Il dottor Andrea Magini è il fisioterapista capo dello Shijiazhuang Ever Bright Football Club, formazione che milita nella Super League cinese, il massimo campionato calcistico del Paese asiatico. La sua esperienza professionale in Cina, dopo gli incarichi italiani nel volley femminile e maschile, nel basket e nel rugby, è iniziata nel 2017: a settembre, infatti, è stato assunto dal Dalian Yuan Dynasty Futsal Team per poi entrare nello staff della nazionale, in cui collabora con il connazionale Angelo Pavia, preparatore atletico. Da giugno 2019 collabora anche con il comitato olimpico cinese.

In questo periodo in Italia, in particolar modo sui media sportivi, tiene banco il dibattito sul se e quando far ripartire lo sport, sulle modalità di allenamento in quarantena e sull’impatto di uno stop prolungato sulla forma degli atleti professionisti. Andrea Magini era in Cina quando tutto è iniziato, quando i notiziari locali hanno iniziato a parlare del coronavirus: abbiamo parlato a lungo con lui, in esclusiva, di quanto è successo lì, di come il colosso asiatico si sta riprendendo e dell’impatto sul mondo del calcio, con un occhio a quanto accade in Italia.

Com’è la vita oggi in Cina?
Aspettativa, speranza, attesa. Sospesi tra la certezza che tutto sia in via di risoluzione e l’inquietudine di sapere quando questo si concretizzerà. Tutto scorre ancora molto lentamente, a volte anche troppo, per un paese abituato a correre a velocità folle senza apparentemente conoscere ostacoli. Un paese che da tempo somiglia a una ‘locomotiva destinata a non fermarsi mai’ come spesso i cinesi sostengono. In molte città e province, ognuno si è impossessato di nuovo della propria vita e della propria routine. Quasi tutti sono tornati alle proprie attività, occupazioni, mansioni. Rimane però nell’aria, diffusa, la sensazione che manchi qualcosa per tornare alla normalità; e questo si percepisce bene negli sguardi e negli atteggiamenti delle persone. È come se ancora nessuno si fosse completamente risvegliato da questo incubo. Ufficialmente, parole del governo, tutto dovrebbe riaprire l’8 aprile. Considerando la posizione di molte nazioni nel mondo sembra quasi surreale riuscire ad avere una vita vicino all’ordinario. Ancora tanti occhi terrorizzati riempiono le strade. Tuttora ci sono molti controlli e questo, sinceramente, insieme ai dati ultimamente diffusi, riesce a dare un senso di sicurezza e tranquillità.

Lei ha seguito da lì tutte le fasi dell’arrivo del coronavirus, della sua diffusione, dell’emergenza e, ora, della ripresa. Ci può raccontare come si sono vissuti questi mesi?
Dopo le feste natalizie, sono rientrato in Cina i primi di gennaio. Eravamo nel sud del paese, precisamente ad Haikou (isola che si trova davanti al Vietnam), per iniziare il periodo di preparazione con la squadra in vista della nuova stagione. Tutto scorreva normalmente. Dopo i primi 10 giorni del mese, abbiamo cominciato a vedere qualche notizia, sia nelle televisioni locali sia nel web. Parlavano di qualche ricovero nella provincia dell’Hubei, di un’influenza stagionale un po’ più forte. Notizie di cronaca perfettamente in linea con quelle di qualche mese prima; sia nel tono che nel contenuto. Onestamente, forse per la lontananza dalla terra ferma o forse per la sommarietà di queste notizie, nessuno nella squadra ha prestato particolare attenzione. Il tutto ha però avuto un’improvvisa e violenta accelerazione in poco tempo. Giorno dopo giorno i media hanno cominciato a parlare di un virus che si stava diffondendo velocemente proprio in quelle zone. Tutti cercavamo di capire qualcosa in più sull’argomento ma nessuno ci riusciva, cinesi compresi. Nel frattempo abbiamo continuato senza problemi e preoccupazioni i nostri allenamenti fino al giorno 20, ultimo allenamento prima dei 7 giorni di vacanza per il capodanno cinese. Ricordo benissimo quando siamo andati all’aeroporto, giusto in tempo, per dirigerci verso le nostre rispettive destinazioni. Mascherine, caos e preoccupazione erano esplose definitivamente. Non riuscivo ancora a capire cosa stesse realmente succedendo. Solo pochi giorni dopo, una volta arrivato in Italia, il tutto è stato più chiaro. Tutti i ragazzi andati dalle famiglie erano chiusi in casa. Fortunatamente era già stato programmato un periodo di allenamento all’estero. Abbiamo quindi passato quei giorni negli Emirati Arabi e non abbiamo vissuto il momento clou dell’emergenza direttamente. I giocatori erano sconvolti di quanto visto al rientro nelle proprie città. Sensazione che ho provato in prima persona quando siamo tornati in Cina il mese scorso. Dal volo di ritorno, passando per la quarantena obbligatoria fino al ritorno alla libertà. Dispositivi di protezione mai visti prima, aeroporto deserto, controlli inverosimili, strade disabitate, tanta solitudine. Quadro impensabile per un paese così popolato come la Cina. Ora la situazione è nettamente migliorata. Il peggio è alle spalle. Questi mesi hanno lasciato una ferita difficilmente rimarginabile in tante persone. Stiamo aspettando qualcosa, non so bene cosa, forse il nostro Godot per citare Beckett. Speriamo arrivi, e speriamo che arrivi presto con la certezza che tutto è finito. Solo allora, forse, potremo comprendere veramente quello che abbiamo vissuto.

