La ripubblicazione da parte della casa editrice Orientalia de La casa dell’oppio (traduzione di Rosa Lombardi, pp. 128, 12 euro) permette di riportare alla luce un piccolo capolavoro di Su Tong, considerato insieme a Yu Hua uno dei più grandi scrittori contemporanei cinesi. La critica, anche nostrana, ha sempre teso a relegare questo autore all’interno dell’avanguardia letteraria che pose le basi dell’attuale narrativa cinese nell’epoca delle aperture di Deng Xiaoping. Accedere a libri occidentali o, in generale, osservare e vivere in una Cina incredibilmente aperta all’esterno ha portato alcuni scrittori, tra i quali Su Tong, a sperimentarsi tanto nelle tecniche di narrazione quanto nel linguaggio.

Ma le numerose caratteristiche – stilistiche, ambientazioni, ritratti dei personaggi – di Su Tong, come segnala Maria Rita Masci nella postfazione a Vite di donne da lei tradotto (Einaudi, pp.130, euro 13, 2008) lo fanno uscire «quasi indenne dagli anni della violenza linguistica marxista-leninista, producendo uno stile così maturo e pacato da lasciare sbalorditi». E questo repêchage di Orientalia – la Casa dell’oppio era stato pubblicato nel 1995 da Theoria – è fondamentale per iniziare a conoscere, per chi non lo avesse mai letto, Su Tong: il libro tiene ben saldo lo spirito avanguardistico, aprendo squarci sulla produzione successiva di questo scrittore nato a Suzhou nel 1963.

NELL’EPOCA DELLE RIFORME di Deng, all’inizio degli anni ’80, alcune riviste letterarie intorno alle quali si radunarono nuovi scrittori cinesi, divennero la fucina di quella che possiamo considerare una parte consistente e rilevante della narrativa contemporanea cinese. Ma proprio La casa dell’oppio permette di inquadrare Su Tong all’interno di un percorso letterario personale – meno immediato e intuitivo di quello di altri autori di successo, specie in Italia – nel quale alcuni elementi, la tragedia della storia, il passato e il fato, si rincorrono, modificando il senso nel passaggio da un libro a un altro. Un passato incombente, capace di sconquassare il presente associandosi a quanto sta accadendo, come ne La casa dell’oppio, diventa una possibilità sfumata, un processo potenziale di cambiamento, di «come sarebbe potuta andare» in Vite di donne.

Il romanzo raccoglie l’ampio spettro di strumenti tecnici e forza immaginifica di Su Tong: racconta la fine inesorabile di una famiglia di proprietari terrieri nel periodo precedente e immediatamente successivo alla fondazione della Repubblica popolare nel 1949. Nelle terre della famiglia – la cui aria è intrisa di papaveri e oppio – si consuma la fine di un’epoca e l’inizio di una nuova: questo trambusto storico, rappresentato dallo stato simil-confusionario dettato dalla presenza costante di oppio e papaveri, viene rappresentato da Su Tong in due modi: da un lato, sceglie un registro linguistico completamente libero, in grado di cambiare prospettive e punti di vista di continuo, passando da un discorso diretto all’altro senza alcun avviso; questo artificio permette al lettore di ondulare nella storia come i personaggi, tra strappi e riposi.

Ma la Casa dell’oppio è qualcosa di più di un romanzo di avanguardia – o di formazione, come viene classificato nell’analisi effettuata da uno dei migliori studi sull’opera di Su Tong, quello di Hua Li in Contemporary chinese fiction by Su Tong e Yu Hua (Brill, 2010). Ci sono alcuni stilemi che contraddistinguono l’intera opera dello scrittore: in primo luogo i personaggi, ordinari e ai margini della Storia. Come in Vite di donne o in Spiriti senza tempo (Feltrinelli, pp. 256, euro 13, traduzione di Rosa Lombardi), i protagonisti dei libri di Su Tong potrebbero essere situati in qualsiasi luogo o epoca. I cambiamenti storici – in questo caso la rivoluzione comunista – sono sullo sfondo, si percepiscono in modo esatto ma non attraverso il loro rutilante avanzare, quanto nei sentimenti dei personaggi, quasi volutamente assenti nella loro valutazione concreta di cosa stia succedendo al di fuori delle loro vite: proprio la loro esistenza è segnata dal chiacchiericcio del paese nel quale vivono, capace di scandire, come una Fama cinese, le evoluzioni, i torti, i soprusi, gli inganni e la violenza che contraddistingue la vita dei personaggi di Su Tong.

