L’interrogativo é lecito, poichè lo scenario della diplomazia globale sul clima ha di recente subito repentini e inimmaginabili cambiamenti.

A destabilizzare la situazione che si era venuta a creare a seguito della firma dagli accordi di Parigi, cambiando nettamente le carte in tavola e mettendo la Cina in una situazione complicata, gli Stati Uniti che hanno imboccato la china pericolosa del negazionismo in tema di cambiamenti climatici, ritirandosi dall’accordo sul clima.

Lo scenario internazionale si è ulteriormente complicato all’indomani della clamorosa vittoria di Bolsonaro in Brasile. Il candidato dell’estrema destra promette di seguire le orme di  Trump, vuole fondere il Ministero dell’Ambiente con quello dell’Agricoltura e dichiara che “in Amazonia ci sono troppe aree protette che rappresentano un freno allo sviluppo”. Con lui al potere, il Brasile, che nel 1992 ha ospitato la prima conferenza mondiale dei capi di Stato sull’ambiente e accoglie un terzo delle foreste pluviali rimaste sul pianeta, promette di fare passi indietro giganteschi sulla questione ambientale.

Le lancette dell’orologio scorrono e di tempo ne è rimasto poco per agire. Lo dice il recente rapporto speciale del Panel Intergovernativo sui Cambiamenti Climatici (IPCC) reso da poco pubblico, e che spiega come ci rimangano solo una dozzina di anni per tentare di contenere l’aumento delle temperature entro i 1.5 C rispetto ai livelli pre-industriali, prima che le conseguenze per il pianeta siano irreversibili.

In una scena globale sul clima che si va man mano spopolando dei suoi attori principali, il cerino rimane in mano alla Cina. Riuscirà il paese a mantenere la barra dritta e a onorare gli impegni presi a Parigi? Ma soprattutto vorrà Pechino conservare la leadership nella diplomazia climatica, scettro che ha assunto con il disimpegno degli Stati Uniti, e che gli è valso il biglietto di invito nel gotha delle grandi potenze mondiali?

I dubbi aumentano se si considera che la Cina è al momento impegnata su vari fronti delicati. Deve arginare le imprevedibili mosse del Presidente degli Stati Uniti nella guerra commerciale che promette di durare a lungo. Sul fronte esterno c’è il progetto della Belt and Road da portare avanti diplomaticamente e con coerenza e da seguire nel suo sviluppo globale. In più l’Africa, dove i 60 miliardi di dollari di investimenti promessi in occasione dell’ultimo Summit Sino-Africano, devono effettivamente arrivare.

Sul fronte interno Xi Jinping è impegnato nella lotta contro la corruzione che continua a fare vittime illustri, ultima il direttore dell’Interpol Meng Hongwei, in mano alle autorità con accuse di corruzione e di cui non si sa più nulla. C’è poi la delicata questione dello Xinjiang che tiene Pechino parecchio impegnato.

Non è passato molto da quando Xi Jinping dichiarava che la volontà della Cina è di essere un “Partecipante, collaboratore e leader nelle questioni ambientali globali”. Concetto che l’inviato speciale per il clima Xie Zhenhua ha ribadito in occasione del Global Climate Action Summit tenutosi a settembre a San Francisco. “Indietro non si torna e la Cina non rinegozierà gli impegni presi a Parigi“, queste le sue parole. Un passo indietro ora sarebbe imbarazzante e difficilmente giustificabile, in primis ai cittadini cinesi che la questione ambientale la vivono sulla loro pelle quotidianamente.

Sebbene la diplomazia cinese in materia di politiche di cambiamento climatico e di sviluppo sostenibile sia da sempre asservita alle strategie generali vigenti nel paese, chi è addentro alla politica interna cinese, riporta dell’esistenza di un vivace dibattito su come Pechino debba porsi in questa nuova fase.

Due sarebbero le fazioni opposte che convivono in seno all’élite politica. Quelli che vogliono una Cina che mantenga la posizione di leadership in tema di clima. Sono i realisti, che sanno bene che l’ammorbidimento cinese sul clima è valso a Pechino un riconoscimento internazionale e continuano a credere che lo sia ancor di più senza l’America al tavolo delle trattative.

Dall’altra parte, a tirare la giacca a Xi Jinping sono i conservatori, quelli che rifiutano la logica del doppio binario che si fonda sull’idea di bilanciamento tra le necessità interne della Cina e le sue aspirazioni internazionali. Questa fazione guarda alle esigenze immediate del paese e preme per abbracciare una formula del “China First”, perché al momento c’è in ballo ben altro che il destino del pianeta.

Purtroppo sulla questione clima, non sono possibili scorciatoie. O dentro o fuori, tanto più se si è il primo emettitore di gas serra al mondo. Quale delle due linee si imporrà, lo scopriremo probabilmente nel settembre 2019, quando il segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres riunirà il Summit sul clima, un evento per tirare le somme di quanto fatto e che ha come claim ‘A Race We Can Win. A Race We Must Win’.

Se la vinceremo o meno, dipende molto dalla Cina.