Mentre all’inizio dello scorso anno la città di Wuhan era in piena quarantena, non lontano dal mercato che è stato epicentro dell’epidemia una fabbrica ha continuato imperterrita a mantenere stabile la produzione: Yangtze Memory Technologies (YMT), prima azienda cinese ad aver realizzato chip 3D NAND, la memoria flash con la più alta densità mai sviluppata, è stata tra le pochissime società locali ad aver aggirato le restrizioni anti-Covid, naturalmente con il placet del governo.

Semiconduttori e circuiti integrati non sono il richiamo più ovvio associato a una città che fino a poco tempo fa godeva di (scarsa) fama internazionale principalmente per il suo passato, e poi è diventata quasi sinonimo di coronavirus. Ma occorre proprio guardare alla storia di Wuhan per capire la conversione tecnologica che nell’ultima decade l’ha resa laboratorio per un’urbanizzazione sostenibile. Un’aspirante smart city.

Scalo portuale a cavallo tra il fiume Azzurro e il fiume Han, Wuhan ha cambiato più volte pelle. Teatro dell’insurrezione che nel 1911 spodestò l’ultima dinastia imperiale a capitale del governo nazionalista di sinistra di Wang Jingwei (rivale del generalissimo Chiang Kai-shek), fino al 1927 quella che oggi chiamiamo Wuhan consisteva di tre centri urbani divisi dall’acqua: Wuchang, Hankou e Hanyang. Il prodotto finale è il frutto di una fusione urbanistica e toponomastica che ha dato vita a un’entità con un unico nucleo e un unico nome: Wuhan.

Un secolo fa inventare nuove città accorpando aree metropolitane sembrava un sistema vantaggioso per meglio governare e controllare risorse, popolazione, burocrazia e dinamiche sociali. Per un po’ ha funzionato. Dopo la vittoria del partito comunista (1949), il centro economico del Paese si è spostato nell’entroterra. Wuhan ha così beneficiato di ingenti investimenti statali – pari al 28,6% del totale speso per il primo piano quinquennale (1953–1957) – tanto da riuscire ad affermarsi come uno dei principali centri dell’industria pesante cinese. Oltre dieci degli attuali 120 istituti di istruzione superiore, tra cui la rinomata Università della Scienza e della Tecnologia di Huazhong, furono fondati proprio in quel decennio per sostenere la ricerca scientifica in previsione della strategia economica nota come “grande balzo in avanti”, rivelatasi poi una catastrofe.

Ma è al volgere del nuovo secolo che, grazie alla sua collocazione strategica nella provincia interna dello Hubei, la città è stata inclusa nei programmi statali di rilancio delle regioni centrali e occidentali del Paese, diventando un polo industriale nevralgico e un hub logistico di importanza nazionale per i collegamenti terrestri, aerei e fluviali.

Questa centralità economica e geografica ha reso Wuhan meta ambita di studenti e lavoratori migranti. Con circa 11 milioni di abitanti (di cui appena 8 milioni residenti permanenti), oggi è la seconda città per estensione urbana della Cina interna dopo Chongqing. A partire dal 2000, ogni anno la sua popolazione è cresciuta mediamente a un ritmo del 4,3%. Troppo veloce per permettere una pianificazione adeguata. Secondo lo studio della Manchester Metropolitan University “Urban growth in a rapidly urbanized mega city – Wuhan“, come altrove, l’urbanizzazione a tappe forzate ha esposto la città alle tipiche distorsioni delle metropoli cinesi: sovraffollamento, congestione stradale e degrado ambientale.

A problemi comuni si sta cercando di rispondere con soluzioni simili. Come ci spiega Isaia Iannaccone (storico della scienza e della tecnica in Cina, nonché membro dell’International Academy of History of Science), da una parte, prendendo spunto da Shanghai, anche Wuhan sta studiando “un programma di decentralizzazione gerarchizzata per spezzettare la mega-città monocefala e sovrappopolata in una rete di centri urbani indipendenti e polifunzionali”. Dall’altra, si cerca di massimizzare l’efficienza grazie alle nuove tecnologie, capitalizzando quel trascorso scientifico che ha permesso al capoluogo dello Hubei di diventare una locomotiva dell’innovazione “con caratteristiche cinesi”. Gli operai della Yangtze Memory Technologies hanno sfidato il virus proprio per questo.

Nel 2010, Wuhan è diventata una delle prime municipalità ad aderire al progetto “863 Smart City” che come dice il nome punta a creare oltre 800 “città intelligenti” a livello nazionale. Secondo stime della multinazionale di consulenza aziendale Deloitte, se si sommano quelle completate e quelle ancora in costruzione, al momento in Cina ce ne sono già almeno la metà su un totale mondiale di circa mille. Lo scopo, stando al “Piano urbanistico nazionale 2014-2020”, è quello di “trasformare in maniera ordinata la popolazione rurale in residenti urbani” promuovendo la “digitalizzazione della pianificazione urbana, la costruzione di infrastrutture intelligenti, reti a banda larga, e la fornitura di servizi pubblici più efficienti.” Iper-connessa e di media grandezza, per la leadership cinese la città ideale deve saper sfruttare le nuove tecnologie per la gestione delle problematiche ambientali così come per la gestione dei flussi di traffico e della stabilità sociale nel senso più ampio del termine. Lotta al crimine e controllo politico compresi.

