenti per accertarne l’integrità politica e morale. Ma le diramazioni internazionali del caso di Meng Hongwei creano un nuovo allarmante precedente, gettando ombre sulle ambizioni del gigante asiatico sullo scacchiere globale. L’ex viceministro della Sicurezza pubblica era stato posto alla guida dell’Organizzazione internazionale della polizia criminale nel 2016, diventando il primo funzionario cinese ad aggiudicarsi l’incarico. La nomina, giunta nel mezzo di agguerrita campagna anticorruzione in patria e all’estero, era stata interpretata tanto come una conferma dell’autorevolezza ottenuta da Pechino sul proscenio mondiale quanto come una sconfitta per la difesa dei diritti umani. Secondo stime ufficiale, solo nella seconda metà del 2018, le autorità cinesi hanno rimpatriato e arrestato 441 “criminali”, molti dei quali nella lista nera dell’Interpol.

Il comunicato rilasciato dal Tribunale intermedio del popolo n°1 di Tianjin non fornisce dettagli sulle circostanze in cui Meng avrebbe abusato dei propri poteri, né fa menzione di illeciti ricollegabili al suo ruolo all’interno dell’agenzia internazionale. Ma, secondo un’inchiesta pubblicata dal Wall Street Journal ad aprile, il tentativo di sconfinare dalle mansioni puramente cerimoniali conferitegli in qualità di presidente avrebbe compromesso i rapporti con il segretario generale dell’Organizzazione, a cui spetta la gestione delle operazioni quotidiane. Un protagonismo di cui, tuttavia, Pechino non avrebbe beneficiato. Il quotidiano finanziario cita l’emergere di attriti con le autorità comuniste a causa dell’ambiguità dimostrata da Meng nel soddisfare le richieste cinesi, come dimostra il ritiro del mandato di cattura a carico di Dolkun Isa, attivista di etnia uigura residente in Germania e accusato di terrorismo, su cui la Cina vuole mettere le mani da circa 20 anni.

[Pubblicato su Il Fatto quotidiano online]