Dei cimeli antichi di inestimabile valore, un mandante misterioso, e un piano per il furto perfetto. Non è l’ennesima avventura di Arsenio Lupin, ma la trama dell’ultimo film annunciato dalla casa di produzione Warner Bros, che narrerà le vicissitudini di una banda di ladri gentiluomini nel loro colpo al Museo Cinese del Castello di Fontainebleau, alle porte di Parigi. The Great Chinese Heist, ricalca la storia vera dei furti di alto profilo avvenuti in diversi musei europei tra il 2009 e il 2015, e sarà scritto e diretto dal sinoamericano Jon M. Chu, già noto per il successo ottenuto con Now You See Me 2 (2016) e Crazy Rich Asians (2018).

Il fascino del museo e gli intrighi che gravitano attorno alle opere d’ arte andate perdute ben si prestano alla realizzazione di un heist movie di successo, il genere hollywoodiano alla Ocean’s Eleven che da sempre conquista milioni di spettatori in tutto il mondo. Ma questa volta la Warner Bros potrebbe avere toccato una ferita ancora (strategicamente) aperta per il pubblico cinese, che puntuale ha commentato la notizia esprimendo disappunto su Weibo.

Il motivo dell’indignazione? Si cela nella refurtiva.

Le rapine irrisolte da cui il film prende ispirazione sono accomunate dall’avere avuto come target principale una serie di manufatti, gioielli e reliquie storiche di origine cinese, molte delle quali provenienti dal saccheggio del 1860 perpetrato dalle forze imperialiste ai danni dello Yuanmingyuan (圆明园), il parco dell’antico Palazzo d’Estate situato a nord di Pechino. Durante la seconda Guerra dell’Oppio, le truppe imperialiste di Francia e Gran Bretagna hanno depredato i giardini del Yuanmingyuan per poi dare fuoco all’intera tenuta, distruggendo così i sontuosi palazzi imperiali e trafugando vasi, giade preziose, e persino degli esemplari di cane (tra cui un pechinese regalato alla regina Vittoria, che lei chiamò sfacciatamente Looty, “bottino di guerra”) appartenenti alla dinastia Qing.

Molti di questi reperti si trovano oggi in alcuni dei più importanti musei di arte asiatica del mondo, ma solo di recente la loro presenza in gallerie e mostre occidentali è stata contestata con impeto dal governo cinese, che a partire dal 2009 ha intrapreso una vera e propria caccia al tesoro per tentare di rimpatriarli, in quanto li considera una parte integrante del patrimonio culturale cinese e ne rivendica il possesso. Oltre ai canali ufficiali, diversi magnati tra i nuovi ricchi della RPC e una serie di organizzazioni affiliate al governo (come la famosa Poly Group di Pechino) si sono prodigate negli anni per scovare e acquistare in aste internazionali svariati di questi cimeli, per poi donarli ai musei nazionali in Cina.

Da qui, le speculazioni dello scrittore Alex W. Palmer, che nel 2018 ha condotto un’inchiesta per la rivista americana GQ, nella quale individua un collegamento tra i furti avvenuti rispettivamente al Drottingholm Palace di Stoccolma, al KODE di Bergen e al museo orientale di Durham University e Cambridge University, e insinua che siano state in qualche modo orchestrate dallo stesso mandante: il governo cinese. L’allusione di Palmer, in altre parole, è che questi colpi grossi siano stati un tentativo patriottico di rubare agli (una volta) ricchi europei, per ridonare ai (non più così) poveri cinesi quello che culturalmente gli appartiene di diritto. Secondo le dichiarazioni rilasciate finora in merito al film di Chu, la sceneggiatura di The Great Chinese Heist seguirà proprio la teoria formulata dallo scrittore americano, e la cosa non è passata inosservata tra gli utenti di Weibo.

Stando alla presentazione del film, questi st***i hanno detto che la trama non ha a che fare con i fatti del 1860, ma al contrario ci diffamano dicendo che abbiamo rubato noi (i manufatti, ndr) per riportarli indietro!”. È quanto citato in un commento Weibo tra i più popolari, che come altri ha dichiarato oltraggioso che il soggetto del film non tenga conto delle circostanze che hanno portato le opere d’arte lontano dalla madrepatria. “Piango dalle risate! Chi è che ha derubato chi?” afferma un utente, “è un classico caso del bue che da del cornuto all’asino”, gli fa eco un altro (in cinese, l’espressione usata in questo e in molti altri commenti è zei han zhuo zei, 贼喊捉贼 , che letteralmente significa il ladro che grida “al ladro”).

A questo proposito, anche la testata cinese in lingua inglese Global Times aveva ritenuto “ridicole” le accuse di Palmer contro il governo, dichiarando che le autorità competenti avessero smentito più volte l’acquisizione illegale di questi manufatti, e ha condannato il film per aver scelto l’articolo di GQ come sceneggiatura.

