Il mese di luglio stava per volgere al termine quando le autorità navali ecuadoriane hanno individuato una flotta di 340 pescherecci cinesi nei pressi dell’arcipelago delle Galapagos, una vera e propria armata che procedeva con le attività di pescaggio al limite massimo consentito in un’area protetta. Oggi questi vascelli sono ancora presenti nella regione e hanno riacceso il dibattito sulla pratica dell’overfishing – il sovrasfruttamento delle risorse ittiche in una determinata area, da parte dell’industria cinese. Attivisti ed enti per la protezione ambientale si sono indignati molto per la presenza massiccia di navi per la pesca industriale che minaccia l’ecosistema con l’uccisione di quantità eccessive di pesci e molluschi, oltre a lasciare dietro di sé una mole di rifiuti che affiorano sulle spiagge e nelle reti da pesca dei locali. Il caso delle Galapagos non è isolato: a inizio settembre la lobby di pescatori Pakistan Fisherfolk Forum (PFF) ha denunciato l’arrivo di una ventina di navi da pesca cinesi nelle Zone Economiche Esclusive (ZEE) delle province del Sindh e del Belucistan, denunciando come la pesca intensiva abbia ridotto le riserve di pescato del 72% rispetto all’anno scorso. Casi simili si sono ciclicamente ripetuti nell’ultimo decennio sulle acque intorno a Timor Leste, Filippine, Nuova Zelanda: tutti risolti con poco di fatto, se non la denuncia e la segnalazione delle aziende coinvolte, che se la sono cavata con il pagamento di una mora o l’allontanamento dalle zone interessate per tornare successivamente con identificativi e diari di bordo alterati per impedirne il riconoscimento.

La Cina non è l’unica nazione a monopolizzare la pesca in acque internazionali, anche se il numero di stati egemoni nel settore è incredibilmente basso: sei. Secondo una ricerca pubblicata su Science Advances, Cina, Taiwan, Giappone, Spagna, Indonesia e Corea del Sud detengono circa l’80% dei vascelli per la pesca internazionale in alto mare. Questi dati rivelano un trend in rapida ascesa, coerente con il crescente potere d’acquisto dei cittadini asiatici. Un report dell’Asia Research and Engagement (ARE) sul consumo di proteine in Asia ha infatti previsto una crescita negli acquisti di carne e pesce del 78% entro il 2050. Tra questi, la Cina è il paese che preoccupa maggiormente. Il suo peso demografico e le ampie risorse politiche ed economiche permettono alle aziende cinesi di mantenere una presenza significativa nell’ambito della pesca in acque internazionali, contando una flotta di almeno 3000 pescherecci industriali (secondo i limiti imposti dal tredicesimo piano quinquennale): la più grande al mondo. Le misure prese dal governo cinese per limitare i danni d’immagine dovuti alle molteplici denunce internazionali sono proclami che aggirano il problema. Un esempio eclatante è il recente divieto stagionale per la pesca dei calamari in determinate acque tra il Pacifico e l’Atlantico del Sud. Le restrizioni definiscono periodi di tempo e aree dove, di fatto, né la Cina né gli altri paesi pescano i calamari perché inutile: “È come se la Cina avesse messo un divieto di pesca sulla luna”, hanno risposto gli attivisti su Twitter. La mancanza di misure di scrutinio internazionale davvero efficaci per contrastare queste attività, unite all’instabilità politica della maggior parte dei paesi coinvolti, rende difficile contrastare un fenomeno che non farà che crescere nei prossimi decenni e rischia di mettere le nazioni asiatiche e sudamericane le une contro le altre.

I casi che riguardano le attività di overfishing cinesi sono da tempo noti attraverso le immagini satellitari che mostrano come i pescherecci industriali cinesi siano largamente distribuiti in diverse aree dell’Asia Pacifico, a partire dalle coste intorno alla Corea del Nord fino all’America del Sud. E sono gli stessi rilevamenti satellitari a preoccupare il vicinato. Gli ultimi mesi, infatti, sono stati particolarmente intensi nelle acque dell’Asia Pacifico: le tensioni tra Stati Uniti e Cina hanno lentamente coinvolto i paesi della regione in una spirale di tensioni geopolitiche frutto di decenni di dispute territoriali, incerti diritti di sovranità e gestione ambigua delle risorse naturali nelle ZES di ciascuna nazione che si affaccia sul Mar Cinese Meridionale.

Nella sua annuale analisi sullo stato della People’s Liberation Army (PLA) il Pentagono ha evidenziato il rapido sviluppo delle tecnologie militari della Cina nel campo dell’aviazione e della marina, prestando attenzione anche al fenomeno della militarizzazione dei pescherecci industriali cinesi. Il coinvolgimento dei civili nel Mar Cinese Meridionale viene effettuato tramite la pratica cinese di avanzare una flotta militarizzata su navi civili di proprietà statale. La stessa People’s Armed Forces Maritime Militia (PAFMM) è una coalizione di riserva civile che opera abitualmente noleggiando imbarcazioni civili: un fattore che rende sempre più ambigua la natura di certe spedizioni industriali al largo delle coste cinesi e in punti altamente strategici nello scacchiere del Mar Cinese Meridionale e del Pacifico. I sospetti sono inoltre rafforzati dalla presenza di navi ben equipaggiate e di missioni esplorative (in particolare per il rilevamento giacimenti di petrolio e gas sottomarini) intorno agli atolli e alle piccole isole contestate storicamente dal governo cinese.

Le nazioni più assertive del gruppo ASEAN hanno già fatto sentire la propria voce in capitolo, capitanate dal ministro degli affari esteri del Vietnam Pham Binh Minh che ha ribadito la sicurezza del Mar Cinese Meridionale come priorità assoluta durante il meeting virtuale dell’organizzazione tenutosi la settimana scorsa. Nonostante esista una convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS) ratificata dagli stati del Sudest Asiatico e dalla Cina, si ritiene necessario provvedere a un nuovo codice di condotta per le acque territoriali dell’Asia Pacifico tra Cina e ASEAN, a oggi ancora in discussione tra le parti. Una cosa è certa: i trend di crescita economica della regione asiatica influenzeranno sempre di più le dinamiche sulla gestione delle risorse naturali e degli assetti strategici di ciascuno stato coinvolto e quello che verrà stabilito nei prossimi mesi potrebbe non superare mai lo stato di impasse attuale.