SINOLOGIE – Un altro sviluppo è possibile

In by Simone

La tesi La crisi dello sviluppo e la globalizzazione del sottosviluppo: il ruolo delle potenze emergenti nel nuovo millennio si propone di realizzare un’analisi dei modelli di sviluppo esistenti e si augura che il processo di globalizzazione e la tendenza attuale che mette in competizione territori e regioni possa rappresentare uno stimolo per una sperimentazione di modelli alternativi di sviluppo.
Questo lavoro si propone di realizzare un’analisi dei modelli di sviluppo esistenti e di ricostruire il percorso della stessa nozione di sviluppo rilevandone le trasformazioni che vi si sono prodotte in relazione ad alcune significative fasi di riorganizzazione e ristrutturazione (e crisi?) realizzatesi all’interno nel sistema capitalista dalla fine degli anni ‘40 ad oggi. Una particolare attenzione è rivolta a sottolineare come il concetto di sviluppo sia passato da un accezione universalistica, applicabile globalmente, ampiamente consensuale nel secondo dopoguerra, agli stravolgimenti politici ed economici degli anni ’70 per arrivare alla crisi del debito e alle politiche neo-liberiste dei primi anni ’80.

Cruciale rispetto a questa analisi risulta essere anche il ruolo del movimento terzomondista e dell’esperienza del socialismo reale (e le loro elaborazioni successive), proposte politiche che si sono rilevate determinanti nel discutere e contestare l’universalità del concetto di sviluppo occidentale e i suoi benefici, contribuendo allo stesso tempo a sviluppare teorie e approcci alternativi più “sostenibili”.

In questo ambito, un’attenzione particolare viene rivolta al ruolo svolto da alcuni paesi asiatici nel produrre rilevanti trasformazioni nelle relazioni tra il Nord e il Sud del mondo. Una speciale rilevanza viene attribuita alle politiche di sviluppo adottate attualmente da alcuni paesi asiatici, ed in particolare dalla Cina, politiche che sembrano rappresentare un possibile “laboratorio” per modelli o approcci alternativi alle teorie elaborate dall’Occidente.

Si cerca in particolare di evidenziare le “caratteristiche nazionali” che emergono dal percorso di modernizzazione intrapreso da alcune di questi paesi emergenti, politiche di sviluppo che spesso si distinguono significativamente da una mera applicazione della dottrina neoliberista.

Queste considerazioni ci portano a riflettere su un altro aspetto fondamentale nel comprendere la peculiarità dei paesi emergenti e della loro ascesa internazionale: il ruolo dello Stato. Proprio la capacità dello Stato nell’esercitare un attento controllo (soprattutto sul capitale straniero e sulla finanza) e nel ‘negoziare’ l’interazione con il sistema mondo capitalista sembra infatti essere uno dei fattori determinanti dello sviluppo intrapreso da paesi come la Cina.

In contrasto con i precetti della dottrina neoliberista, negli ultimi anni lo Stato in Asia, e non solo, si è fatto interprete dello sviluppo nazionale attraverso un processo di mediazione ed elaborazione dei vincoli esterni ed interni. Nel caso particolare delle “Tigri asiatiche” prima e della Cina poi, una particolare capacità delle istituzioni di questi paesi nel capire e nell’adattarsi all’evolversi dei processi produttivi e al fenomeno della globalizzazione si è tradotta in una efficace resistenza alle pressioni poste dal sistema economico internazionale.

Questa strategia di ‘resistenza selettiva’ ad alcuni aspetti del processo di globalizzazione sembra avere avuto successo negli ultimi anni in paesi come la Cina, la Corea del Sud, la Malesia o come l’India ma anche Polonia, Ungheria e Brasile. Un successo ancora più significativo se inquadrato in un contesto in cui le strategie neo-liberali e un modello di sviluppo che si è caratterizzato per l’adozione di un commercio più libero, l’apertura dei mercati interni e privatizzazioni, non hanno dato il risultato promesso in termini di riduzione della povertà e sviluppo.

