Frigoriferi Xingxing, vettovaglie di ogni genere, e sopratutto scarpe e capi in pelle. Il Dordoy Bazaar, il più grande mercato di tutta l’Asia Centrale, poco fuori Bishkek, rigurgita cineserie  importate da Pechino e Urumqi, la capitale provinciale della regione autonoma dello Xinjiang, per poi essere rivendute ai grossisti provenienti da Russia, Kazakistan e paesi vicini. Si tratta di un commercio che frutta tra i 5 e i 10 miliardi l’anno, a cui si aggiunge un business informale (pari a circa un terzo del Pil kirghiso) che vede sedicenti “turisti” scavalcare il confine con la Cina carichi di valige belle piene al fine di dribblare i dazi doganali.

Per Bishkek non è una semplice questione d’affari ma di vera e propria sopravvivenza. L’economia kirghisa è vincolata indissolubilmente al generoso apporto dei player regionali. Le rimesse dei lavoratori stagionali da Russia e Kazakistan contano ogni anno per il 25-30 per cento del Pil kirghiso. Il che rende il paese centroasiatico particolarmente esposto all’andamento ondivago di fattori esterni quali i turbolenti rapporti tra Mosca e Occidente, il crollo dei prezzi del petrolio, la svalutazione del rublo e del tenge, la moneta kazaka. Da qui l’esigenza di destreggiarsi con abilità funambolica per evitare il totale assorbimento nell’orbita moscovita. Finora il salvagente Cina è servito allo scopo. In futuro chissà.

La nuova incognita si chiama Unione economica eurasiatica (UEE), piano di ricomposizione economica varato da Vladimir Putin con l’intento di rendere l’evanescente comunità post-sovietica degli Stati indipendenti (CSI) qualcosa di più solido. Un giorno, addirittura di riunirla sotto una moneta unica. Bishkek vi ha aderito a dicembre con l’avvallo dell’opinione pubblica migrante e rurale. Quella, per interessi economici, più vicina a Mosca. Cosa ne sarà dell’altra, quella che campa commerciando con la Cina, non è dato sapere. Certo è che l’ingresso nell’Unione prevede l’imposizione di tariffe doganali sulle importazioni dai paesi non-membri (ovvero tutti meno Russia, Bielorussia, Armenia e Kazakistan), che rischiano di inceppare quel circolo virtuoso di import-(ri)export tra i due lati dei monti Tian Shan. Senza contare che le barriere legali derivanti dalla discrepanza tra leggi kirghise e regolamenti UEE potrebbero complicare la realizzazione dei grandi progetti infrastrutturali “Made in China” di cui il paese ha terribilmente bisogno.

A tali inconvenienti Mosca e Astana stanno cercando di ovviare con un pacchetto di aiuti da 300 milioni di dollari, che tuttavia difficilmente riuscirà a risollevare le previsioni a tinte fosche per il 2015: stando alle proiezioni degli analisti, l’economia nazionale crescerà ad un ritmo dell’1,7 per cento, mentre nei primi nove mesi del 2014 gli investimenti diretti esteri cinesi in Kirghizistan avevano già registrato un calo del 35 per cento.

Le cose potrebbero cambiare nel momento in cui Russia e Cina provvederanno a realizzare quello che i rispettivi leader hanno recentemente definito “uno spazio economico comune”, aprendo le porte a uno sviluppo coordinato tra l’UEE e la Silk Road Economic Belt, la cintura economica con cui Pechino aspira a dinamizzare gli scambi attraverso l’Eurasia passando per l’Asia Centrale. L’obiettivo finale, ancora piuttosto remoto, è quello di raggiungere le condizioni per un accordo di libero scambio tra l’Unione e la seconda economia del mondo. Nella nebulosità dei comunicati ufficiali, il primo segno tangibile consiste nell’avvio di trattative commerciali con l’Eurasian Economic Commission, l’organo sovranazionale della nuova associazione. Una mossa che presuppone il riconoscimento dell’UEE come interlocutore privilegiato e la volontà cinese di trattare direttamente con il blocco; non più su base bilaterale con i singoli membri.