Sembra chiaro che questo capitolo della storia cinese sia ancora particolarmente sensibile per molti, e così anche ogni riferimento agli oggetti che lo ricordano. “Siete pregati di girare il film per intero, ce la farete? Cominciando dall’incendio del Yuanmingyuan..”, chiede a riguardo un commentatore. Le motivazioni per un tale risentimento sono da ritrovarsi in due elementi strettamente interconnessi: il potenziale della cultura materiale e l’educazione patriottica cinese. Per cultura materiale, si intende quella serie di manufatti urbani, utensili e oggetti d’arte che caratterizzano ogni grande comunità e che contribuiscono a creare identità e coesione nazionale. In quanto tali, sono facilmente soggetti a manipolazione o narrazione da parte delle istituzioni politiche. E secondo molti accademici è proprio questo ciò che è accaduto agli oggetti trafugati dall’Antico Palazzo d’Estate e che giustificherebbe la loro importanza simbolica in Cina ancora oggi. Sono stati infatti designati come la prova tangibile e manifesta di quel secolo di umiliazione nazionale su cui il CCP ha tanto investito a livello ideologico a partire dal post Tiananmen. Vederli esposti senza riconoscimento nei musei occidentali provoca dunque un’animosità dalle forti connotazioni nazionaliste. Rimpatriarli a ogni costo, un atto di patriottismo.

Di conseguenza, la Cina dei nostri giorni è pervasa da una foresta di monumenti e musei che mirano a ricordare il passato per stimolare tale coscienza popolare e creare identità nazionale. Non è un caso, per esempio, che il complesso del Yuanmingyuan oggi sia presentato nelle sue rovine, mentre altri monumenti e siti storici sono stati restaurati. Il film della Warner Bros non poteva dunque che riscontrare qualche critica, essendo questo un tema presente tanto nei libri di storia cinesi quanto nei musei nazionali. Come ricorda un commentatore, “avete un bel coraggio a dire che sono stati rubati, l’incendio del Yuanmingyuan da parte dell’esercito inglese e francese è un pezzo di storia che conoscono anche i bambini delle elementari!”, seguito da un altro tweet che cita, “il popolo cinese non dimentica la storia”.

La memoria degli eventi di quel famigerato ottobre 1860 vive quindi nelle menti degli internauti cinesi, che su Weibo sono ricorsi più volte in passato all’indignazione da tastiera per ricordare le sofferenze del popolo cinese per mano degli occidentali. È accaduto nel 2008, quando le statue raffiguranti la testa di un topo e un coniglio provenienti dalla fontana ornamentale del Yuanmingyuan (progettata dal gesuita italiano Giuseppe Castiglioni) sono comparse durante un’asta dalla collezione privata di Yives Saint Laurent, ma anche nel 2019, quando la cattedrale di Notre Dame ha preso fuoco e i più accaniti tra i netizens hanno paragonato l’evento a una postuma vendetta per l’incendio dell’Antico Palazzo d’Estate. Allo stesso modo però, episodi di restituzione volontaria sono stati lodati online e anche diplomaticamente, come quando, sempre nel 2019, l’Italia ha restituito alla RPC 796 statuette di terracotta cinesi nell’ambito degli accordi contenuti nel memorandum of understanding sulla Belt and Road. Un elemento, quello della restituzione dei 796 reperti archeologici, che ha occupato in maniera preponderante la narrazione dei media cinesi sull’adesione italiana al progetto lanciato da Xi Jinping nel 2013, come simbolo di una Cina finalmente in grado di riprendersi ciò che storicamente le spetta. La critica a The Great Chinese Heist segue dunque questo trend e in molti hanno ritenuto che la Warner Bros stia “giocando con il fuoco”.

Ad aggravare ulteriormente il tono della conversazione su Weibo, alcuni commentatori non hanno apprezzato che per dirigere il film sia stato scelto un sinoamericano, e hanno additato John M. Chu come un “ladro” e un “traditore” per aver accettato una sceneggiatura basata su un articolo a loro avviso diffamatorio. C’è anche chi, nell’indignazione, ha fatto appello al SAPPRFT, il ministero per radio, film e televisione in Cina, chiedendo di intervenire e di produrre un blockbuster sul saccheggio delle forze alleate. Si ricorda invece con affetto il film CZ12 (2012), diretto, prodotto e interpretato da Jackie Chan, nonostante le evidenti similarità di trama con The Great Chinese Heist. Il film vedeva infatti l’attore hongkonghese impegnato nel recuperare proprio le dodici statue a forma di testa degli animali dello zodiaco una volta appartenenti alla fontana-orologio del Yuanmingyuan per riportarle in Cina. In questo caso, a ordinare il rimpatrio era una “società segreta”.

Resta da capire se The Great Chinese Heist, che per il momento è ancora in fase di pre-produzione, vedrà mai la luce del sole, considerata l’influenza che l’opinione del pubblico cinese ha dimostrato di avere nel mondo del cinema, ora che la Cina ha ufficialmente superato gli Stati Uniti nel diventare il primo mercato cinematografico a livello mondiale. Lo scambio di opinioni su Weibo scaturito a partire dalla sceneggiatura proposta dalla Warner Bros si presenta in ogni caso come un contributo interessante per il dibattito sulla proprietà che da sempre attanaglia il mondo dell’arte, con particolare attenzione alla legittimità dei manufatti ottenuti tramite il retaggio imperialista delle potenze europee. Ma è anche una testimonianza significativa del nesso tra arte e nazionalismo, che come si evince da questo episodio risulta ancora rilevante nella società cinese.

di Lucrezia Goldin

*Studiosa di Cina, da poco laureatasi con lode al Master of Arts in Chinese Studies presso la Leiden University. Specializzata sui temi di nazionalismo popolare e cyber governance si interessa anche di cinema e identità culturale. Nel 2017 è stata assistente alla ricerca per il progetto “Chinamen: un secolo di cinesi a Milano”. Dopo aver trascorso gli ultimi tre anni tra Cina e Paesi Bassi, ora scrive di Cina e cura per China Files la rubrica “Weibo Leaks: storie dal web cinese”.