Sull’altro lato della piazza, accanto all’immenso Museo di Storia, tenevano perfino, ogni sera, dalle nove a oltre mezzanotte, una taolunhui, una «riunione di discussione», seguita da un migliaio di persone sedute per terra. Riunioni di questo genere ce ne erano state già dieci, ci tenevano a dire.

La riunione si divideva in due parti, una prima in cui si commentava l’attualità politica di quei giorni: il sinistro e grottesco discorso del presidente della repubblica Yang Shangkun, oggi il principale signore della guerra, oppure la convocazione dell’Assemblea popolare.

In merito a quest’ultima i più erano scettici: si poteva sperare, dicevano, che fosse una strada per evitare spargimenti di sangue, ma non c’era troppo da sperare che i delegati perdessero l’abitudine di alzare la mano tutti insieme all’unanimità.

La seconda parte della riunione era più teorica, anzi si svolgeva su un registro astrattissimo, molto diverso da quello della prima parte di «analisi concreta della situazione concreta».

La «discussione teorica» di venerdì sera, alla vigilia del massacro, ad esempio, riguardava «il senso e il fine del socialismo»: doveva liberare l’umanità? Doveva sviluppare le forze produttive?

E cosa significava liberare l’umanità? Molti prendevano la parola passandosi di mano un piccolo altoparlante. Interveniva spesso un insegnante, militante attivissimo del comitato operaio, spiegava quel che sapeva sui punti teorici difficili.

Tutti lo chiamavano amichevolmente laoshi, «maestro» (più nel senso di maestro «di scuola» che di «sapienza orientale»), e ascoltandolo mi domandavo se somigliasse più a uno dei consiglieri di Solidarnosc oppure a qualcuno di quei piccoli intellettuali di campagna che nella Cina imperiale si univano talvolta alle rivolte contadine: ma egli aveva una sua distintività, e soprattutto aveva l’aria di sapere bene quel che diceva.

Agorà Tian An Men
La cosa più singolare erano i continui riferimenti alla teoria politica marxista, sia pure nel modo più disparato e molto a tentoni; avventurandosi in discussioni astrattissime sembrava che tutti scavassero al buio tra delle rovine, determinati anzitutto a cercare qualcosa che non sapevano ancora cosa fosse.

Erano anni che non sentivo gente che si animava tanto discutendo su citazioni dall’Ideologia tedesca e consimili.

Si può dire che quel che si stava discutendo sulla piazza arrivava fino a toccare la questione del contenuto della democrazia, e specificatamente la questione di come trattare, oggi, il rapporto tra la libertà e il potere.

L’immagine di un’agorà benché surreale, sproporzionatamente estesa e affollata, ci era venuta con Claudia Pozzana mentre eravamo seduti per terra per assistere a una dèlie taolunhui sotto il Museo di Storia, le cui immense colonne, una allusione neoclassica ingigantita, accrescevano lo spaesamento.

Dove eravamo? Non solo in che luogo, ma soprattutto in che tempo? Eravamo in un’immensa piazza, calata in una semioscurità inquieta, da cui un popolo in riunione faceva forse balenare scintille di pensiero politico. Ci pareva proprio che in un luogo incomparabilmente diverso, e su una scala aumentata all’inverosimile, si stesse producendo quella stessa dimensione face-to-face di cui parla Moses Finley a proposito della democrazia ateniese.

Il carattere disparato dei riferimenti dei dibattiti che si svolgevano sulla piazza creavano peraltro una sorta di disposizione spaziale particolare. Nell’ultima settimana la piazza aveva preso come una forma policentrica, e così anche i dibattiti che vi si svolgevano.

Su quella Piazza della Porta della Pace Celeste, nonché sulla Strada della Lunga Pace, molteplici inquietudini si ordinavano attorno a una comune urgenza di pensare, ma questa stessa si articolava attorno a vari poli, ciascuno dei quali si orientava a sua volta in direzioni disparate, verso il maggior numero di punti di riferimento che aiutassero a capire cosa si stava cercando.