Dopo una primo approccio attendista, il Cremlino sembra ormai rassegnato a tollerare l’attivismo cinese in quello che considera ancora il suo cortile di casa. Il patto non scritto -suggeriscono gli esperti- potrebbe prevedere una spartizione delle incombenze con il Dragone nei panni di finanziatore dello sviluppo regionale (in tempi di sanzioni, Mosca non sarebbe nella posizione di sborsare granché) e la Russia nel ruolo di “security provider”. Ruolo che di fatto già ricopre attraverso l’Organizzazione del Trattato per la sicurezza collettiva (OTSC), il tradizionale strumento politico-militare con cui l’Orso cerca di tenere vicine a sé le repubbliche ex-sovietiche. “Cerca” dal momento che l’Uzbekistan si è da tempo defilato e il Turkmenistan non vi ha mai aderito. Stando a questa scuola di pensiero, quella economica è soltanto una fase preparatoria in attesa che l’Unione riesca a ricompattarsi in un nuovo animale dai connotati più politici -con inquietanti seppur vaghi rimandi ai fatti di Crimea.

Nonostante sia presente nella regione attraverso la Shanghai Cooperation Organisation (SCO) e la Conference on Interaction and Confidence-Building Measures in Asia (CICA), non è un mistero che Pechino abbia di norma preferito delegare ad altri (leggi: Russia e Stati Uniti) le responsabilità legate al mantenimento della stabilità oltreconfine. Questo sopratutto per evitare di dover trasgredire al principio cardine della sua politica estera: quello della non ingerenza negli affari interni degli altri paesi. Eppure recentemente la Cina ha dato segno di ambire a una posizione di coscienzioso stakeholder globale, potrebbe controbattere qualcuno. Vero. Ma -stando ad un aggiornatissimo rapporto dell’Institute for Security & Development Policy di Stoccolma- l’apporto cinese nell’area rimane funzionale alla sicurezza interna (ovvero del Xinjiang) e ad ogni modo “modesto”, principalmente a causa della “debolezza delle istituzioni centroasiatiche, della relativa debolezza delle forze armate cinesi e forse, fattore ancora più importante, della paura di alienarsi le simpatie di Mosca”. Ma facciamo un passo indietro.

All’indomani della caduta dell’Urss, l’emergere di un inaspettato vuoto di potere ha calamitato l’attenzione degli attori regionali sull’Asia Centrale, ultimo spicchio d’Eurasia in grado di offrire ancora risorse naturali a volontà e un potenziale geostrategico inespresso. L’attentato dell’11 settembre è arrivato nel momento giusto. La necessità di disseminare basi logistiche con cui puntellare le operazioni in Afghanistan ha spinto l’Occidente democratico a corteggiare i regimi autoritari locali, anche a costo di chiudere un occhio davanti alla spinosa questione dei diritti umani. Si è cominciato a parlare di un nuovo Grande Gioco nel “cuore dell’Asia”, non più disputato da Impero britannico e Russia zarista per il dominio sull’India, bensì da Stati Uniti, Russia e Cina per il controllo di gas, petrolio e rotte commerciali. Poi la guerra è finita.

Lo scorso anno gli Stati Uniti hanno chiuso la base di Manas, in Kirghizistan; quella più vicina al confine cinese, nonché l’ultima nella regione dopo l’espulsione dall’Uzbekistan in risposta alle critiche mosse da Washington contro Tashkent all’indomani del massacro di Andijan, nel 2005. E quella che è stata recentemente annunciata urbi et orbi come una “nuova politica americana in Asia Centrale” non sembra altro che una versione imbellettata della New Silk Road, lanciata senza troppo successo da Hillary Clinton quattro anni or sono. Basta dire che, a un anno dal ritiro delle truppe statunitensi dal territorio kirghiso, di stelle e strisce non ve n’è più l’ombra. Non soltanto a Bishkek, ma nemmeno nei pressi di Manas.

