La Nuova Via della Seta è un progetto mastodontico. La via eurasiatica che mette la Cina al centro del mondo abbraccia 70 paesi in 3 continenti, coinvolgendo il 40% delle terre emerse, interessando un’area che produce un terzo del PIL mondiale e dove sono concentrate il 75% delle riserve energetiche globali. Insomma quello che accadrà sulla Via della Seta potrà cambiare i destini del mondo, o quantomeno quelli dell’ambiente.

Il cuore economico del progetto è costituito dalle infrastrutture: trasporti, telecomunicazioni, energia. Tradotto in realtà sono strade, ferrovie, dighe, ponti, parchi industriali, impianti costruiti nei paesi coinvolti, a puntellare i corridoi della via terrestre e di quella marittima.

Ma può un’iniziativa di queste dimensioni e portata geopolitica svilupparsi, preservando il precario equilibrio socio-ambientale del nostro pianeta? E’ possibile per i paesi coinvolti rispettare i target climatici imposti dall’accordo di Parigi che, ricordiamo mira a contenere l’aumento della temperatura terrestre entro i 2 °C e possibilmente nella soglia di 1,5 °C? Sono domande sulle quali la comunità scientifica si sta interrogando da tempo.

Xi Jinping nelle sue narrazioni sulla Via della Seta, parla spesso di sostenibilità, presentando La Via della Seta in più occasioni come “verde, sana, intelligente e pacifica”. Non basta, la Cina sostiene che la Belt & Road faciliterà anche l’avanzamento dei 17 obiettivi di sviluppo sostenibile (SDGs) elaborati dalle Nazioni Unite nell’Agenda 2030. Energia rinnovabile, lotta alla povertà, accesso all’energia, nuove occasioni di crescita economica sostenibile per le economie in crescita coinvolte, nel rispetto dell’ambiente e delle comunità locali, questo il messaggio cinese sulla Via della Seta.

A sostegno di queste lodevoli intenzioni, Pechino ha elaborato delle Linee Guida per gestire i rapporti con i partner commerciali ma che sono ancora lontane però dall’essere utilizzate con rigore. Le banche cinesi, vere protagoniste della strategia di sviluppo, si trovano a loro volta in difficoltà nel fare rispettare le Green Credit Guidelines che prevedono studi di impatto ambientale e sociale e consultazione diretta degli stakeholder locali preventivi alla concessione dei prestiti sui progetti.

La World Bank e altri organismi internazionali, avvertono come molti dei paesi coinvolti nella Nuova Via della Seta abbiano deboli sistemi di governance e legislazioni ambientali meno stringenti di quelle esistenti in Cina oggi, oltre che scarsi livelli di controllo e monitoraggio sul loro rispetto. Attualmente la Cina è coinvolta in almeno 240 progetti legati al carbone in 25 paesi tra cui Bangladesh, Pakistan, Serbia, Kenya, Ghana, Malawi, and Zimbabwe con altri a venire in Egitto, Tanzania, Zambia. Pechino porta capitali nel rispetto delle giurisdizioni locali, alzando e abbassando quindi i paletti a seconda delle singole situazioni e di fatto adottando un doppio standard, almeno in ambito ambientale.

Seguendo il flusso dei capitali si scopre poi che, a partire dal 2000, le banche cinesi coinvolte nel finanziamento della B&R (per citarne alcune China Development Bank, Export-Import Bank of China, Industrial and Commercial Bank of China), hanno ad oggi sì investito 160 miliardi di dollari in progetti energetici oltre muraglia, ma di questi l’80% riguardano impianti a combustibile fossile, mentre solo il 3% in solare ed eolico e il 17% per mega-progetti idroelettrici, spesso oggetto di attriti con le popolazioni locali come in Birmania, LaosVietnam. 

Oltre all’energia, le infrastrutture, valvola di sfogo per il surplus di settori in sofferenza come quello del cemento e dell’acciaio. Per molti il rischio consiste nel ritrovarsi con una “rust belt” euroasiatica, puntellata di infrastrutture obsolete, troppo costose da mantenere e alla lunga sottoutilizzate, stranded asset che si mangeranno i profitti delle compagnie e indebiteranno ancor più le economie coinvolte, rendendo impossibile il raggiungimento dei target paese per il contenimento delle emissioni.

Isabel Hilton editor di China Dialogue, una delle voci più autorevoli sulla situazione dell’ambiente in Cina, non usa mezzi termini e in un editoriale pubblicato su Yale Environment 360, afferma che: “La Belt & Road ha il potenziale per trasformare le economie dei paesi che vi hanno aderito. Ma ha anche il potenziale per gettare il mondo in una catastrofe climatica”. Le fa eco l’economista Nicholas Stern che avverte ” Se i paesi aderenti alla B&R dovessero adottare un modello di sviluppo come quello cinese, le emissioni raddoppierebbero, rendendo impossibile raggiungere i target fissati dall’Accordo di Parigi”.

I rischi sono innumerevoli, non solo inquinamento ma impatto sugli ecosistemi animali e vegetali e sugli equilibri sociali delle comunità che vivono in prossimità delle aree interessate dai progetti. La Duke University e la World Bank hanno provato a fare una lista, distinguendo tra rischi diretti e indiretti. Sei i primi sono quelli immediati sull’ambiente e gli ecosistemi naturali ed umani derivanti dalla costruzione delle infrastrutture, i rischi indiretti, chiariti anche da un report del WWF sono quelli di lungo termine generati dell’operatività delle infrastrutture stesse.

Gli analisti finanziari di Carbon Tracker hanno calcolato che per far sì che i termini dell’accordo di Parigi vengano rispettati è necessario che si abbandoni il carbone entro il 2040. Così come si presenta oggi la Nuova Via della Seta, rischia di allontanarci da questo che potrebbe essere il nostro ultimo obiettivo.

Se solo volesse, la Cina potrebbe nei suoi investimenti esteri farsi promotrice di un nuovo modello di crescita verde basato sulle tecnologie innovative, che è quello che sta perseguendo a livello domestico. Imporre un nuovo ordine non solo geopolitico ma anche sostenibile farebbe veramente del paese e della Nuova via della Seta un progetto rivoluzionario.