Del primato cinese sui veicoli elettrici sulle sue ragioni e proiezioni future abbiamo già parlato in maniera esaustiva qui e qui. Poco si è detto invece dello stadio di sviluppo dei veicoli a guida autonoma, una rivoluzione che promette di scardinare i pilastri della mobilità come l’abbiamo conosciuta fino ad oggi, attuando una convergenza tra ambiti diversi: automotive, trasporti, big data e intelligenza artificiale.

“I veicoli a guida autonoma saranno quasi sicuramente alimentati dall’energia elettrica“ racconta Marco Percoco, direttore di Green centro di ricerca sulla geografia, le risorse naturali, l’ambiente, l’energia e le reti  dell’università Bocconi “il loro uso è importante perché promettono di ridurre la congestione urbana, abbattendone i costi relativi e diminuendo l’inquinamento”.

La guida autonoma promette di ottimizzare il flusso del traffico portando a una riduzione netta di consumi ed emissioni. “Altra leva importante è quella della sicurezza, con 1.35 milioni di vittime della strada nel mondo nel solo 2016 e studi che suggeriscono che l’errore umano sarebbe la causa di almeno 9 decessi su 10, la guida autonoma sembra un miraggio specie in contesti a scarso rispetto delle regole stradali” aggiunge Percoco.

E la Cina, come procede rispetto ai veicoli a guida autonoma? Secondo l’Autonomous Vehicles Readiness Index 2019 recentemente stilato da KPMG, la Cina occuperebbe il ventesimo posto nella classifica dei paesi impegnati a sviluppare tecnologie driverless. Pechino si piazza ben lontano dalle vette occupate da Olanda, Singapore e Stati Uniti. Le ragioni per un risultato così mediocre sono da attribuirsi, secondo il Report, alla carenza di tecnologie appropriate e alla difficoltà di condividere dati per l’innovazione.

Classifiche a parte, quello che si muove in Cina intorno agli Zhìnéng wǎng lián qìchē (智能网联汽车), la versione cinese dei veicoli a guida autonoma, è qualcosa di perfettamente in linea con le priorità di Pechino. Lo sviluppo di una driverless mobility permetterebbe infatti al paese di combinare con successo tre pilastri della Nuova Cina di Xi Jinping quali: intelligenza artificiale, salvaguardia ambientale e potenziamento dell’industria automobilistica domestica.

Il mercato cinese sembra essere più che pronto ad accogliere i veicoli a guida autonoma. Una predisposizione all’utilizzo di nuove tecnologie, scarso amore per la guida, bassi livelli di  diffusione della proprietà dei mezzi di trasporto, minima attenzione per le implicazioni etiche che l’uso di veicoli a guida autonoma potrebbe avere, sono tra le ragioni alla base di una risposta positiva in più dell’80% degli intervistati cinesi dall’2018 Autonomous Driving Syndicated Report realizzato da Nielsen.

Negli ultimi anni sono stati erogati 7 miliardi di dollari di fondi per lo sviluppo dei driverless vehicles e i grandi player dell’universo digitale cinese, Baidu, Tencent e Nio sono già al lavoro con prototipi e prove su strada, nell’ambito del trasporto passeggeri ma anche delle auto private. Anche Waymo e Tesla non sono rimasti a guardare, mettendo base in Cina pronti a prendere la volta una volta che la tecnologia lo renderà possibile.

Su tutto l’occhio vigile del governo che ha prodotto un corpus di guidelines per incanalare lo sviluppo del settore che sta procedendo con una declinazione regionale, con le varie città che si spartiscono centri di sviluppo e sperimentazioni, Baidu e Pechino, Ali Baba a Shanghai e Tencent a Shenzhen.

Chi ha letto queste guidelines giura che sia completamente assente ogni preoccupazione o afflato etico che invece nel mondo occidentale rappresenta una barriera al completo dispiegamento delle tecnologie driverless. Non esiste infatti in Cina quella pretesa di perfezione così diffusa in occidente. Le tecnologie driverless devono essere disponibili, diminuire gli spaventosi numeri degli incidenti stradali sulle strade cinesi e le infinite ore di commuting (solo per i pechinesi si tratta di 1,3 ore in media), la pretesa che siano infallibili è semplicemente assente.

In cosa consista parte della questione etica relativa ai veicoli a guida autonoma lo spiega bene Percoco: “Il sistema di guida autonoma per funzionare si dovrà basare su principi di connettività tra i veicoli stessi che andranno gestiti da un cervellone, un algoritmo che regolerà i flussi di traffico”. E continua “Gli obiettivi che vengono fissati per l’algoritmo, pongono una serie di questioni relative all’equità nel campo dei trasporti. Quando si ha ad esempio un algoritmo efficientista (che è poi quello che informa tutte le decisioni pubbliche) per limitare la congestione delle strade, è necessario che vengano fatte delle scelte che agevolino la circolazione di determinati soggetti (veicoli) rispetto ad altri. La scelta cade generalmente sui soggetti più produttivi, introducendo una forte iniquità poiché la discriminante diviene il reddito”.

Certamente l’algoritmo potrebbe anche essere tarato in maniera favorevole a una serie di soggetti “deboli”, pensiamo ai disabili, ai mezzi di emergenza, ma rimane una variabile approfondire. A farlo ed ad andare oltre ci ha pensato l’MTI di Boston che ha messo a punto il più ampio studio mai realizzato sull’etica dei veicoli autonomi. Si chiama “Moral Machine” e attraverso simulazioni con diversi scenari, misura le variazioni nei principi morali che guidano le decisioni di un guidatore.

I risultati del test che sono stati pubblicati sulla rivista Nature, hanno riportato in auge un vecchio dibattito mai risolto sulle influenze della dimensione culturale nelle scelte etiche. Chi guida un veicolo si trova nella condizione di poter compiere delle scelte di natura etica che gli studiosi hanno dimostrato dipendere molto dal background culturale del singolo. Per la Cina ed altre culture Confuciane e a forte connotazione dirigista ad esempio, le simulazioni hanno mostrato che, messi nella condizione di dover scegliere, la vita di un pedone vale in genere meno che in altri contesti, così come vale più la vita di un anziano rispetto a quella di un giovane, ad esempio.

Per raggiungere l’obiettivo finale che Pechino ha ottimisticamente fissato per il 2030, anno in cui  intende avere un parco macchine a guida autonoma o ibrida di 30 milioni di veicoli, vi sono difficoltà di ordine pratico tipicamente cinesi: come il sistema di segnalazioni complicato e non standard e una popolazione di guidatori tendenzialmente indisciplinata che potrebbe rendere il periodo di transizione al driverless più lungo del previsto.

La corsa di Pechino alla guida autonoma seppur silenziosa continua, e non abbiamo dubbi che il futuro ci riserverà delle sorprese.