La Russia, al contrario, è ancora militarmente attiva in Kirghizistan, Kazakistan e Tagikistan, dove si prepara ad incrementare la propria presenza del 50 per cento -ufficialmente- per far fronte alla nuova escalation di violenza nel vicino Afghanistan. Ma non è tutto. Dotata di “un’artiglieria mediatica” senza pari nella regione, guadagna terreno nella battaglia ideologica facendo leva su un conservatorismo xenofobo che ben si sposa con l’insofferenza popolare verso il bagaglio ideologico esportato dall’Occidente a discapito dei “nostri valori nazionali”. Se l’Uzbekistan si acciglia davanti alle celebrazioni di Halloween e disprezza il rap definendolo “musica satanica creata dalle forze del male per portare i giovani nei paesi occidentali al totale degrado morale“, persino il Kirghizistan, una volta considerato il più liberale degli “stan”, sta assorbendo una serie di politiche di derivazione putiniana che minacciano di colpire duro Ong e diritti gay. Cartina tornasole di una strategia d’ingerenza soft a base d’intelligence nota fin dal 2011 con il nome di “Kyrgyz project”.

Finora la Russia ha osservato con inquietudine l’avanza cinese in Asia Centrale, ma ha continuato a ritenerla preferibile ad una presenza americana. Tuttavia, come gli Stati Uniti si stanno defilando dal ‘cuore dell’Asia’, probabilmente Mosca reclamerà un po’ dell’influenza persa a vantaggio di Pechino e Washington”, ci diceva tempo fa Nicklas Norling, research fellow del Central Asia-Caucasus Institute presso la Johns Hopkins University.

A rimetterci potrebbe essere sopratutto la cara vecchia SCO, considerata da Pechino la sua organizzazione multilaterale di punta e in attesa di accogliere per la prima volta dal 2001 nuovi membri (India e Pakistan. Prossimamente, in caso di accordo sul nucleare, forse anche Iran). “La Cina è stata chiaramente il motore trainante dell’organismo con Mosca come passeggero riluttante“, prosegue Norling, “l’agenda della SCO ha portato benefici alla Cina, mentre spesso è andata contro gli interessi russi, sopratutto in Asia Centrale. Se non fosse per il fatto che la SCO ha rappresentato un contrappeso agli enti diretti dagli Stati Uniti ed è servita a ‘gestire’ l’invasione cinese in Asia Centrale contenendone i danni, Mosca probabilmente l’avrebbe già seppellita volentieri. Ora con l’UEE rischia di diventare un’istituzione obsoleta“.

Questo è vero sopratutto alla luce della reticenza dimostrata dal Cremlino davanti al tentativo cinese di estendere alla SCO funzionalità economiche alle quali Mosca riuscirebbe ad adempiere esclusivamente in qualità di “junior partner”. Basta pensare alla proposta (deragliata) di un’area di libero scambio e di un fondo anti-crisi da 10 miliardi di dollari per finanziamenti a breve termine e a basso costo da destinare a progetti prioritari nel settore energetico e delle infrastrutture, a cui la Russia ha scelto di non prendere parte.

Ma se il peso economico del Dragone non ha eguali nella regione, lo stesso non si può dire del suo “potere morbido”. Il “Modello Cina”, quella formula che prevede un governo autoritario più una certa forma di libero mercato, ben si adatta alle inclinazioni dei leader centroasiatici. Ma come spiega a Radio Liberty il giornalista Reid Standish, “la Cina non ha, in Asia Centrale, lo stesso tipo di credibilità e soft power che hanno paesi come la Russia o gli Stati Uniti. E non è qualcosa che può essere realizzato nell’arco di una notte. Né qualcosa che 40 miliardi di dollari in strade e ferrovie sono in grado di creare. E’ qualcosa che ha bisogno di essere costruito nel tempo. Vedremo nel prossimo decennio se la Cina sarà in grado di tradurre la sua influenza economica in qualcosa di più tangibile e di lunga durata.

Tutt’oggi, anche a queste latitudini, il Made in China è sinonimo di scarsa qualità, con buona pace di Pechino che spinge per una cosmesi della propria immagine all’estero rimpiazzando l’export di paccottiglia con prodotti high-end. “Ad arrivare [al Dordoy] sono le merci rimaste invendute in Cina. La gente da queste parti non ha soldi“, ci dice un commerciante di prodotti elettronici della provincia del Fujian, lagnandosi dell’andamento poco profittevole degli affari. Al contempo, la presenza straripante e storicamente radicata di Turchia, India, Iran e Corea del Sud fa presagire un’agguerrita competizione tra il Dragone e attori regionali minori che straborda dagli scaffali dei bazar sconfinando nella geopolitica dell’energia. Ché se di nuovo Grande Gioco si tratta, questo coinvolge ben più di tre rivali.