Manca meno più di una settimana all’inizio dei lavori del Climate Summit 2014, che prenderà il via nella sede dell’ONU a New York, il prossimo 23 settembre. Pur non rappresentando un evento negoziale (quelli in cui si prendono le decisioni), il Summit di New York è un appuntamento importante nel complicato quadro della geografia diplomatica sul clima. Lo si può leggere come un evento di snodo fondamentale per dare impulso politico alle negoziazioni e tracciare la rotta verso la ripresa dei negoziati veri e propri, prevista per il prossimo Dicembre a Lima. All’orizzonte anche il vertice mondiale in agenda per il 2015 a Parigi, occasione in cui si promette di firmare un nuovo protocollo che sostituisca definitivamente quello di Kyoto, tutt’ora in vigore sebbene ufficialmente scaduto il 31 Dicembre 2012.

Fortemente sostenuto dal segretario delle Nazioni Unite Ban Ki-moon, Il Summit rappresenta, nelle sue stesse parole “il momento per i leader mondiali di prendere posizione e guidare il mondo verso un futuro più sicuro”. Detta così, non proprio il genere di appuntamenti globali cui si dà buca facilmente. Eppure c’è chi l’ha fatto. Il Presidente Xi Jinping e il Primo Ministro indiano Narendra Modi (che dovrebbe essere proprio in quei giorni negli Stati Uniti per incontrare Obama e partecipare all’assemblea delle UN), capi di Stato rispettivamente della prima e terza nazione emettitrici al mondo, (in seconda posizione ci sono gli Stati Uniti), hanno infatti annunciato ai primi di settembre, tramite i propri portavoce, che non presenzieranno all’incontro.

La notizia era stata inizialmente riportata da Bloomberg, poi ripresa da China dialogue e ieri ha trovato definitiva conferma dalle Nazioni Unite che hanno reso pubblica lalista dei capi di stato che presenzieranno.

Quello di non partecipare a un summit di questo livello non è di per sé un evento isolato, in passato è già successo ed esistono predecessori illustri come gli Stati Uniti. Questa volta però a pesare è il diretto coinvolgimento del Segretario delle Nazioni Unite nel promuovere l’evento, e il chiaro riferimento alla volontà di fare del Summit, un momento di coinvolgimento politico ad altissimo livello sulle problematiche climatiche. In più si parlerà di temi caldi, sui quali la Cina in particolare, si è molto spesa in passato, come quello del Green Climate Fund (GCF), un meccanismo per supportare economicamente i paesi in via di sviluppo per iniziative volte alla mitigazione e all’adattamento ai cambiamenti climatici. Poco è filtrato sulle motivazioni della mancata presenza dei due giganti asiatici.

Ansia da prestazione? Paura di sbilanciarsi? Quel che è certo è che per Xi e Modi, quella di New York sarebbe stata la prima uscita ufficiale sui palcoscenici della diplomazia globale del clima. Insieme a loro rimarranno a casa anche la Cancelliera tedesca Merkel, il Premier canadese Harper e il primo ministro australiano Tony Abbott, questi ultimi rappresentanti di nazioni chiave nella lotta ai cambiamenti climatici e da sempre ostili a impegni programmatici.

La Casa Bianca ha confermato la presenza di Barack Obama, fresco di dichiarazioni impegnative come quella di tagliare le emissioni dell’83% entro il 2050. Per gettare acqua sul fuoco e rispondere alle dichiarazioni preoccupate mosse da più parti circa l’assenza di un panel così consistente di personaggi, Christiana Figueres, segretario esecutivo dell’United Nations Framework Conventionsi cambiamenti climatici, si è affrettata a commentare: “consiglierei di non soffermarci troppo su chi parlerà a nome dei governi Indiano e Cinese” aggiungendo che “i due governi verranno rappresentati comunque da figure di alto livello”. Se per la Cina sembra infatti essere confermata la presenza del Vice premier Zhang Gaoli, il sostituto di Modi è ancora sconosciuto.

E’ troppo presto per dire se la mancata partecipazione di figure istituzionali di spicco metterà realmente a repentaglio l’esito del meeting. Tradizionalmente, va detto, le decisioni importanti non vengono certo prese in queste occasioni, ma certamente la presenza dei due leader avrebbe avuto un valore politico importante, rappresentando anche l’occasione per presentare al mondo le misure che in ambito domestico si stanno prendendo in tema di ambiente.

Nel caso specifico della Cina poi, l’assenza di Xi Jinping o Li Keqiang può risultare quantomeno incoerente con la politica di guida che la Cina è andata ultimamente assumendo nei confronti degli altri paesi in via di sviluppo (Gruppo dei 77’ e Basic) in materia di clima e che trova, nei grandi consessi internazionali, modo di esplicitarsi. In più il paese sembra volersi sottrarre allo scrutinio diretto rispetto alle severe misure di lotta all’inquinamento messe in piedi negli ultimi tempi con risultati ancora da appurare.

Dal punto di vista puramente domestico poi, la partecipazione dei leader cinesi a un concesso globale come quello di NY avrebbe certamente riportato la questione della mancanza di una cornice legale adeguata al tema dei cambiamenti climatici, ai primi posti dell’agenda di Pechino. Insomma occasione persa per la nuova leadership cinese, volontà di mantenere alte altre priorità o scelta strategica in vista del nuovo round di negoziati sul clima? Difficile rispondere, tra una settimana si potranno avere le idee più chiare.

*Nicoletta Ferro si è occupata delle dinamiche politiche e aziendali legate alla sostenibilità, prima come senior researcher presso la Fondazione Eni Enrico Mattei a Milano, in seguito per 7 anni da Shanghai. Oggi è ricercatrice presso il CRIOS (Center for Research in Innovation, Organization and Strategy) dell’Università Bocconi e responsabile dello sviluppo asiatico di GOLDEN (Global Organizational Learning and Development Network) for sustainability, un network di ricerca globale sui temi della sostenibilità.