In cerca di nuova cultura politica
E questi riferimenti disparati trovano insospettate compatibilità: era proprio davanti al tendone del comitato operaio che erano affiancali uno striscione con i versi del giovane poeta Gu Cheng: «La notte nera mi ha dato occhi neri/ ma li uso per cercare la luce» e un altro striscione con la frase di Marx sul proletariato che può liberarsi solo se combatte per la «liberazione dell’umanità». Si discuteva nella semioscurità, nell’imminenza di tenebre ancora più profonde, ma non si rinunciava a interrogarsi come pensare politicamente oggi.

In tutte queste discussioni non mancava neppure il riferimento a Mao, ma era il riferimento più inquieto e anche il più oscuro.

Fin dai primi giorni del movimento studentesco di Beida, sulla facciata della stessa mensa su cui fu affisso il primo dazibao della Rivoluzione culturale, campeggiava la famosa frase di Mao: «Chiunque in Cina abbia represso il movimento studentesco è finito male», ma personalmente non ho visto molte altre «citazioni del presidente».

Qualcuno non mancava di ricordare la celebre frase: «La rivoluzione non è un pranzo di gala», ma in generale la Rivoluzione culturale restava un riferimento altamente enigmatico, e quindi ciò valeva anche per tutto il Mao marxista.

Mi ha colpito però un riferimento al Mao premarxista, che a un certo punto è stato citato nei corso di un «dibattito teorico». Era il famoso testo del 1919 La grande unione delle masse popolari, in cui Mao proponeva la tesi che c’era sì bisogno per la Cina di una «grande unione» delle masse popolari, ma che ancor più erano da inventare tante «piccole unioni delle masse popolari».

Ebbene la notte del venerdì prima del massacro, a un certo punto della discussione sotto il Museo di Storia quell’insegnante ha esclamato: «Noi in questa piazza formiamo tante piccole unioni di masse popolari». E non era forse vero che tutti quei diversi poli della piazza erano altrettante «piccole unioni» che convivevano democraticamente nella stessa «grande unione» formatasi sulla Tian An Men, ciascuno cercando un filo di ragionamento e lasciando che gli altri cercassero il proprio?

Questo facevano gli studenti sulle scalinate attorno al Monumento degli Eroi del Popolo, questo facevano gli operai, parte di fronte al Museo di Storia parte verso l’edificio dell’Assemblea del Popolo, e questo faceva perfino quella parte di ceti intellettuali cosmopoliti riunita attorno alla «Statua della libertà» ad ascoltare e cantare in coro l’Ode alla gioia sui versi di Schiller dalla Nona di Beethoven: «Amici, non questi suoni, altro e più grato cantico leviamo».

Alcuni operai ironizzavano bonariamente sulla statua, che non era di grande forza estetica. «Perché la libertà è una bella donna e non un bell’uomo?» diceva uno, ma riconosceva che comunque la statua aveva attratto altra gente allontanando l’intervento dell’esercito. Nessuno, è vero, si faceva illusioni sull’intervento militare, ma il massacro era lontano.

In questi giorni il governo cinese sta cercando di sostenere la tesi che la responsabilità degli incidenti sia proprio del Coordinamento autonomo operaio, che avrebbe per primo attaccato con le armi reparti dell’esercito. Sappiamo bene come tutti i golpisti cerchino sempre di giustificare a posteriori il loro operato come risposta eccezionale a una minaccia eccezionale per l’unità dello Stato: ma occorre in questo caso ricapitolare con precisione il succedersi degli eventi tra venerdì e sabato.

In realtà, se c’era qualcuno che era più vivamente interessato a evitare lo scontro militare, questo era il «coordinamento operaio» e proprio per il tipo di germogli di iniziativa politica che stava cercando di sviluppare sulla piazza.

D’altronde il problema politico-militare cruciale, che nessuno riusciva a risolvere, era come arretrare senza disperdersi. La piazza era sì il centro simbolico della Cina, e del desiderio di Pace della gente che vi era confluita, ma era anche il punto più vulnerabile di una possibile soggettività politica.

L’intervento dell’esercito
Proprio come nel gioco cinese degli «scacchi d’accerchiamento», dove si concentrano alcuni grandi principi di strategia militare cinese tradizionale, il centro della scacchiera è considerato il luogo meno sicuro, perché indifeso da tutti i lati, e comunque come quello dove installarsi solo alla fine della partita, dopo aver conquistato gli angoli e i lati della scacchiera.

