Mentre scriviamo, Hong Kong si accinge a ospitare almeno altre cinque dimostrazioni in segno di protesta contro l’inarrestabile ingerenza cinese. Trasversali quanto a rivendicazioni e composizione anagrafica dei partecipanti, tutte cavalcano l’onda del malcontento innescato a inizio anno dalla tentata introduzione di una legge che – se approvata – consentirebbe all’ex colonia britannica di consegnare i sospetti a quei paesi con cui non ha accordi formali di estradizione, compresa la Cina. Una manovra invisa a molti diventata catalizzatore delle prime proteste di massa dalla Rivoluzione degli Ombrelli che nel 2014 ha paralizzato la regione amministrativa speciale per 79 giorni nel tentativo di ottenere il suffragio universale.

Tutto è cominciato lo scorso 29 gennaio, quando la leader locale Carrie Lam ha presentato all’Executive Council, il Gabinetto hongkonghese, una proposta di emendamento alla Fugitive Offenders Ordinance, che al momento non permette il trasferimento dei presunti criminali verso la mainland, Macao o Taiwan. La decisione, presa personalmente dalla governatrice in seguito all’appello della famiglia di una ragazza uccisa a Taipei mentre si trovava con il fidanzato (il principale sospettato ora nuovamente a Hong Kong), ha fin da subito creato malumore tra l’establishment, la comunità d’affari e persino il governo taiwanese, per la frettolosità con cui sono state condotte le consultazioni pubbliche in mancanza di chiarimenti esaustivi.

Da tempo, l’ex colonia inglese dà indiscriminatamente rifugio a evasori, funzionari corrotti e dissidenti politici perseguitati da Pechino. E, per Lam, la nuova legge sarebbe servita al triplice scopo di consegnare un criminale alla giustizia, adulare la leadership comunista e ripulire l’immagine del centro finanziario, accusato di lassismo nella lotta contro il riciclaggio di denaro. Invece, nel giro di pochi mesi le preoccupazioni sollevate inizialmente dai parlamentari democratici hanno contagiato senza distinzione comuni cittadini, mondo imprenditoriale, establishment e comunità internazionale. Adolescenti delle scuole medie, universitari e rispettivi genitori sono scesi in strada per protestare contro la progressiva perdita dei privilegi promessi nel 1997 al momento del ritorno di Hong Kong alla madrepatria sotto il motto “un paese due sistemi”.

Dal 2014 a oggi, la libertà d’espressione è diventata vittima di nuove limitazioni, mentre l’opposizione politica nata dalle ceneri degli Ombrelli è stata sistematicamente ostracizzata. La legge sull’estradizione metterebbe definitivamente fine all’esclusività della regione amministrativa speciale, che ha mantenuto il proprio prestigio internazionale grazie all’indipendenza degli organi giudiziari, laddove nella Cina continentale sono saldamente controllati dal Partito comunista.

Dopo un’iniziale irremovibilità, nel mese di marzo, l’amministrazione Lam, accolte le considerazioni della Camera di commercio americana, ha provveduto a eliminare dalla lista nove reati – perlopiù economici – per i quali non sarebbe più stato possibile richiedere l’estradizione. Troppo poco, tuttavia, per scongiurare una strumentalizzazione della legge con fini politici. La resistenza e la scarsa trasparenza opposta dal governo locale hanno acutizzato l’esasperazione dei dimostranti, convinti di avere contro di loro non solo l’amministrazione Lam, bensì l’intera leadership comunista. Il 28 aprile, 130mila persone hanno marciato per chiedere il ritiro della proposta, la mobilitazione più numerose dalle proteste del 2014. Il 9 giugno il numero dei manifestanti è schizzato a oltre 1 milione, mettendo a segno un nuovo record dall’handover.

Promosse dal Civil Human Rights Front, coalizione nata nel 2002 in contestazione al controverso Articolo 23, le dimostrazioni anti-estradizione hanno sancito una netta evoluzione rispetto al movimento degli Ombrelli, contrapponendo alla preminenza di una leadership strutturata e ben riconoscibile una mobilitazione spontanea, anonima, coordinata attraverso forum online e chat di gruppo. Ma anche più incattivita dall’impossibilità di ottenere un dialogo con mezzi pacifici.

Scontri con le forze dell’ordine munite di fumogeni e proiettili di gomma si sono verificati il 12 giugno – mentre il Consiglio Legislativo si accingeva a esaminare l’emendamento in seconda lettura – e il 1 luglio, data simbolica del ritorno di Hong Kong alla Cina, tradizionalmente celebrata in pompa magna ma quest’anno caratterizzata dall’irruzione nella sede del Consiglio Legislativo, presa d’assalto e vandalizzata in un’emblematica riappropriazione a tre anni dalla squalifica dei parlamentari indipendentisti democraticamente eletti. Il massimo affronto è stato inferto solo pochi giorni fa con l’assalto all’ufficio di collegamento del governo centrale e il danneggiamento dello stemma nazionale a cinque stelle.

A nulla è servito l’annuncio della sospensione della legge a tempo indefinito né l’ammissione di colpa con cui il 15 giugno Lam ha cercato di riannodare il dialogo con i cittadini. Incoraggiati dal parziale ripiegamento, l’indomani 2 milioni di partecipanti hanno marciato, avanzando richieste precise tutt’oggi inascoltate: le dimissioni della leader, il ritiro formale della bozza, la scarcerazione di tutti gli arrestati e un’indagine indipendente per accertare la condotta delle forze dell’ordine durante gli scontri del 12 giugno terminati con 80 feriti e decine di fermi. Tafferugli e sporadiche fiammate di violenza continuano a convivere con un’anima più disciplinata del movimento, ancora in grado di incassare il sostegno del resto della popolazione e della comunità internazionale, come dimostra una recente mozione di condanna dell’Ue.

Nel frattempo, la mobilitazione anti-estradizione ha cominciato ad assorbire rivendicazioni più ampie, riesumando le vecchie aspirazioni suffragiste e dando voce a un disagio radicato nelle problematiche sociali che da anni affliggono l’ex colonia britannica: diseguaglianza sociale ed emergenza abitativa in primis. Parimenti, l’insofferenza verso le interferenze cinesi si è riversata contro obiettivi diversificati, dai turisti in arrivo dalla mainland alle rumorose “dama”, fino ai rivenditori illegali di merci duty-free. L’epicentro delle dimostrazioni di piazza non è più la foresta di grattacieli di Hong Kong Island, bensì la terraferma al confine con la megalopoli cinese Shenzhen con l’obiettivo conclamato di esportare “la rivoluzione” nel cuore della Repubblica popolare. L’incubo peggiore di Pechino che da lontano osserva le periferie dell’Impero insorgere.

Dall’inizio delle proteste il governo centrale ha mantenuto un cauto distacco, denunciando il “complotto straniero”, negando un coinvolgimento diretto nella proposta di legge ma riaffermando il proprio sostegno all’amministrazione Lam, ritenuta dai manifestanti la vera responsabile della crisi. Non è escluso che sotto sotto anche a Pechino la pensino così. Ma Xi Jinping e compagni sanno bene che decapitare la leadership locale non basterebbe a sanare il conflitto tra i “due sistemi”.

[Pubblicato su il manifesto]