Riconosciuto come «paese virtuoso» nella lotta globale al Covid-19, Taiwan sta affrontando da metà maggio la sua peggior ondata di contagi.

A Taipei, dove vive quasi un terzo dei 23,5 milioni di abitanti dell’isola, il Central Epidemic Command Center ha alzato l’allerta al «livello 3» su 4 e la risposta delle autorità è stata repentina: chiusura dei luoghi pubblici, obbligo di mascherina all’aperto e un sistema di tracciamento mediante QR code.

Ma negli ultimi giorni il dibattito pubblico si sta focalizzando su un fattore che potrebbe ostacolare il contenimento dell’ondata di contagi. Dopo che nello scorso anno non si è manifestata la necessità di sviluppare strategie per una transizione al lavoro da remoto, molte aziende sembrano reticenti a utilizzare lo smart working.

Per ora, il capo dell’autorità sanitaria Chen Shizhong si è limitato a esortare i datori di lavoro a ricorrere al lavoro da remoto o a orari flessibili, affidandosi al metro di giudizio delle singole aziende. Finché non sarà dichiarato un «livello 4» di allerta, quindi, le aziende che ospitano meno di 500 lavoratori in ufficio saranno autorizzate a operare in presenza.

Le multinazionali con un organico maggiore, invece, stanno facendo ricorso a un programma a rotazione tra lavoro in sede e da remoto, apportando modifiche di gestione interna che dovrebbero garantire l’allontanamento sociale.

Senza sforzi regolamentativi da parte delle autorità, le aziende finora non hanno concesso orari flessibili ai lavoratori con famiglia. Serena De Marchi, italiana a Taiwan con una borsa di post-dottorato, ha raccontato al manifesto che gli istituti scolastici e le accademie hanno ricorso sin da subito alla didattica a distanza.
La chiusura di scuole primarie e secondarie, varata fino al 28 maggio, ha spinto molti lavoratori a dover ricorrere a ferie e permessi per prendersi cura della famiglia. Il congedo per motivi familiari è riconosciuto per legge, ma i genitori si ritrovano a dover negoziare la paga con il datore di lavoro.

La generale inflessibilità delle aziende è motivata da una cultura lavorativa vecchio stile che evidenzia l’importanza della presenza fisica, nota in inglese come face-time culture. Al Guardian una donna ha raccontato che, nel complesso, molti datori di lavoro non si fidano e ricorrono a metodi discutibili per accertarsi che chi lavora da casa non si trastulli: da sondaggi improvvisi per verificarne la presenza alla scrivania alla richiesta di attivare il GPS per accertarsi che non sia uscito.

«Ricordate che lavorare da casa non significa riposare», recita una mail aziendale ricevuta dagli impiegati di una multinazionale del tech. Ma a temere che lo smart working comporti un calo di produttività sono soprattutto le piccole e medie imprese, che costituiscono oltre il 95% dell’economia di Taiwan.

Di Vittoria Mazzieri

[Pubblicato su il manifesto]