Sri Lanka – La fine dell’Era Rajapaksa

In Uncategorized by Simone

Maithripala Sirisena è il nuovo presidente dello Sri Lanka. Ha interrotto l’Era Rajapaksa battendo alle urne il proprio compagno di partito che aveva impresso al Paese una svolta da "dittatura soft". Le promesse: lotta alla corruzione, fine al nepotismo e un progressivo allontanamento dalla morsa cinese.
In barba al proverbio, questa volta dopo il due non è arrivato il tre. Dopo quasi dieci anni passati sullo scranno presidenziale, con in mano ben salde le redini del potere e nella testa un disegno per ampliarlo sempre più, Mahinda Rajapaksa, ormai ex capo di Stato dello Sri Lanka, è stato costretto a riconoscere la propria sconfitta nelle elezioni del 7 gennaio.

Anche se nessuno avrebbe potuto prevederlo fino a poche settimane fa, l’ex ministro della Salute e un tempo fedele compagno di partito, Maithripala Sirisena è riuscito, al termine di un’appassionata campagna elettorale, a spodestare il “titolare” di quella che un numero crescente di srilankesi considerava una dittatura soft, conquistando il 51,2 per cento delle preferenze contro il 47,58 del potente e carismatico rivale.

La vittoria di Sirisena è stata da più parti definita storica, avendo posto fine all’Era Rajapaksa, e tanto le sue ragioni che le sue conseguenze, sia sulla politica interna dell’ex Ceylon sia sul piano delle relazioni internazionali dell’isola, meritano di essere analizzate nel dettaglio.

Figlio di un reduce della Seconda guerra mondiale, registrato all’anagrafe con il nome di Pallewatte Gamaralalage Maithripala Yapa Sirisena, il nuovo presidente dello Sri Lanka, è un politico azzimato e sempre composto, che solo nelle foto degli ultimi giorni ha cominciato a sorridere e ad alzare le braccia sopra la testa per salutare i suoi sostenitori.

Ha un passato da attivista, alle spalle un’esperienza da parlamentare e si è seduto sulla poltrona di diversi ministeri prima di venire eletto capo di Stato. Nel 1971, a soli 19 anni, Sirisena è stato arrestato e ha scontato in galera 15 mesi per il suo coinvolgimento in una violenta manifestazione del Janathā Vimukthi Peramuṇa (formazione marxista-leninista) contro il governo.

Successivamente, nel 1989, è entrato in parlamento, dove è stato rieletto nel 1994. Nel 2000 è diventato segretario generale dello Sri Lanka Nidahas Pakshaya, conosciuto a livello internazionale come Sri Lanka Freedom Party (Slfp), il partito di Rajapaksa, che nel 2005, ai tempi del suo primo mandato come presidente, lo ha nominato ministro dell’Agricoltura. Vittima nel 2008 di un attentato da parte del Ltte (le Tigri per la liberazione della patria Tamil) che gli è quasi costato la vita, Sirisena ha trascorso gli ultimi anni della sua carriera politica come responsabile del ministero della Sanità e fino allo scorso novembre è sempre stato un alleato di quello che nel giro di poche settimane si è invece trasformato nel suo acerrimo nemico.

In effetti prima dell’annuncio a sorpresa della sua candidatura, arrivato il 21 novembre, Rajapaksa dava per scontato che il suo avversario sarebbe stato Ranil Wickremesinghe, già sconfitto nel 2005, oppure Chandrika Kumaratunga, anziano quadro di partito che aveva in passato occupato la poltrona presidenziale. Proprio la certezza di poter facilmente avere la meglio su questi deboli avversari, unitamente alla flessione elettorale registrata dal suo partito alle ultime elezioni locali e alla minaccia di una possibile condanna del suo governo da parte delle Nazioni unite per crimini di guerra compiuti durante il conflitto con l’Ltte (prevista per il prossimo marzo), hanno spinto Rajapaksa ad anticipare la naturale fine della legislatura, programmata per il 2016.

Una mossa, peraltro, già tentata con successo nel 2010, quando, forte della vittoria ottenuta sulle Tigri tamil l’anno precedente, che ha posto fine al quasi trentennale conflitto che ha insanguinato l’isola, il dirompente leader è riuscito a sconfiggere l’ex generale Sarath Fonseka (arrestato due settimane dopo il voto con l’accusa di cospirazione e rilasciato soltanto due anni dopo).

Questa volta, però, Rajapaksa ha fatto i conti senza un oste considerato un fedele alleato e divenuto di punto in bianco una vera nemesi. Nell’annunciare la sua discesa in campo, infatti, Sirisena si è posto fin dal primo istante come l’anti-Rajapaksa, accusando il suo ex leader di una gestione nepotistica del potere, di corruzione, di aver impresso al Paese una svolta autoritaria pericolosamente somigliante a una dittatura e di aver stretto con l’ingombrante vicino cinese legami talmente saldi da potersi facilmente trasformare in catene.

Provenienti da famiglie della borghesia agricola, i due rivali hanno cercato entrambi consensi nella parte della popolazione di etnia cingalese e di tradizione buddista, corrispondente al 75 per cento dei 21 milioni di abitanti della Lacrima dell’India. Le due campagne elettorali, però, sono state molto diverse.

Rajapaksa ha richiamato l’attenzione degli elettori sui suoi successi: la fine della guerra, la crescita del Pil intorno al 7 per cento negli ultimi anni e il relativo benessere che la società ha sperimentato sotto la sua presidenza.

