Gli Stati Uniti si ritirano dalle “guerre inutili”, così definite da Trump, in direzione di un isolazionismo protezionista, posizionando la Russia e la Repubblica Popolare come gli acerrimi nemici dell’Occidente; di certo le istituzioni liberali, mancando della leadership nordamericana, sono indebolite. Affidarsi a una maggiore comprensione del Celeste Impero, utilizzando un engagement diverso e la cooperazione su specifiche issues, attraverso forum e summit partecipati, stabilizzerebbe l’ordine globale.

Il presente elaborato intende dimostrare che non è nelle intenzioni della Repubblica Popolare l’assunzione del ruolo di potenza dominante né la distruzione delle istituzioni liberali. Le argomentazioni si esplicheranno in tre macrotematiche: si esaminerà brevemente il percorso storico-politico cinese nel divenire una major power mondiale a partire dalle riforme di Deng Xiaoping; si preciserà l’importanza della Belt and Road Initiative (BRI) e il ruolo dell’ideologia di Xi Jinping nell’innovazione della politica estera, al fine di ricostruire l’obiettivo di national rejuvenation della Cina contrapposto, alla narrazione aggressiva proposta dagli Stati Uniti; infine, si traccerà una sintesi della nuova postura americana sotto la presidenza di Donald Trump e l’utilizzo eccessivamente distorto della Power Transition Theory, responsabili di rendere insoluto, politicamente e geograficamente, il nodo tra la potenza numero uno e numero due.

L’ascesa cinese

L’attuale amministrazione americana intende soffocare l’espansione cinese fino alla propria “soglia di casa”: Taiwan, il Mar Cinese Orientale e il Mar Cinese Meridionale (le cui dispute si suddividono nelle Spratly Islands/Paracel Islands/Pratas Islands/Macclesfield Bank/Scarborough Shoal). Secondo il dataset della Stockholm International Peace Research Institute, la spesa militare della Repubblica Popolare Cinese è cresciuta di quasi dieci volte in un quarto di secolo, passando da 22,05 miliardi di dollari nel 1990 a 214,49 miliardi nel 2015. Tra il 2007 e il 2016 è stata allo stesso tempo terza importatrice ed esportatrice mondiale di armi. In base a questi dati, si può dunque discutere di una nuova guerra fredda tra due poli?

La soluzione di offshore balancing intraprese dalle ultime amministrazioni americane culmina nel discorso dell’ottobre 2018 del vicepresidente americano Mike Pence. Quest’ultimo ha attaccato la Cina a 360 gradi, dalla politica all’economia, dai diritti umani agli affari militari e agli investimenti. E ha avvertito che la postura geopolitica ed economica di Pechino non può essere accettata dagli Stati Uniti. Parole che molti cinesi hanno interpretato come «nuova cortina di ferro». Il governo ha sempre mantenuto un atteggiamento piuttosto cauto, senza mai parlare apertamente di nuova guerra fredda, attento a non compromettere i rapporti con gli Stati Uniti, come confermato dai frequenti contatti tra Trump e Xi Jinping e dall’incontro dei due leader al G20. Eppure, mai come oggi le relazioni tra i due paesi sono state così fragili, considerando la storica visita di Nixon nel febbraio del 1972 che ha aperto le porte del blocco occidentale alla Cina comunista.

Prima delle riforme di Deng Xiaoping nel 1978, la Cina era un paese povero e perlopiù rurale, dilaniato dagli eccessi della Rivoluzione Culturale. Ciò nonostante, è merito dell’impostazione maoista e pre-maoista se la crescita cinese è riuscita ad attecchire. Giovanni Arrighi scriveva che le riforme denghiane si sarebbero realizzate proprio grazie a due fattori: “la rivoluzione industriosa” dell’Ottocento, termine preso in prestito da Kaoru Sugihara, e la rivoluzione socialista. La prima consentì alle istituzioni di assorbire il lavoro delle unità familiari, un tratto ancora molto comune in Cina (e nei cinesi all’estero), all’interno di attività che contrariamente alla rivoluzione industriale europea, premiavano la molteplicità dei ruoli, anziché la specializzazione: le capacità manageriali, con un generale background di abilità tecnica, erano attivamente sviluppate a livello familiare.

