Narendra Modi ha istituito la celebrazione mondiale della disciplina, per sottolineare l’aderenza alla «tradizione» della nuova India operosa e operaia. E pronta a raccoglierne il business


Di tutte le foto scattate in occasione della prima Giornata Internazionale dello Yoga ce n’è una che, come didascalia, meriterebbe un trattato sociopolitico sull’impatto che Narendra Modi ha avuto e sta avendo sull’India contemporanea. L’ha scattata Adnan Abidi (Reuters) e ritrae il primo ministro indiano seduto a gambe incrociate — non propriamente nella Posizione del Loto, più un «mezzo padmasana», il piede destro è sotto la gamba sinistra e invece dovrebbe stare sopra — in pantaloni e kurta bianchi, sciarpa coi colori della Repubblica Indiana, in testa a una folla di 35mila compatrioti distesa sul viale Rajpath a New Delhi. È il 21 giugno 2015, tra le sette e le sette e mezza di mattina, e NaMo esegue gli esercizi di yoga posturale — asana — a capo di un esercito di indiani che si vorrebbe «volontario»; come se alla chiamata alle armi, nella guerra del soft power, fosse semplice o accettata la diserzione.

Asana per tutti

Questa foto immortala probabilmente il punto più alto dell’opera di maquillage mediatico messa in atto da Modi e dai suoi — brillanti — strateghi, impegnati da oltre un anno di reggenza del subcontinente nella missione di stravolgere l’immagine dell’India: fino a poco tempo fa tutta spiritualità, povertà e psichedelie di varia provenienza, un quasi continente in versione parco giochi dell’anima dove poter dar sfogo alle pulsioni di un Occidente represso (psichedelie), perduto (spiritualità), corroso dal senso di colpa (volontariato); ora, nelle intenzioni di Modi, un paese dove il rigore, l’ordine e l’aderenza alla «tradizione» saranno i propulsori di una nuova India operosa e operaia, pronta a proporre non solo rimedi per il vuoto esistenziale e la scoliosi, ma anche prodotti, beni di consumo.

E lo Yoga™, nella festa del benessere esotico, è il pezzo pregiato del campionario subcontinentale.

Le celebrazioni, organizzate in 192 paesi delle Nazioni Unite su 193 (tutti tranne lo Yemen, per oggettivi problemi organizzativi), sono state coordinate dal Ministero degli Esteri indiano, presente nella persona di Sushma Swaraj all’happening di New York, Palazzo di Vetro, in compagnia del segretario generale Ban Ki-moon. Un’esposizione universale di orgoglio indiano resa possibile grazie alla richiesta che Narendra Modi estese lo scorso anno di fronte all’Assemblea delle Nazioni Unite, durante il suo primo discorso da capo di governo indiano, manifestando la necessità di istituire una giornata mondiale ad hoc per una pratica di salute, pace ed equilibrio del corpo e dello spirito.

Lo yoga, dentro e fuori dall’India, così viene percepito: metodo antichissimo di autoaccudimento del corpo e della mente, ugualmente sollecitati in una pratica che li considera inevitabilmente interconnessi. Ma se la rigidità dello Yoga prevede un’esistenza interamente permeata dalla «consapevolezza», cioè abbracciare lo Yoga come bussola di ogni azione lasciandosi alle spalle macigni dell’anima come violenza, invidia ed ego, esercitando un controllo quanto più rigoroso possibile sugli ingranaggi di corpo e mente, la versione «for dummies», entrata ormai nel linguaggio comune del pianeta, offre un impegno tutto sommato ragionevole, da concordarsi con il maestro della palestra di quartiere o ritagliando del tempo utile per stendere un tappetino di gomma in soggiorno, inforcare i leggins e mettere alla prova le proprie giunture.

La via di mezzo del business

Una via di mezzo di tutto rispetto, dai benefici indubbi sia per il praticante — nota personale: non mi sono mai sentito meglio, fisicamente, dopo il mio fugace trascorso «yogico» — che per l’indotto del business della salute, valutato solo negli Stati Uniti intorno ai 10 miliardi di dollari all’anno.

