Sulla lettera dei 网民

In by Simone

<china-files_intro> Pubblichiamo di seguito – e con piacere – un intrigante contributo di Matteo Miavaldi, sulla lettera dei netizens cinesi sul caso Google (versione cinese, italiana, inglese e spagnola). Quando abbiamo iniziato l’avventura di China Files il nostro intento era quello di dare un’informazione sulla Cina in grado di spiegare la complessità di questo paese, senza scendere in facili giudizi basati quasi sempre su un visione in bianco o nero degli eventi. Abbiamo criticato la censura, cercando di fare trasparire, allo stesso tempo, quanto vitale sia il corpo sociale cinese che si esprime attraverso Internet, dando il più possibile voce proprio ai cinesi. La lettera dei wanmin rappresenta una valida cartina di tornasole della complessità cinese, in questo particolare momento storico. Non sono pochi gli osservatori – a breve pubblicheremo una intervista con Kaiser Kuo – a sottolineare alcuni aspetti presenti nella lettera, poco ripresi dai media internazionali. Buona lettura.</china-files_intro>

Dopo aver tradotto la lettera aperta che un gruppo di dissidenti cinesi ha voluto indirizzare nei giorni scorsi a Google ed al governo, credo sia opportuno aggiungere una breve spiegazione, una sorta di guida all’interpretazione di un documento che ben descrive la realtà cinese attuale e il pensiero di milioni di cittadini cinesi.

L’autenticità della lettera, essendo anonima, è praticamente impossibile da provare, come la fonte di quell’87,5% di utenti che avrebbero delegato agli autori il compito di divulgare le loro istanze. E’ un espediente, detto in soldoni, utilizzato per salvarsi la pelle pur esprimendo opinioni non armonizzate, usando una dicitura cara al partito comunista cinese; gli ultimi che hanno sfidato apertamente le opinioni del governo (gli autori di Charter 8 e Ai Weiwei, sono due tra i molti esempi che si potrebbero fare) hanno fatto una brutta fine.

Il fatto che non sia firmata però, non significa che non possa essere espressione di un sentito comune dei netizen cinesi. Credo anzi che il messaggio lanciato da questo gruppo anonimo, nel mondo occidentale non sia proprio arrivato.

Con questa lettera, i wangmin (così si chiamano gli utenti internet cinesi) volevano conquistare un ruolo nella trattativa tra Google ed il governo, cercando di sfruttare la presunta sponda che Google da mesi ha dato l’illusione di offrire. Dagli inizi di gennaio, Mountain View ha scelto di ritagliarsi il ruolo di paladino della libertà, di lottare col popolo cinese per conquistare quei diritti umani che oggi vengono negati dal governo. Il tutto però con un piccolo vizio di forma, che a molti osservatori stranieri è sfuggito: se Google davvero sta lottando per il popolo cinese, qual è stato il grado di coinvolgimento degli utenti cinesi in questa campagna di libertà? Qual è stato l’appoggio che un gigante come Big G ha dato alle comunità clandestine di dissidenti, gente che rischia davvero la vita propria e della propria famiglia per far trapelare informazioni nella rete cinese?

L’impressione è stata quella di un regolamento di conti tra alte sfere, dell’allargamento dello scontro tra Stati Uniti e Cina, in lizza continua per svariati argomenti che hanno nulla a che fare coi diritti umani e le ricerche sui motori di Google: apprezzamento dello yuan, dazi sulle esportazioni cinesi, risoluzioni internazionali sull’inquinamento globale, scambio di favori all’Onu, salvataggi di banche americane e Treasury Bond…in questo marasma, la questione di Google si incastona perfettamente come un altro tassello per fare pressioni su Pechino, smobilitando un’opinione pubblica internazionale disinformata ma pronta a prendere quasi religiosamente le parti di un colosso come Google.

Se il problema dell’informarsi vale per noi, che spesso non siamo riusciti (o abbiamo preferito non farlo) a leggere la questione Google – Cina come parte di un progetto più vasto e complesso, a maggior ragione i dissidenti cinesi hanno accolto la presa di posizione di Google come manna dal cielo, senza il minimo sospetto di essere diventati improvvisamente merce di scambio tra Usa e Cina. A questo proposito, come giustamente viene chiesto nella lettera, come mai lo stato delle trattative a porte chiuse tra Google ed il governo non è mai stato reso pubblico, nemmeno nei media occidentali?

C’è stato chi ha descritto gli autori della lettera come dei “poveri disgraziati” che non si rendono conto di vivere in una dittatura: credo invece che il taglio scelto per questa protesta sarebbe stato estremamente efficace se qualcuno, Google in primis, avesse accettato di coinvolgere l’opinione pubblica nella discussione. Uno dei mantra dei portavoce del governo cinese è che i cittadini hanno garantito il proprio diritto all’informazione dalla Costituzione, fatto formalmente vero.

In quest’ottica, il tentativo di spingere il governo o Google a rivelare quale fosse la legge che ordina la censura e quali ne siano i termini, avrebbe portato probabilmente alla luce la natura illegale ed anticostituzionale del patto che le aziende occidentali (complici in questo delle malefatte della dittatura cinese) sono costrette a firmare per operare in Cina. A questo punto, il discorso si sarebbe allargato oltre al caso Google in sé, risultando in un gran bel grattacapo per la nomenklatura cinese: forse si sarebbe riuscito davvero a far traballare il gigante, magari ricevendo l’appoggio dell’ala moderata e riformista del Partito comunista cinese (davvero credete che siano sempre tutti d’accordo là dentro?), ed infatti questo scenario è stato prontamente dribblato da entrambe le parti in causa, il che la dice lunga sulla dichiarazione di intenti di Mountain View.

Anche dichiararsi a favore della censura non deve essere preso come un elemento di appoggio al governo: la censura, anche in Italia, copre una serie di tematiche sulle quali credo chiunque possa concordare: materiale pedopornografico, siti web che aiutano lo sfruttamento alla prostituzione, apologia del fascismo e del nazismo ecc.

Il trucco nel condividere la necessità della censura stava nel fatto di inchiodare allo stesso tempo il governo a formulare una legge chiara che non gli permettesse, a differenza di quanto accade ora, di decidere arbitrariamente ed in modo ambiguo gli argomenti da oscurare. Non pensiamo che i cinesi siano sempre degli sprovveduti o dei poveri cretini…

Infine, a chi sospetta che la lettera sia stata scritta da un “maldestro funzionario di partito”, è opportuno ricordare che gli addetti al disturbo dialettico del governo, il cosiddetto Fifty Cent Party (nome derivato dal compenso che si dice ricevano per ogni commento pro governo nei blog e nei siti di informazione cinesi), hanno un modo di fare molto più sfacciatamente di parte e, solitamente, sono sostenuti e pubblicizzati molto dagli organi d’informazione governativi (fatevi un giro sul China Daily e date un’occhiata ai commenti, li riconoscerete subito). Questa lettera, nei media mainstream cinesi, è inesistente.

Concludo esortando tutti a riflettere in modo distaccato e senza pregiudizi prima di prendere una posizione netta nelle questioni cinesi: la fiducia ciecamente riposta in Google e le dichiarazioni tranchant lette nei commenti a caldo della traduzione, mi hanno tristemente ricordato gli atteggiamenti della folla di piazza San Giovanni di qualche giorno fa. L’appoggio incondizionato ed acritico a Google rischia di trasformarsi in un nuovo culto, né più né meno pericoloso di quello che dalle nostre parti, Berlusconi ha battezzato come “la religione della libertà”.

* http://cinesate.it/