Questa valorizzazione dello Stato si colloca anche in contro tendenza dal momento che i processi di globalizzazione, frutto di una riorganizzazione del capitalismo basato su un modello d’impresa fortemente transnazionale, sembrano sempre più scavalcare i confini nazionali e mettere in competizione territori e regioni.

Il governo cinese ha marcato ulteriormente la propria autonomia dimostrando di essere consapevole della necessità di attivare, all’interno dei propri confini nazionali, uno sviluppo più omogeneo e integrato. A tal fine la leadership cinese ha in programma di varare politiche che diano maggior importanza al mercato interno e allo sviluppo rurale, specialmente nella Cina occidentale.

Questa tendenza sembra rispondere all’esigenza di andare verso quella che, Samir Amin chiama “un’economia auto-centrata”, ovvero subordinare le relazioni esterne alle esigenze di trasformazione interne. Non significa impostare un tipo di economia autarchica, impensabile e improponibile nell’era globalizzata, ma al contrario favorire forme di integrazione regionale anche allargate, istituire forme di complementarietà come, per esempio, sul piano delle tecnologie e delle risorse. Certo non è un compito facile e sembra trattarsi di una sfida che probabilmente rappresenta la scommessa del nuovo millennio per i BRICs.

Se è vero che stiamo assistendo ad una crisi egemonica statunitense (come modello economico e politico, ma non ancora una crisi egemonica militare), le prospettive future, delineate da molti analisti, configurano una realtà multipolare costituita da più centri regionali. Lo sviluppo di paesi emergenti potrebbe tendenzialmente decostruire la globalizzazione e produrre un mondo veramente policentrico. Il potere e il peso internazionale raggiunto dai BRICs attraverso una forte crescita economica potrebbe esercitare una certa influenza in questo contesto.

Tuttavia, sembra ancora piuttosto difficile sostenere l’idea che i paesi emergenti rappresentino per se stessi e per la comunità internazionale un’alternativa politica consistente e strutturata. L’idea di una “Nuova Bandung” è un’ipotesi che ci lascia ancora piuttosto scettici, considerati anche gli interessi divergenti di questi paesi che sicuramente rappresentano un ostacolo a questo tipo di progetto.

Inoltre, bisogna ancora considerare che, se negli ultimi anni sono emersi approcci anche diversi allo sviluppo, è certo prematuro parlare dell’esistenza di veri e propri modelli di sviluppo su cui converga un consenso generalizzato. A maggior ragione non sembra ad oggi, che la situazione attuale di declino in cui si trovano Stati Uniti e Europa sia stata seguita dalla strutturazione di un vero modello alternativo al capitalismo occidentale.

A queste considerazioni va poi aggiunta anche la constatazione che il dibattito riguardante il presente e il futuro della Cina è ancora in atto. Molti sostengono che in realtà la direzione intrapresa dalla Repubblica Popolare vada incontro ad una sempre maggiore integrazione nel processo di globalizzazione capitalistica. Nell’adottare definitivamente il modello capitalista quindi, la Cina dovrebbe competere, o come auspica Kissinger, cooperare con gli Stati Uniti e rinunciare ad ogni velleità di cambiamento in termini di percorso di sviluppo.

Altri ancora, rivendicano le particolarità "del capitalismo con caratteristiche cinesi" a sostegno della tesi che, se la Cina è davvero una potenza emergente, questo è proprio perché non ha scelto uno sviluppo capitalistico puro. Addirittura c’è chi sostiene, come fa Ramo, che esistono i presupposti per il delinearsi di un Beijing Consensus da contrapporsi ad un ormai in crisi Washington Consensus.