La seconda ha permesso a questa eredità di non perdersi, ma anzi di essere rivitalizzata e inserita nella narrazione rivoluzionaria: “se il maggiore incremento nel reddito pro-capite in Cina è avvenuto a partire dal 1980, il grosso del miglioramento dell’aspetto di vita degli adulti e, in misura minore, della loro alfabetizzazione, vale a dire delle condizioni essenziali di benessere, è avvenuto prima del 1980”.

E proprio le caratteristiche intrinseche della Cina, premaoista, maoista e poi quella delle riforme, comportano, secondo Arrighi, la possibilità che la nuova eventuale egemonia cinese possa essere esercitata con modalità e caratteristiche diverse da quelle passate: in primo luogo riporterebbe a una distribuzione di potere tra stati più orizzontale e non verticistica; si tratterebbe, poi, di uno sviluppo pacifico e non militare; in terzo luogo potrebbe aprire – sosteneva Arrighi – a nuovi modelli economici non necessariamente «capitalistici».

L’ideologia di Xi e la Belt and Road Initiative

Da quando il Congresso stabilì che il pensiero di Xi Jinping sul “socialismo con caratteristiche cinesi per una nuova era” dovesse entrare nella Costituzione del Partito Comunista, come solo Mao Zedong e Deng Xiaoping prima di lui, è tornato in auge nei discorsi alla nazione il concetto di “Tianxia” (in cinese 天下). Esso significa letteralmente “sotto (xia) il cielo (tian)”, ma che indica metaforicamente “il mondo”, ovvero “tutto ciò che è sotto il cielo”. La dottrina cinese ha superato la teoria del taogang yanghui, “nascondere le nostre capacità e restare in attesa” passando al “Sogno cinese” (Zhonguo meng). Xi Jinping offre “una grande rinascita del popolo cinese” in cui si costruisce una narrazione che si è servita anche di vecchi slogan maoisti insieme con altri paradigmi classici della cultura e della tradizione del paese, senza “dimenticare l’umiliazione nazionale” (wuwang guochi). Gli obiettivi cinesi secondo l’ideologia di Xi sono: l’integrità del territorio nazionale, la stabilità del regime politico e il preservare un ambiente internazionale favorevole allo sviluppo economico del paese.

Veicolo della propensione globale della Repubblica Popolare è la Belt and Road Initiative, il colossale piano di infrastrutture e investimenti dall’Asia all’Africa e all’Europa, presentato dal

Partito come “pacifico” (heping, 和平), “armonioso” (hexie, 和谐), “inclusivo” (baorong, 包容), “enorme” (juda, 巨大), accostandovi termini come “cooperazione” (hezuo, 合作), “comune” (gongtong, 共同), “interessi” condivisi (liyi, 利益), e “successo comune” (gongying, 共赢). I progetti infrastrutturali, insieme all’operato della Asian Infrastructure Investment Bank (che nelle parole di Wang rappresenta una ”Asian response to the challenge of financing international developemnt more stable than speculative capital from US and EU”) sono la componente meglio conosciuta dell’attività economica della Cina nella regione: molti di questi assumono importanza strategica per il loro concorso all’incremento della connettività eurasiatica, oltre che per la centralità nello stimolare il dinamismo economico delle società ospitanti.

Emerge una posizione globale della Cina che, secondo l’analisi di Enrico Fardella (2016), può definirsi “nuovo globalismo sinocentrico”: la “nuova via della seta” è la proiezione più evidente del paternalismo globalista cinese, nel quale Pechino concede a tutti di beneficiare dei suoi sforzi. Per Fardella si tratta del ritorno del Tianxia, la tradizionale visione cinese dell’ordine mondiale. Tutto è sotto il cielo cinese, in nome di un concetto cosmopolita nel quale però risuona la forza dell’identità contrapposta agli altri che usufruiscono – e che possono arricchirsi – di una realtà di matrice cinese.