E in costante ascesa, in particolare grazie alle varianti sempre nuove dei vari Bikram yoga (posizioni fatte in una sorta di sauna «per ricreare le condizioni climatiche indiane», sic!, secondo le parole dello stesso Bikram Choudhury) o yoga della risata.

Le varie manifestazioni dello yoga «moderno», con fantasia e fiuto per gli affari in combutta, non trovano terreno fertile nella rigidità della pratica promossa dal governo Modi, che allo Yoga ha riservato anche un Ministero, quello per Ayurveda, Yoga & Naturopatia, Unani, Siddha e Omeopatia, abbreviato Ayush. Ai funzionari dell’Ayush è stato affidato il compito di organizzare gli eventi all’interno dei confini indiani, mettendo a punto un training pre 21 giugno in scuole e uffici statali di tutto il paese: 19 giorni di allenamento «facoltativo» per prendere confidenza con la sequenza di posizioni che, di lì a poco, sarebbe andata idealmente in mondovisione.

Sull’elasticità del termine «facoltativo» qui in India si è consumata una delle due polemiche che hanno accompagnato l’attesa dello Y-Day, con comitati di studenti che denunciavano circolari in cui la presenza alle lezioni dell’Ayush veniva indicata come «compulsory», obbligatoria, o funzionari statali evidentemente lasciati senza il beneficio del libero arbitrio da superiori troppo zelanti. Clima da propaganda di Stato che ha lasciato interdetti milioni di praticanti yoga di tutto il paese, per i quali l’esercizio è sempre stata una questione entusiasticamente personale.

Y-Day

Al fastidio per lo yoga di Stato si è aggiunto quello di alcuni gruppi, minoritari e dalla dubbia rappresentanza, della società musulmana locale. L’All India Muslim Personal Law Board ha infatti attaccato le istituzioni per aver inserito nella sequenza di «asana» anche il Saluto al Sole, senza contare la ricorrenza di nenie a suon di «Om»: cose che un buon musulmano, secondo loro, non dovrebbe fare, poiché simboli e suoni riconducibili alla religione hindu.

La speciosità delle critiche, ignorate dalla stragrande maggioranza dei praticanti yoga islamici, affonda però le radici in un corto circuito spiritual-nazionalista non nuovo. Lo yoga, apolitico per antonomasia, nei decenni passati è stato abbracciato entusiasticamente dai gruppi ultranazionalisti hindu del paese, utilizzato come pratica di vigore corporeo al servizio del braccio reazionario della destra indiana per cui l’Hindustan, pur utilizzando il suffisso -stan di origine persiana (quindi musulmana), sarebbe letteralmente la Terra degli Hindu. E tutti i non hindu, fuori da casa nostra!

Estremisti nazionali

Tra gli estremisti dello yoga nazionalista figurano i membri della Rashtriya Swayamsevak Sangh (Rss), formazione extraparlamentare paramilitare hindu, spina dorsale del Bharatiya Janata Party, il partito guidato oggi da Narendra Modi dopo una militanza di oltre mezzo secolo nelle fila della Rss.

Tornando alla foto di viale Rajpath, con un po’ di esercizio di immedesimazione, possiamo provare a guardarla con occhi più «consapevoli»: se prima vedevamo un fiume di giovani guidati da un politico che promuove «una nuova era in cui raggiungeremo nuove vette di pace e buoni intenti, allenando lo spirito dell’umanità tutta», ora possiamo apprezzare un esercito di 35mila indiani disposto marzialmente sul viale che unisce il monumento del Gate of India alla residenza presidenziale di Rashtrapati Bhavan, guidato da un ex membro della Rss, ora primo ministro, avvolto in una sciarpa coi colori dell’India.

E ora chiudete gli occhi, respirate a fondo, e dite «Om».

di Matteo Miavaldi

[Pubblicato su il manifesto]