STORIE MINORI. Eppure, lo scrittore ha provato a confrontarsi con un personaggio dalla carica sontuosa. In Quando ero imperatore (Neri Pozza, pp.268, euro 15), come ha scritto lui stesso nella prefazione dell’edizione inglese, «è stato a lungo un mio desiderio quello di penetrare nei millenni della storia della Cina, di trasformarmi in un vecchio cliente in una casa da tè su un’antica strada nel mezzo di un mondo caleidoscopico con le sue masse brulicanti, e assorbire il passare del tempo con i miei occhi. Sono affascinato dai tempi classici; affascinato da palazzi, concubine e musica tradizionale; affascinato dalle vite di intrattenitori popolari che vagavano per tutto il paesaggio per esibirsi per la gente; affascinato dalla mescolanza di sofferenza e piacere». Ma nonostante questa attrazione anche l’imperatore di Su Tong è sospeso nel tempo, senza una collocazione precisa.

Nella Casa dell’oppio ricorre un’altra caratteristica: il passato che incombe costantemente sul presente, come dimostra – nel libro – l’assidua presenza del Padiglione, dei riferimenti a caratteri ereditari, della giara nella quale Chencao, uno dei protagonisti, crea il proprio mondo devastato dall’oppio ma purificato da quanto accade fuori da quella giara. Questo elemento richiama alla tradizione e a quegli elementi fantastici che Su Tong ha utilizzato spesso nelle sue opere: si veda a questo proposito I racconti fantastici (traduzione di Rosa Lombardi, 2017, Elliot, pp.121, euro 14,50) dove – come ne La casa dell’oppio – «l’apparizione imprevista di elementi estranei», scrive Rosa Lombardi nell’introduzione, turba la quotidianità.

COME IN ALTRI ROMANZI, anche qui il passato traccia la sua ombra sulle vite ed è difficile, se non impossibile, evitarlo. È quello che Deirdre Sabina Knight in Decadence, Revolution and Self-Determination in Su Tong’s Fiction (in Modern Chinese Literature Vol. 10, No. 1/2 Spring/Fall 1998) chiama «il senso dell’apocalisse» nei romanzi dello scrittore cinese, dimostrata dai «tanti ritratti di assassini delle generazioni successive» presenti nella sua opera. E ne La casa dell’oppio non mancano, così come non sono assenti le tare ereditarie, altro elemento costante nella poetica di Su Tong a ribadire la forza di un passato difficilmente relegabile nell’oblio dal corso della vita.
Nella Casa dell’oppio, inoltre, è presente la violenza terribile degli accadimenti, a chiudere il cerchio con passato, fatalismo ed elementi fantastici. La violenza, un altro classico dei libri di Su Tong, anche tra persone della stessa famiglia, costituisce la possibilità di leggere all’interno delle storie narrate, lo stordimento e la barbarie dei cambiamenti che la Cina ha dovuto trattenere negli ultimi decenni. Su Tong – e la Casa dell’oppio lo dimostra appieno – si tiene fuori da valutazioni, fa parlare le sue storie, i suoi personaggi estrapolandoli dal loro contesto così «cinese» per creare empatia universale legata alla domanda su quale sia il nostro posto al mondo.

«COME MOLTI CONTEMPORANEI – scrive Rosa Lombardi – Su Tong ambienta spesso i suoi racconti nei villaggi sperduti della Cina meridionale, ma nel suo caso si tratta di luoghi immaginari, rappresentati come zone arretrate e dimenticate dal mondo e dalla Storia, in cui regnano l’indifferenza, la crudeltà e la violenza. In Su Tong la realtà rurale non è più quella oleografica e moralistica del realismo socialista, ma non è neppure il luogo ideale in cui ricercare le radici della Storia e della cultura nazionale come teorizzato in molta letteratura degli anni Ottanta».
Nella Casa dell’oppio prepara il terreno per future produzioni, mentre il protagonista del libro si rammarica di non avere lasciato un’eredità degna di questo nome e il rappresentante della Rivoluzione porta a compimento la trasformazione, simbolicamente, attraverso la canna di una pistola. Su Tong ci riporta alla spiacevole verità di questa Cina 4.0 lanciata da decenni verso uno sviluppo inaspettato: come tanti altri paesi, la Cina non è mai stata innocente.

[Pubblicato su il manifesto]