Mentre il primo ministro italiano Giuseppe Conte riferiva al parlamento circa la firma del memorandum of understanding con la Cina – «il contenuto è stato negoziato per lunghi mesi con Pechino, coinvolgendo tutte le amministrazioni interessate, non presenta alcun rischio per i nostri interessi nazionali ed è pienamente in linea con la strategia dell’Ue» – dalla Germania arrivava la notizia secondo la quale Berlino non avrebbe alcuna intenzione di escludere la Huawei dalle gare per i bandi delle connessioni 5G.

LA CANCELLIERA Angela Merkel ha spiegato infatti che la Germania «non ha intenzione di escludere alcuna azienda dalla sua asta 5G di per sé ma preferisce che gli offerenti possano soddisfare determinati requisiti». Quanto alla Huawei, Jochen Homann, presidente della Federal Netrwork Agency, che supervisiona l’asta, ha specificato che «è un fornitore importante, già presente nelle nostre reti, sarà difficile fare a meno di tali società e questo non è affatto ciò che vogliamo. Si applicano le stesse regole, sia che tu venga dalla Svezia o dalla Cina».

Interessante questa scelta tedesca, perché Berlino pare gestire con estrema serietà e rigore uno dei punti più discussi in Italia: come più volte la Lega ha voluto sottolineare, con la Cina va bene quasi tutto, ma non si tocchi il tema delle telecomunicazioni così come vogliono gli americani.

Così mentre il premier Conte cercava di convincere il parlamento della bontà di un memorandum che in realtà non tocca gli argomenti più spinosi (e ci saranno poi da confermare eventualmente tutte le firme previste, quelle smentite, quelle ancora in forse) Berlino ribadiva la propria volontà a procedere secondo le proprie regole.

L’ITALIA, TRA CINA, USA E UE, rimane in mezzo al guado: questo governo firmerà un accordo «non vincolante» come ha specificato Conte e che finirà per tramutarsi in una sequela di potenziali accordi che potrebbe non portare a un grande passo in avanti le relazioni tra Cina e Italia. Nonostante Conte abbia più volte, nel corso del suo intervento, sottolineato come il memorandum italiano possa costituire un valido punto di partenza anche per altri paesi europei.

A margine del discorso di Conte, il governo pentastellato ogni giorno scopre una cosa nuova e ci elargisce queste conoscenze rendendole note a tutti. Il vice premier Di Maio ad esempio, ieri ha specificato che in Cina c’è un mercato e che sarà «il prossimo interessato al Made in Italy». Il grande conoscitore della Cina in seno alla compagine governativa, il sottosegretario Michele Geraci, dovrebbe avvisare il nostro vice premier che in Cina un mercato florido per il Made in Italy c’è da tempo, perché la Cina da anni, diciamo una ventina, non è più un paese rurale e povero, ma uno degli stati più avanzati in termini di mercati e export e import di prodotti.

DA PECHINO del resto hanno fatto notare, non senza una certa ironia sottile, come stanno le cose. Un articolo apparso sul Global Times, quotidiano affiliato al Pcc e solitamente voce dei «falchi» di Pechino ha specificato che «l’Italia è nell’urgente necessità di investimenti cinesi nelle sue piccole e medie imprese, nell’innovazione finanziaria, nelle energie rinnovabili e in un’ampia serie di progetti infrastrutturali incluse telecomunicazioni, strade pubbliche, ferrovie e shipping. I trasporti, soprattutto i porti, e la logistica saranno il primo focus per la cooperazione della Belt and Road per il futuro prevedibile».

Tutto questo, «malgrado l’Italia sia rimasta impantanata nella crisi finanziaria internazionale e nella crisi del debito sovrano europeo, mantiene ancora la guida globale su scienze e innovazione tecnologica e manifattura meccanica, tra i vari settori. Ed è la terza più grande fonte di acquisizione di tecnologia della Cina nell’Unione europea».

[Pubblicato su il manifesto]