La schiavitù oggi è una condizione che ha mutato forma rispetto all’archetipo cui siamo abituati, affinandosi in una serie di declinazioni insidiose e spesso difficili da riconoscere. L’Organizzazione Mondiale del Lavoro (OIL) alla voce moderna schiavitù parla di “varie forme di coercizione o vestigia di forme antiche di schiavitù e varie espressioni di sottomissione tramite debito così come nuove forme di lavoro forzato come il traffico di esseri umani“. Matrimonio forzato e prostituzione, sono anch’esse della partita.

Le stime globali sulle forme di schiavitù moderna elaborate dall’ OIL nel 2017 indicano in 40.3 milioni di persone le vittime di moderna schiavitù al mondo, pari a 5.4 vittime ogni 1000 persone con una forte incidenza di minori e donne. Terreno fertile per le forme coercitive sono sia contesti istituzionali a basso grado di governance sia le catene produttive di settori a forte impiego di manodopera non specializzata come tessile, costruzioni, estrazione e agricoltura. Lo studioso Siddharth Kara nel suo recente “Modern slavery: a global perspective”, quantifica in US$4,000, la ricchezza prodotta da ogni singolo individuo ridotto in schiavitù, che raddoppia nei casi di schiavitù sessuale.

I continenti a maggior incidenza di schiavitù sono Asia e Africa, ma con una presenza sempre più massiccia di situazioni di rischio registrate in Europa laddove giungono i maggiori flussi di immigrazione come Romania, Italia, Bulgaria e Grecia.

La top five asiatica è dominata da Cina, India, Pakistan, Bangladesh and Uzbekistan con le impressionanti stime sull’India che vogliono 18.35 milioni di persone ridotte in qualche forma di schiavitù. In questa non invidiabile classifica, la Cina registra un numero di persone vittime di qualche forma di moderna schiavitù di 3,388,400 e un indice di vulnerabilità del 44%.

Nonostante gli enormi sforzi che il paese sta compiendo per convertirsi a forme di produzione del valore basate sui servizi, la Cina è infatti destinata ancora per lungo tempo a rimanere il centro della manifattura globale, spesso teatro di pratiche coercitive.

La realtà della moderna schiavitù assume in Cina ha però “caratteristiche cinesi”, che rimandano a quei 253 milioni di migranti la cui vita al di fuori del proprio ambito di residenza è condizionata dall’hokou, il permesso di residenza che da accesso ai servizi basilari e che spesso diviene strumento di ricatto o di sfruttamento da parte dei datori di lavoro. A questo si lega un altro fenomeno prettamente cinese, quello dei 58 milioni di “bambini lasciati indietro”, minori affidati a parenti o amici mentre i genitori migrano per lavorare, e che rappresenta un nucleo di forte vulnerabilità specie per il traffico di essere umani e la prostituzione.

Anziani e disabili chiudono il quadro delle potenziali vittime a rischio sfruttamento così come le donne, laddove le politiche di pianificazione demografica hanno causato nel tempo forti disparità tra sessi, che nutrono il traffico di potenziali mogli da paesi vicini come Laos, Cambogia verso le regioni cinesi di frontiera. Fenomeno nuovo (è emerso nel 2012 grazie all’attivismo di SASACO, ong di Hong Kong) e anch’esso specifico al contesto cinese è quello delle internship forzate. Nate da accordi tra scuole di avviamento al lavoro e aziende dell’IT come Foxcon e Quanta, prevedono per gli studenti, periodi di lavoro non pagato, pena il mancato raggiungimento del diploma.

Sebbene Pechino abbia strutturato la propria progettualità in materia di lotta alla moderna schiavitù in un Piano di Azione per combattere il traffico di persone (2013–2020), molto rimane ancora da fare. Le autorità locali spesso si trovano impreparate nel riconoscere casi di schiavitù e la difficoltà di realizzare audit sul campo scoraggia anche i più attivi. Misteriosa rimane poi il concetto di coercizione psicologica che spesso è la leva sotto la quale le leve della schavitù si muovono.

Per cercare di fare un po’ di chiarezza e fornire uno strumento di comprensione destinato a manager e lavoratori, la società di consulenza Carnstone e Ethical Trade Initative China, hanno realizzato un video tutorial in cinese. Facendo riferimento agli 11 indicatori elaborato dall’OIL, aiuta a dare un nome a certe pratiche e a riconoscere situazioni di rischio, con tanto di riferimento alle normative internazionali esistenti e suggerendo una serie di interventi pratici da adottare per intervenire.

di Nicoletta Ferro