“America Frist” e teoria della transizione

La crescita espansionistica cinese rientra nei prodromi di modifiche profonde nell’arena internazionale oppure si tratta di scosse parziali che non metteranno in discussione la principale potenza mondiale? John Mattis, ex segretario della difesa US nella sua lettera di dimissioni, sostiene che: «Cina e Russia vogliono plasmare un mondo compatibile con il loro modello autoritario. Una delle mie convinzioni più radicate è che la nostra forza come nazione sia inestricabilmente legata alla forza del nostro sistema, unico nel suo genere, di alleanze e di partnership… Noi non possiamo proteggere i nostri interessi e far fronte al nostro ruolo senza preservare forti alleanze e mostrare rispetto a questi alleati». E ancora: «Penso che dobbiamo mostrarci decisi e non ambigui nel nostro approccio». A tutto ciò Trump antepone le sue promesse elettorali: «America First», il disimpegno «dalle guerre inutili e lontane». Ma si muove in modo spericolato, incurante delle conseguenze.

Donald Trump recita il “de profundis” dell’era degli US come “poliziotto globale” e con “i generali al potere”; alle politiche di contenimento e del “pivot to Asia” introduce la guerra dei dazi. Entrano in crisi non solo le relazioni bilaterali tra grandi potenze, ma anche i forum e i summit multilaterali dediti al risolvimento delle issues mondiali (dalla lotta al terrorismo al cambiamento climatico, l’immigrazione e la lotta alla povertà). Nella sintesi del tycoon: «Noi abbiamo ricostruito la Cina, rimettendoci 500 miliardi di dollari l’anno». Per Washington è tempo di reagire, prima che il vantaggio in potenza economica e militare si assottigli fino a rendere troppo rischiosa la rappresaglia, impossibile il divorzio. Pechino impari le buone maniere e si troverà un compromesso. Se continua, la pagherà cara. Oggi con i dazi, domani chissà.

Eppure, la Cina non ha mai considerato gli Stati Uniti come un nemico strategico, e sono i documenti interni del Partito a smentire la tesi della Power Transition Theory di Organski. La prospettiva dualistica della potenza dominante in declino e della rising power in ascesa che minaccia un cambiamento dell’ordine internazionale è pericolosa. Scrivono Lebow e Valentino in ‘Lost in Transition’ (2008): “[…] should war come between the United States and China in the future it will not be a result of a power transition. The greater risk is that conflict will result from the misperception that such a transition is imminent, and the miscalculation by decision makers in the United States (or China) that China will soon be in a position to do what no state has done before.”

Questo è evidente almeno a partire dal 1979, con la politica di riforma e apertura avviata da Deng Xiaoping. Da allora il governo cinese non ha mai pubblicamente espresso l’intenzione di opporsi agli Stati Uniti, né tanto meno di trattarli da nemici. Ha anzi sempre inteso gestire le relazioni bilaterali sulla base dei tre comunicati congiunti Cina-Usa, frutto della svolta avviata da Nixon e Kissinger. A tale scopo, tra la fine del mandato di Hu Jintao e l’inizio di quello di Xi Jinping è stato coniato il «Nuovo modello di relazioni tra grandi potenze», relazioni che, secondo le dichiarazioni ufficiali, sono intese come «non conflittuali, non antagonistiche, cooperative, reciprocamente vantaggiose, paritetiche e proficue per entrambe le parti».

Nell’opinione di Chen Zemin, la Cina predilige l’idea del “World Order”, dove la sovranità interna di ogni paese viene rispettata nei forum internazionali e negli accordi, quindi una posizione anti-egemonica e pluralista delle relazioni internazionali. Dimostrazione di tale tendenza è l’AIIB, la punta dell’iceberg dei plurilateral parallel orders che Pechino ha creato in competizione con il IMF e la World Bank. La globalizzazione con caratteristiche cinesi è il risultato della politica attendista di Xi, promotrice di un mercato globale aperto su una logica win-win: strategia che lo porta a ergersi a difensore della globalizzazione dagli istinti protezionistici delle democrazie occidentali.

