Da più di 20 anni il simbolo del FSC, un albero stilizzato, assicura al consumatore finale che legno e carta acquistati provengano da produzioni che rispettano 10 principi tra i quali il rispetto della biodiversità negli ecosistemi e i diritti delle comunità locali e dei lavoratori delle stessi.

Già l’anno scorso in un articolo pubblicato sulla rivista Yale Environment 360 si dava conto dei dubbi espressi da alcune organizzazioni di advocacy ambientale come la Environmental Investigation Agency, sull’efficacia dimostrata dallo Forest Stewardship Council nel proteggere le foreste tropicali e si portavano ad esempio una serie di casi in diversi paesi in cui FSC è uno specchietto delle allodole per traffici illeciti di legname, sottolineando la debolezza intrinseca della governance dell’organizzazione. In tutti i casi, la Cina, il più grande importatore e consumatore di legname al mondo, appariva come lo snodo principale.

A rimettere oggi in discussione la credibilità del FSC e a riportare la Cina al centro delle speculazioni è un’inchiesta condotta da Sixth Tone, collettivo di ricercatori e giornalisti cinesi legato al gruppo Shanghai United Media Group e collegato alla rivista The Paper o Pengpai (澎湃).

L’inchiesta, condotta nel corso del 2018 e appena pubblicata, ha preso in considerazione 9 fabbriche di legname in diverse parti della Cina, con sopraluoghi e interviste. In ben 7 casi è stato possibile constatare e avere conferma di partite di legname illegali, appartenenti ad esempio a tipologie a rischio di estinzione, con una provenienza non certificata.

Il processo è il seguente: la Cina importa legname da paesi considerati a rischio come Congo e Papua Nuova Guinea. In quei contesti a basso grado di legalità, alti livelli di corruzione, preoccupante track record per quanto riguarda le violazioni dei diritti umani e dei lavoratori, basso livello di governance e di implementazione delle regolamentazioni ambientali, la deforestazione e il commercio illegale sono all’ordine del giorno e qualunque controllo delle foreste su larga scala risulta impensabile.

Una volta giunti in Cina i carichi vengono “ripuliti” e attribuito loro il bollino e i documenti che ne attestano l’aderenza ai rigidi standard previsti dal Forest Stewardship Council.

Secondo quanto scoperto da Sixth Tone, la pratica di greenwashing avviene alla luce del sole. “E’ una pratica abituale” hanno commentato gli intervistati, “E’ quello che richiede il mercato”.

Non si tratterebbe però di una frode ai danni dei clienti finali ma di una pratica condotta in accordo con gli stessi. “I clienti europei sono interessati ad avere legno certificato FSC ma non sono disposti a pagare il mark up che questo comporta.” spiega candidamente uno degli intervistati. Si calcola infatti che la certificazioni comporti un costo addizionale del 15 -20%.

Ecco che la Cina, quale centro di snodo dei commerci internazionale è anche un contesto privo di regole e di una legislazione chiara sulla trasparenza e la tracciabilità della catena del valore, dove pratiche come la due diligence sono ancora l’eccezione, rendendola il contesto ideale per questo genere di situazioni.

Lo Forest Stewardship Council, ben consapevole della situazione e della perdita di credibilità che i propri standard stanno conoscendo a livello globale, sta correndo ai ripari in vari modi. L’utilizzo della tecnologia blockchain pare essere una delle soluzioni più praticabili, rendendo completamente trasparente la catena del valore, tracciata passo per passo. Ma ci vuole tempo e nel frattempo non rimane che fare ispezioni, e investire in formazione sui partner locali dai quali dipende l’implementazione degli standard e che sono spesso considerati un ostacolo.