Come vede dalla Cina, con le notizie che le arrivano, quello che sta accadendo in Italia e come stiamo affrontando l’emergenza?
Con molta preoccupazione, ansa e timore. Allo stesso tempo con enorme fiducia e speranza. Seguo quotidianamente le notizie provenienti dall’Italia sia attraverso il web sia attraverso familiari e amici. Purtroppo ogni giorno quello che leggo e sento mi tocca profondamente. Essere lontani dalla tua terra, dalla tua famiglia, dai tuoi amici, dalle tue radici ti fa sentire incredibilmente vicino e partecipe. Non sono nella posizione di poter giudicare le decisioni prese dai nostri organi governativi. La situazione è nuova per tutti e di difficile gestione. Sicuramente abbiamo avuto un po’ di tempo per poterci organizzare e non lo abbiamo fatto nel migliore dei modi. Tutte i nostri morti sono e saranno una ferita insanabile. Avendo lavorato negli ospedali in passato, posso azzardare che gli errori più grandi sono stati fatti, nel corso degli anni, nella scellerata gestione di quello che forse è il bene più prezioso che abbiamo nel nostro paese: la sanità pubblica. Ora ne paghiamo le conseguenze. Spesso i ragazzi cinesi mi chiedono come mai non riusciamo ad applicare il loro modello. È difficile da spiegare. Per fortuna, culturalmente e politicamente siamo due universi troppo distanti per poter riproporre in toto il loro piano di emergenza. Per loro è molto difficile da capire. Sono estremamente convinto che ne usciremo il prima possibile. Ne usciremo grazie a tutti quelli che giorno e notte si battono per la causa e grazie allo spirito di unità che sempre in questi momenti di difficoltà viene fuori e ci rende orgogliosi di essere italiani, soprattutto all’estero.

Come si sono regolati il mondo del calcio e dello sport in generale in Cina?
Ha risposto in maniera assolutamente radicale e risolutiva. Poco dopo che tutto il mondo è stato informato dell’epidemia, il Ministero dello Sport cinese ha stoppato tutte le manifestazioni sportive in corso e bloccato a tempo indeterminato tutte quelle in procinto di iniziare. il campionato di calcio rientrava in questa ultima categoria. Sarebbe dovuto iniziare a fine febbraio. Da allora non si sono avute più notizie ufficiali a riguardo. Attualmente nessun evento ha ripreso la sua regolare attività. Le ultime voci vorrebbero un ritorno in campo verso la metà di maggio, naturalmente a porte chiuse all’inizio. Prima di ciò tutti i club dovranno ritrovarsi e discuterne con la CFA (la federazione calcistica cinese) cosa che fino ad ora non è stata possibile. Poi dovranno ridisegnare tutti i calendari ed infine assicurarsi che tutti i calciatori siano rientrati; pochi giorni fa hanno vietato l’ingresso nel paese a tutti i cittadini non cinesi e molti di loro sono ancora nei loro rispettivi paesi. La sensazione è che tutto possa slittare o addirittura non iniziare. In questo momento il silenzio degli organi competenti intorno a tutti gli sport lascia immaginare che il governo prima vuole e deve risolvere altri tipi di problemi, giustamente direi.

E da un punto di vista economico? Voi, dipendenti delle società, percepite stipendio durante il lockdown? E i giocatori?
Ho la fortuna di far parte di un club decisamente professionale, serio e preciso da questo punto di vista. Fino a oggi, dipendenti e giocatori, hanno ricevuto regolarmente il loro stipendio. Il club nei giorni scorsi ci ha addirittura rassicurato dicendo che, qualora non dovesse iniziare il campionato, manterrà fede a tutti gli accordi sottoscritti. Questo per quanto riguarda i vari staff. In caso di annullamento la situazione potrebbe essere però un po’ diversa per i giocatori. A quel punto penso che tutte le squadre, un po’ come sta succedendo o succederà a breve in Italia e Europa, si trovino per discutere qualche possibile taglio.