Sirisenza ha invece deciso di cavalcare lo scontento diffuso in quella parte della popolazione che vede chiaramente come la gestione del potere sull’isola sia sempre più una questione di famiglia. Non solo Rajapaksa nel 2010 ha emendato la norma della costituzione che vietava a un presidente (che è insieme capo dello Stato, del governo e delle forze armate) di stare in carica per più di due mandati, trasformandosi in un autocrate de facto secondo i suoi detrattori, ma ha anche assicurato ai suo parenti posizioni di rilievo nella scena politica: suo fratello Chamal è speaker del parlamento, un altro, Basil, è ministro dello Sviluppo economico e un terzo, Gotabhaya è segretario al ministero della Difesa.

A questi si aggiungono il figlio Namal, anche lui seduto in parlamento, e altri parenti più lontani che occupano sedie e sediole in istituzioni minori e compagnie di proprietà del governo. Ciò, unitamente a una corruzione diffusa ad ogni livello dell’apparato statale, ha provocato un crescente malcontento anche tra gli elettori che inizialmente avevano salutato l’arrivo di Rajapaksa come l’avvento di un leader energico e capace di trascinare il Paese fuori dalla voragine in cui la guerra civile lo aveva sprofondato.

Promettendo di porre fine a un simile stato di cose, Sirisena ha scritto nero su bianco nel suo manifesto elettorale che si sarebbe impegnato ad abolire entro 100 giorni dalla sua elezione il presidenzialismo e l’emendamento all’articolo 18 della costituzione che consente tre mandati presidenziali, riportando il Paese a una democrazia parlamentare in cui la polizia, la magistratura e le altre istituzioni godono di un’effettiva autonomia dal governo. Un programma che gli è valso l’appoggio di un composito fronte, di cui fanno parte il Jathika Hela Urumaya, partito guidato da monaci buddisti; la Tamil National Alliance, che concentra i voti della minoranza tamil presente sull’isola (pari al 18 per cento della popolazione, prevalentemente induista e profondamente avversa a Rajapaksa); il Muslim Congress e molte altre formazioni minori.

Senza dubbio l’elezione di Sirisena segna l’inizio di una nuova fase politica per lo Sri Lanka. Tuttavia è improbabile che, almeno nell’immediato, la politica del nuovo presidente possa portare grandi stravolgimenti: i cambiamenti arriveranno ma saranno graduali.

Non bisogna infatti dimenticare che fino al 21 novembre Sirisena era a tutti gli effetti un membro dell’entourage di Rajapaksa. Nonostante la loro recente rivalità, il nuovo capo di Stato ha chiarito esplicitamente che come presidente si impegnerà a far sì che lo sconfitto sia tenuto al riparo da qualsiasi accusa di crimine di guerra per il conflitto combattuto con l’Ltte.

Inoltre nella sua piattaforma politica non ha trovato alcuno spazio la “questione tamil”, collegata alla maggiore autonomia e alle migliori condizioni di vita ed economiche che la minoranza concentrata nel Nord-Est dell’isola continua inutilmente a reclamare dalla fine del conflitto.

Certamente la leadership di Sirisena sarà scevra da quelle tendenze autocratiche manifestate dal suo predecessore (e in questo senso sarà interessante seguire quali saranno le dichiarazioni del presidente durante l’incontro con Papa Francesco previsto per martedì 13 gennaio), ma in ogni caso la “macchina delle riforme” impiegherà del tempo per mettersi in moto.

Dove invece le scelte di Sirisena potranno essere più incisive nell’immediato è il fronte della politica estera. In campagna elettorale uno dei temi su cui il nuovo presidente ha maggiormente insistito è stato quello dell’erronea scelta compiuta dal suo predecessore in merito al costante rafforzamento dei legami con Pechino a detrimento di quelli con il vicino indiano.

Ecco perché questo risultato elettorale è indubbiamente fastidioso per la Cina, che aveva imparato a considerare l’alleanza stipulata con Rajapaksa come una costante della sua strategia di espansione nell’Oceano Indiano. I prestiti del Paese della Grande Muraglia allo Sri Lanka sono aumentati di 50 volte negli ultimi dieci anni, arrivando a 490 milioni di dollari nel 2012 (su un Pil complessivo di poco superiore ai 60 miliardi).

Quando a settembre il presidente cinese Xi Jinping ha visitato l’isola ha promesso un investimento di miliardi per finanziare la Nuova Via della Seta Marittima, che il suo Paese vuole realizzare e che include rotte che passano per l’ex Ceylon. E i progetti del Dragone cinese comprendono anche un prestito da 1,5 miliardi di dollari per costruire una città grande più o meno come Monaco sui terreni bonificati intorno al porto di Colombo.

In questo contesto la piattaforma elettorale di Sirisena prevede di stabilire relazioni paritarie sia con la Cina che con l’India, oltreché con Pakistan, Giappone, Thailandia, Indonesia e Corea, in modo da portare avanti una politica estera più equilibrata rispetto al suo predecessore. Stando così le cose è probabile che effettivamente si registri un miglioramento dei rapporti con Nuova Delhi (subito dopo le elezioni il presidente indiano Narendra Modi ha inviato via Twitter i complimenti a Sirisena) e un raffreddamento, verosimilmente leggero e graduale, di quelli con Pechino.

[Foto credit: asiaone.com]

*Paolo Tosatti è laureato in Scienze politiche all’università “La Sapienza” di Roma, dove ha anche conseguito un master in Diritto internazionale, ha studiato giornalismo alla Fondazione internazionale Lelio Basso. Lavora come giornalista nel quotidiano Terra.