La Cina ospita oggi circa il 22% della popolazione mondiale e dispone di meno del 10% delle terre coltivabili. Un miliardo e quasi 400 milioni di bocche da sfamare con un’estensione di terreni coltivabili limitata.

Un limite che il paese ha cercato di superare con uno sfruttamento intensivo dei terreni agricoli che però non si è accompagnato, per ragioni storiche e politiche, a un processo di innovazione delle tecniche agricole adeguato. Quello che si è sempre cercato di fare è di raggiungere il massimo risultato nel minor tempo possibile. L’equazione ha portato a un uso esponenziale di fertilizzanti chimici e altre sostanze nocive per la salute dell’uomo, dei terreni e delle falde acquifere.

Questo ha aperto il fronte a due serie di questioni. Una di ordine quantitativo, possono i terreni coltivati rispondere alle esigenze nutrizionali di un paese che continua a crescere, seppure in modo controllato? E’ il vecchio cruccio della food security alla quale la Cina ha dato negli anni riposte creative, perseguendo politiche di “internazionalizzazione” delle terre coltivabili in giro per il mondo. Inestricabilmente legata a questa vi è un’altra urgenza quella relativa alla food safety, termine con il quale si intende la qualità nutrizionale e la sicurezza igienica dei prodotti coltivati e prodotti.

In Cina la terra è stata sfruttata in maniera intensa e inefficiente, e per questo in gran parte danneggiata. Dati governativi rivelano che almeno il 60% delle falde acquifere urbane è inquinato. A questi fanno eco dati non ufficiali che enunciano percentuali che si avvicinano al 90%. Stesso discorso per l’inquinamento del suolo.

In una situazione del genere il governo è impegnato a trovare soluzioni a quella potrebbe diventare una questione di prim’ordine. Una risposta potrebbe essere rappresentata dai risultati resi noti dall’Accademia delle Scienze Agricole che, di recente, ha pubblicato gli esiti delle sperimentazioni di elettrocoltura, durate decenni e condotte in condizioni di clima diverse in Cina.

3600 ettari di terreni in tutto il paese sono stati coltivati grazie all’uso dell’elettricità. Si tratta di grandi capannoni dove fili di rame vengono posti a tre metri di altezza sopra il terreno da dove rilasciano rapide e continue scariche elettriche, che raggiungono fino a 50,000 volts. L’utilizzo dell’elettricità in ambito agricolo favorisce il rilascio di ioni di calcio e bicarbonato, accelera i processi metabolici come l’assorbimento dell’ anidride carbonica e la fotosintesi.

Il risultato è sorprendente, un voltaggio così alto uccide batteri e piante virali, preservando l’integrità del suolo che non necessità di alcun pesticida e antiparassitario. In più i terreni così trattati hanno registrato un aumento della produttività delle colture che oscilla tra il 20 e il 30%.

I risultati ottenuti fino ad ora sono talmente incoraggianti da spingere le autorità cinesi ad aumentare le superfici coltivate a elettrocoltura del 40% sul territorio nazionale.

Non si tratta però di un’idea nuova, in molti conoscono e praticano da decenni l’elettrocoltivazione. Ma le sperimentazioni mancavano spesso delle tecnologie necessarie a verificare gli effetti benefici sulle colture, facendo sì che, sull’onda dei fertilizzanti, si abbandonassero per la via più semplice.

Quanto ai consumi elettrici, rimangono controllati, basti dire che un ettaro di coltura elettrificata richiede 15 kilowattora di elettricità al giorno, circa la metà dei consumi medi di una famiglia americana media.

E magari in Cina proviene anche da fonti rinnovabili.