Wuhan non fa eccezione. Almeno nelle finalità. Quanto alle modalità di esecuzione, alcune caratteristiche autoctone rendono la metropoli un “caso di studio”. Secondo il report “Ordinary Smart Cities, The Case of Wuhan“, non solo la città ha beneficiato della sinergia tra autorità centrali e amministrazione locale – discostandosi dal tipico modello cinese top-down – e tra pianificazione statale e imprenditoria privata, grazie al coinvolgimento di un centinaio di imprese cinesi e non.

Come annunciato nel 2012 dall’allora sindaco Shao Weimin, Wuhan è diventata la prima città al mondo ad aver aperto il progetto smart city ai capitali esteri. Sede di diversi consolati stranieri, da anni la metropoli intrattiene un rapporto di gemellaggio con Manchester che dal 2015 è stato esteso alla formulazione di soluzioni urbane intelligenti. La sua Optics Valley (la Silicon Valley locale) ospita aziende del calibro di IBM oltre alla Sino-French Wuhan Ecological Demonstration City, progetto avviato nel 2014 in tandem con il governo francese.

Dopo il Covid, la Cina sembra anche più determinata a proseguire la sua trasformazione digitale. “Indubbiamente, la rapida espansione dell’epidemia è strettamente correlata allo sviluppo ad alta velocità delle città cinesi. La governance del paese è in grado di stare al passo?”, si chiedeva la stampa statale una settimana dopo l’introduzione del primo storico lockdown.

La necessità di ripensare la pianificazione urbana si sposa con la nuova ricetta economica a base di “nuove infrastrutture”: 5G, intelligenza artificiale e Internet of Things (IoT) – quanto tiene in vita una città intelligente – beneficeranno del nuovo pacchetto di investimenti da 1.400 miliardi di dollari stanziato lo scorso anno da Pechino per sostenere la crescita nazionale colpita dalla pandemia. Recepito il messaggio, pochi mesi dopo Wuhan ha risposto annunciando un “Piano di primo livello per un nuovo modello di città intelligente” che, entro il 2022, si propone tra le altre cose, di estendere la rete di quinta generazione a tutta la città, fornire “l’accesso ai servizi pubblici su un unico sito e con un unico codice”, per un totale di oltre 40 “progetti smart”.

Fino ad oggi non tutto è andato liscio. A sei anni dal lancio, nel 2019, Microsoft ha annunciato la sospensione di una partnership con la Wuhan Economic & Technological Development Zone per la costruzione di infrastrutture digitali. Un’iniziativa da 175 milioni di yuan che, secondo l’agenzia di stampa ufficiale Xinhua, ha pagato il prezzo di una cattiva distribuzione degli investimenti, finiti perlopiù “nell’acquisto di software e servizi cloud” anziché nella “pianificazione e nel funzionamento della costruzione urbana specifica”. Microsoft dal canto suo lamenta il ritardo nei pagamenti e la mancanza di figure locali di riferimento nella fase di follow-up. La verità, come spesso avviene, starà probabilmente nel mezzo. Ma quello della gestione delle risorse non è un problema estemporaneo. A novembre il governo locale ha assunto il controllo della Wuhan Hongxin Semiconductor Manufacturing Co. dopo che l’azienda – lanciata per proiettare la Cina verso l’autosussistenza tecnologica – è finita sull’orlo del fallimento a causa della mancanza di fondi e di una pianificazione sistemica.

Nonostante la varietà dei player coinvolti, in “Ordinary Smart Cities, The Case of Wuhan” gli autori riconoscono i limiti di un contesto centralizzato, in cui l’uomo della strada esercita la propria partecipazione digitale passivamente come semplice consumatore o come cittadino all’interno di un sistema fortemente istituzionalizzato che preclude qualsiasi coinvolgimento “nei processi decisionale e creativi della città intelligente”. Non è certo una caratteristica esclusivamente cinese. Ma se si guarda a Occidente (lo studio menziona la Gran Bretagna) lo sviluppo delle smart city, rispecchiando una visione neoliberista/liberale, viene declinato all’efficienza dei mercati e alla partecipazione civica, laddove oltre la Muraglia prevalgono le finalità politiche: ovvero il rafforzamento del potere statale nella fornitura di servizi pubblici così come nel mantenimento dell’ordine sociale.

In termini di governance, il modello cinese – basato sul dirigismo del Partito/Stato – ha i suoi indiscutibili vantaggi: si distingue per la massiccia mobilitazione di risorse e la velocità di esecuzione. Ma, in assenza di checks and balances, quella stessa rapidità spesso è causa di decisioni spericolate. Dopo aver sconfitto il virus, riuscirà Wuhan, con la sua storia e le sue specificità, a diventare ancora una volta un esempio per il resto del Paese?

[Pubblicato su Aspenia]