Sostiene Jiang Shigong, docente alla Beijing University Law School, che “mentre la cultura occidentale tenta di giungere alla soluzione di ogni antagonismo scegliendo una delle posizioni originarie, la cultura cinese cerca di trovare unità in questo antagonismo: ciò si traduce in un pluralismo basato sull’idea di armonia”. Per questa ragione, conclude Jiang, l’ambizione della “soluzione cinese” (Zhōngguó fāng’àn, 中国方案) è quella di assorbire, partendo dalla tradizione cinese, tutti gli elementi positivi presenti nel mondo, e creare un nuovo ordine per la civiltà umana che trascenda e assorba allo stesso tempo quella occidentale”.

Conclusioni

L’analisi di Layne non rispecchia dunque il positioning cinese nell’ordine internazionale. Non è nelle intenzioni della Repubblica Popolare il disgregamento delle istituzioni liberali, dato che da esse ottiene benefici commerciali. Proprio queste istituzioni risultano indebolite a causa delle polemiche e del decisionismo di Trump con la comunità internazionale. L’ E.H. Carr moment che lo studioso cita per spiegare le uniche soluzioni per contrastare l’ascesa cinese (ossia accomodating o opposing alle richieste della potenza revisionista) rientrano in una dialettica distorta tra Oriente-Occidente che favorirà quella misperception che inasprisce la tensione sino- americana.

Un nuovo approccio per le democrazie potrebbe essere un sistema bastone-carota (concedendo permissivamente alle richieste di maggiore inclusività nei summit economici e all’abbattimento delle sanzioni, mentre si limitano le ambizioni dell’Unification Goal6 con Taiwan); il cosiddetto hedging: “At low levels of threat, states have incentives to hedge their bets by forging low commitment level agreements with potential friends and enemies. States hedge with an eye to consolidating their power and blocking off avenues of expansion for their potential rivals, while simultaneously seeking to curry favor to ensure their actions are not overly provocative”.

Un engagement pacifico, accompagnato da concessioni e limitazioni, si sostituisce al dualismo accomodante/oppositivo, a “l’analogia di Monaco” e i suoi pericoli di appeasement di fronte alla minaccia asiatica. Il modello cinese non costituisce un esempio democratico né di soft power, e allo stesso tempo la One Belt One Road non possiede unicamente lati positivi tali da sostituirsi ai trattati commerciali preesistenti, in quanto nel lungo periodo questi investimenti possono portare allo scoppio di una BRI bubble, dovuta al fatto che le nazioni che al momento beneficiano dei finanziamenti cinesi non sono in grado di ripagare il debito, dovendo così ricorrere a metodi eterodossi di compensazione.

Non è ancora vicina una soluzione tra il principio del Pacifico Americano da un lato e quello dell’Unica Cina dall’altro, ma è presto per recitare la cronaca della morte annunciata del multilateralismo come strumento di pace e di cooperazione. Gli esecutivi non sono eterni, e la visione cinese del world order deve essere tenuta in considerazione.

*Titolo originale del paper “Cina Globale, una risposta sinocentrica al protezionismo di Trump”; Corsi Magistrale in Relazioni internazionali e nuovo ordine globale con curriculum “China & Global Studies” presso l’Università di Torino. Prof.ssa Anna Caffarena

*Luca Giro (luca.giro@edu.unito.it), veneziano classe 1996, studente magistrale di Scienze Internazionali con curriculum “China & Global studies” all’Università degli studi di Torino. Già laureato in Scienze Diplomatiche all’Università di Bologna. Appassionato di buon cinema e buoni libri. “La Chinoise” di Jean-Luc Godard e il romanzo “Sorgo rosso” di Mo Yan, l’hanno fatto appassionare alla Cina. Aspirante giornalista, attualmente curatore del blog di attualità “ellepuntogi”.