Fino a ieri le negoziazioni al COP 25 sono progredite con estrema lentezza. Lo stallo ha coinvolto tutti i pilastri della discussione relativa all’implementazione del Paris Rulebook. quell’insieme di regole che dovrebbero mettere in pratica l’accordo di Parigi. Dalla  finanza climatica (chi paga e come) e la trasparenza (chi dichiara e cosa), passando dall’annosa questione dei Contributi Nazionali Volontari dei singoli paesi e del Global Stocktaking, il meccanismo di valutazione su base quinquennale dell’andamento delle misure di attuazione dell’accordo di Parigi. Il pericolo che, nello stallo generale, la palla passasse alla presidenza Polacca (notoriamente poco sensibile alle istanze ambientaliste) e che questa prendesse le redini dei lavori per giungere a un accordo finale, in tempo per la chiusura di venerdì, ha convinto il segretario dell’Onu Antonio Guterres a fare ritorno in Polonia.

Nel discorso che ha tenuto all’arrivo Guterres ha usato parole forti per smuovere le acque: “I governi si trovano davanti a una scelta tra aumentare i propri impegni in ambito climatico o imbarcarsi in un cammino immorale e suicida”. Nel corso della giornata il politico portoghese, ha poi incontrato le delegazioni di Polonia, Cina, Eu, India, Canada, Brasile e Sud Africa oltre al blocco dei paesi riuniti nel G77, un’organizzazione intergovernativa delle Nazioni Unite, formata da 134 paesi del mondo, principalmente in via di sviluppo.

Nello scenario già incerto a creare scompiglio, sono state le posizioni americane, divise tra provocazioni come l’organizzazione di side event sui combustibili fossili, duramente criticati da molti delegati e rappresentanti di NGOs e il lavoro dei diplomatici, che vogliono comunque assicurarsi che il successore di Trump possa avere la possibilità di invertire rotta rispetto all’Accordo di Parigi.

Di contorno anche i tentativi di sminuire la questione portati avanti da Russia, Kuwait e Arabia Saudita, quest’ultima portatrice di una propria visione del cambiamento climatico meno allarmista di quella mainstream. La delegazione cinese guidata da Xie Zhenhua è arrivata a Katowice consapevole di dover giocare un ruolo di primo piano, nel duplice e contraddittorio ruolo di maggiore emettitore di gas climalteranti del pianeta e di più grande investitore in energie rinnovabili ($126.6 miliardi investiti nel solo 2017) al mondo. Gli occhi del mondo puntano alla Cina, come alternativa a una leadership globale sul clima nel generale disimpegno americano e quale possibile freno a un arretramento brasiliano.

Pechino, dopo aver incassato lodi degli esperti presenti al Summit per aver raggiunto i propri obiettivi di riduzione di emissioni di carbonio tre anni prima di quanto previsto (il 40-50% per unità di Pil rispetto al 2005), ha affrontato di petto la questione delle Comunità locali e delle Popolazioni indigene. Il summit polacco è infatti il punto di arrivo di una lunga trattativa volta al riconoscimento, quali attori negoziali, dei rappresentati delle cosiddette “comunità locali e popolazioni indigene”. Attori minori (sono il 5% sul totale della popolazione mondiale) ma che, grazie al loro patrimonio di conoscenze e tradizioni, svolgono un ruolo chiave nella salvaguardia del pianeta e della sua biodiversità

Pechino, forte di una non chiara definizione di “comunità locali” contenuta nel documento fondante la piattaforma e convinta di essere estranea al concetto di “popolazione indigena”, ma più banalmente preoccupata che le minoranze Uiguri e Tibetane possano trovare nella piattaforma un volano per aggirare il controllo governativo, ha chiarito fin da subito i propri paletti. No a qualsivoglia tentativo di allineamento o peggio sovrapposizione alla supremazia del governo.

La disputa è terminata con un compromesso. Come riportato nel documento fondante la Piattaforma delle Comunità locali e delle popolazioni indigene si impegna a “non autorizzare o incoraggiare azioni che “ smembrino o indeboliscano la sovranità e gli stati indipendenti”. Le noie di Pechino non si fermano qua. Taiwan, seppur non riconosciuto come Stato dalle Nazioni Unite e quindi non membro dell’Unfccc, è pur sempre presente in forza a Katowice, con promesse di riduzione delle emissioni importanti, che Pechino ha interpretato come provocazioni.

Ferma, è sembrata fin dall’inizio, essere la posizione cinese sull’annosa questione del ‘principio delle responsabilità comuni ma differenziate’, e della ‘capacità individuale’ secondo il quale la Cina, e altri paesi che si considerano a torto o a ragione in via di sviluppo (Brasile, China, India e Sud Africa), godrebbero di ‘credito di inquinamento’ perché arrivati allo sviluppo in uno stadio successivo rispetto a quello dei paesi industrializzati. Da qui ne deriva che ognuno dovrebbe contribuire a seconda del proprio stadio di sviluppo.

Poi nella giornata di giovedì, la svolta. Dopo intense negoziazioni con l’EU, il capo negoziatore Xie Zhenhua ha accettato di  fatto di prendere le distanze dal  blocco dei paesi in via di sviluppo, adeguandosi a regole universali, “a patto che i paesi sviluppati ci aiutino”, ha dichiarato. “I paesi in via di sviluppo hanno anch’essi diversi livelli di capacità. Alcuni di essi hanno bisogno di maggiore flessibilità, mentre altri potrebbero fare di più e accettare standard uniformi. Con un maggiore supporto dato ai paesi in via di sviluppo, essi saranno in grado di soddisfare le richieste prima e più velocemente” ha aggiunto Xie Zhenhua.

Il passo successivo è stato mettersi al lavoro per allineare le novità al draft di documento finale. La delegazione dell’EU ha ripreso intensi dialoghi con varie rappresentanze nazionali nell’intento di fare passare questa novità, i cui contorni sono ancora poco chiari,  e con il fine di raggiungere una massa critica di paesi sviluppati e in via di sviluppo per andare alla plenaria di oggi in posizione di forza.