Da fisioterapista, cosa ha consigliato ai tuoi giocatori per questo lungo stop?
Adesso abbiamo la fortuna di poter allenarci tutti insieme e condividere tutti i programmi riabilitativi e gli eventuali infortuni. Tutto sommato la situazione è molto gestibile, fortunatamente. Prima però tutto è stato un leggermente diverso. Una volta tornati dalla tournée negli Emirati tutti siamo stati sottoposti a vari test e quarantena preventiva. Ognuno nella sua stanza e qualcuno in altre città. Quel momento è stato il più delicato. Soprattutto per i ragazzi con infortuni importanti, cronici o di lunga data, che necessitano di continuità terapeutica. Abbiamo cercato di fornire loro la migliore attrezzatura possibile per il loro decorso nella camera d’albergo. Fatto ciò, quotidianamente, tramite chiamata video ho portato avanti individualmente i loro programmi di recupero nel miglior modo possibile. Per gli altri invece la questione era nettamente più facile. L’obiettivo primario era sicuramente quello di non incorrere in un decondizionamento eccessivo, soprattutto mio-tendineo. Obiettivo fondamentale per cercare di ridurre al minimo l’incidenza di infortuni alla ripresa dell’attività. Con lo staff medico e tecnico abbiamo dato loro un programma personalizzato da seguire giorno dopo giorno. Anche loro sono stati seguiti in video chiamata. Devo dire, che alla fine, tutti i ragazzi si sono dimostrati altamente professionali. È stata una bellissima sfida. Una sfida che sicuramente non capita tutti i giorni.

Cosa pensa dell’impatto psicologico sui giocatori?
Penso che sarà sicuramente un aspetto, per non dire l’aspetto, fondamentale alla ripresa del campionato. Non ci sono dubbi che ci saranno strascichi importanti derivanti da questa particolare situazione e gli atleti dovranno per forza di cose confrontarsi con essi. Tanti fattori, di diversa natura, stanno convergendo su di essi. Dovranno essere bravi a gestire tutta una serie di emozioni che si presenteranno quotidianamente e differentemente: rabbia, paura , tristezza, frustrazione, umore depresso, senso di solitudine, ansia, sbalzi di umore, smarrimento. Contemporaneamente dovranno mantenere un livello di autostima adeguato e lavorare sulla persistenza e sulla loro motivazione. Avere un obiettivo chiaro in testa e non perderlo di vista. Importantissimo sarà anche la gestione della resilienza, intesa come la capacità di riorganizzare la propria vita e professione in situazioni difficili e particolari. Dovranno fare tutto ciò nella più completa incertezza sul come e sul quando tutto finirà, con la preoccupazione per familiari e amici. Gestire vari momenti di alti e bassi, in una condizione del tutto nuova per tutti, sarà veramente stimolante e difficile. Questa sarà sicuramente la vera sfida. Detto questo sono molto curioso di vedere come reagiranno nei primi impegni ufficiali. Coloro i quali riusciranno a trarre il meglio da questa situazione, indirizzare le proprie energie nel giusto modo, avranno un vantaggio enorme da poter spendere.

Quanto tempo ci vuole, per una seria ripresa fisica, per riprendere le gare dal via libera per gli allenamenti?
Questa sarà sicuramente una variabile impazzita per tutti gli staff. Sono convinto che, vista la situazione, il preavviso non sarà molto. Utopisticamente parlando, Per riuscire a gestire decorosamente la ripresa dell’attività ci vorrebbero almeno 30 giorni. Questo sarebbe un periodo di tempo accettabile per Ricondizionare i giocatori e contemporaneamente non esporli a un elevato rischio infortuni. Ciò sarà sicuramente un aspetto non irrilevante e fondamentale per il raggiungimento di determinati risultati. Ridurre al minimo questo rischio garantirebbe le migliori condizioni di lavoro possibili per l’allenatore e lo staff tecnico. Dovremo essere bravi a non farci trovare impreparati e gestire al meglio i carichi di lavoro.

E come si affronta la ripresa per quei giocatori che hanno avuto o hanno il Covid-19?
C’è molta curiosità intorno a questo aspetto. È un problema nuovo per tutti e sicuramente ci saranno soluzioni diversificate e svariate. Perlomeno in questi primi tempi gli staff medici e tecnici si troveranno a dover creare ex-novo un valido programma terapeutico. E dovranno essere pronti a riaggiustarlo e modificarlo giorno dopo giorno. Passata questa prima fase di “novità” sicuramente tutta la comunità scientifica troverà una strategia definita e tutti i programmi si uniformeranno. Al momento, purtroppo, non abbiamo dati sufficienti per fare previsioni adeguate. Fortunatamente, nella mia squadra, per adesso, non abbiamo registrato casi di positività. Da quello che posso leggere, soprattutto in Europa, la maggior parte degli sportivi colpiti sembra essere in buone condizioni. Appena possibile spero di poter confrontarmi con i colleghi in relazione a tutte queste possibili variabili. Di una cosa sono sicuro. L’attenzione adesso è ai massimi storici e quindi tutti gli staff medici saranno in grado di fornire un’assistenza più che adeguata ai calciatori. Un’altra prova da affrontare e superare.

Di Emanuele Giulianelli
[Pubblicato su il manifesto]