Un principio che fu alla base della strategia militare di Mao, che peraltro non esitava a «ritirarsi quando il nemico attaccava».

L’occupazione militare della piazza è avvenuta in due tempi. Il primo attacco di venerdì notte, con l’uccisione di tre persone schiacciate da un automezzo militare, aveva avuto come effetto, senza dubbio deliberato, quello di provocare una collera incontenibile della gente, e di portare la situazione sulla piazza Tian’anmen e sulla Chang’anjie a un punto in cui nessuno poteva più fornire alcuna direzione soggettiva.

Né quell’embrione di coordinamento operaio, né tanto meno i gruppi studenteschi, erano più in grado di prendere qualunque vera iniziativa politica in quella che, sabato pomeriggio, era divenuta un’insurrezione vera e propria, con la Chang’anjie bloccata da oltre un milione di persone, molti automezzi militari distrutti nella battaglia della notte precedente, e molte decine di migliaia di persone che circondavano il palazzo dell’Assemblea del Popolo, riuscendo perfino, a far arretrare alcuni reparti di soldati.

Una volta disfatta quel minimo di soggettività politica che aveva sperato di potersi costituire sulla piazza nei giorni precedenti, la carneficina di sabato notte non poteva più incontrare seri ostacoli.

Ma l’attribuzione delle responsabilità dell’intervento dell’esercito alle provocazioni del coordinamento operaio, oltre che segno di abiezione, è anche il sintomo dell’immensa paura con cui il governo cinese si appresta a gestire le conseguenze della strage che ha ordinato.

Le cosiddette «riforme» denghiste hanno distrutto la base «classista» del governo, ma proprio perché politicamente nulle sono state incapaci di sostituire ad essa una base «consensuale», magari fondata su alcune concessioni a quei ceti intellettuali che hanno visto ulterioremete avvilito il loro posto nella società cinese. Così il governo cinese è riuscito a trasformare in tragedia quella che era inizialmente una modesta contraddizione con un movimento di studenti universitari pechinesi.

Ma è appunto questo il solo contenuto del denghismo nella Cina dopo la Rivoluzione culturale: all’insegna di un’assoluta depoliticizzazione, fatta passare per il massimo di «modernizzazione» e di «pragmatismo», il denghismo non è stato in grado di far altro che esasperare fino all’antagonismo le contraddizioni della società cinese.

Il «grande riformatore» lo , ha detto chiaro fin dai primi giorni delle manifestazioni studentesche: «Cosa volete che siano anche duecentomila studenti morti in cambio di vent’anni di stabilità?».

Ma cos’era, invece, quel grande desiderio di pace che, pur nell’imminenza della tragedia, si poteva percepire tra tutta quella gente sulla piazza? Era una pace per cercare la quale ciascuno era disposto a condividere con centinaia di migliaia di altri le più profonde inquietudini, la massima tensione del pensiero e quella misteriosa determinazione a non arretrare neppure davanti alla paura della morte.

Benché minacciata da un governo imbestialito, benché divisa da ogni genere di contraddizioni, quella gente della Tian An Men stava cercando di pensare come trovare un criterio non antagonistico della resistenza collettiva. Da questo disperato tentativo di cercare un senso della democrazia germoglierà un giorno in Cina una nuova visione della politica?

Quella di Pechino è stata chiamata una «Primavera». Grande metafora cinese, si tenga presente, che così legge un grande poeta contemporaneo, Mang Ke:

«Il sole trasfonde il sangue
alla terra moribonda
e il corpo della terra
comincia a irrigare coi suoi raggi
e perfino da quelle ossa di morti
fa sbocciare verdi rami.
Senti, hai sentito?
I rami e le foglie che spuntano da quelle ossa
urlano tintinnando i calici dei fiori».

Questa è Primavera.

[Articolo pubblicato sul manifesto del 18 giugno 1989]

*Alessandro Russo è docente di Sociologia Generale presso l’Università di Bologna. Ha insegnato in USA e in Cina. Ha pubblicato vari saggi e studi sulla Rivoluzione culturale cinese, oltre ad aver curato in collaborazione con Claudia Pozzana alcune antologie di poesia cinese contemporanea.