Sulla questione è possibile ottenere qualche indicazione guardando alla storia recente, alle dichiarazioni del nuovo leader Xi Jinping e soprattutto all’ultimo Piano Quinquennale (2011-2015), promosso dal governo cinese che indica le linee guida per i prossimi anni. Da tutto questo emerge che la Cina sta attuando un’espansione della previdenza sociale in campo sanitario, dell’edilizia pubblica e del sistema pensionistico con risultati incoraggianti.

Inoltre, un particolare sforzo sembra andare nella direzione, come nel caso di molte altre realtà nazionali emergenti, di una maggiore attenzione alla questione ambientale. Viene sollevata sempre più spesso anche la necessità di coordinare strategie a lungo termine con l’obiettivo di diminuire l’impatto ambientale e sociale della propria crescita e rivederne i presupposti. Inoltre, la Cina, come il Brasile e l’India, investe sempre di più in istruzione e ricerca scientifica, settori che qualificano la spesa pubblica e potrebbero avere anche un effetto sulle future strategie di sviluppo. Tutto questo bisogna ricordarlo, avviene in un tendenziale contrasto con le politiche di austerity promosse in Occidente.

Con una particolare attenzione a non cadere in una generalizzazione eccessiva, nel case-study che abbiamo proposto, ovvero la presenza cinese in Africa, emerge un altro dato distintivo. Senza considerare la consistenza degli investimenti cinesi nelle economie dei paesi africani, quello che risulta dalla nostra ricerca è che l’approccio cinese allo sviluppo si distingue per tre principi che, agli occhi dei paesi africani, fanno della Cina un riferimento sicuramente alternativo all’Occidente. Si tratta dei principi di non-interferenza, non-condizionalità e rispetto della sovranità che orientano politiche di sviluppo diverse dalle rigide condizioni imposte dall’Occidente nel fornire aiuto e investimenti in Africa.

Dall’elencazione di questi principi è facile capire che la politica cinese in Africa non fa riferimento ad un vero e proprio modello. Ciò non toglie però che questo approccio non si caratterizzi per alcuni tratti che lo rendono più funzionale rispetto ai bisogni reali di alcune realtà africane, in termini di riduzione della povertà e nella creazione di una rete infrastrutturale e questo fatto sembra comunque meritevole di attenzione.

Andando a concludere, in questa ricerca sono sicuramente emersi alcuni temi fondamentali di riflessione sulle prospettive future dello sviluppo:
Per prima cosa l’impossibilità teorica e pratica di costruire un modello universale di sviluppo applicabile ad ogni realtà come strumento di progresso e modernizzazione. Impostazione che rappresenta una semplificazione e una generalizzazione dannosa mentre invece sarebbe auspicabile un approccio più articolato di analisi, più attento alle peculiarità locali, ai risultati di una sperimentazione. Come sostiene Gereffi, probabilmente la questione sta nella necessità di un’analisi più approfondita, particolarmente attenta alle specificità storiche di percorsi di sviluppo su base locale.

In secondo luogo, la crisi attuale del concetto di sviluppo è strettamente collegata alle contraddizioni interne del sistema capitalistico che sono emerse ancora una volta con l’ultima crisi economica e finanziaria del 2008. La crescente polarizzazione della ricchezza interna alle società e tra nazioni, le disuguaglianze e la struttura del sistema capitalistico, concorrono ad aggravare il sottosviluppo in larghe aree del globo. La crisi del 2008 pone anche domande sulla sostenibilità stessa del sistema capitalistico basato sulla crescita economica.

Terzo: la tendenza verso una dimensione multipolare del sistema internazionale pone prospettive interessanti sul ruolo futuro dei regionalismi nascenti o esistenti e sul ruolo che le potenze emergenti potrebbero ricoprire in questo tipo di scenario.

Infine, il processo di globalizzazione e la tendenza attuale che mette in competizione territori e regioni può rappresentare uno stimolo per una sperimentazione di modelli alternativi di sviluppo, che magari trovino un nuovo inizio a partire da un concetto di comunità e dalla valorizzazione delle risorse disponibili in un dato territorio. Un processo geograficamente esteso, in una certa misura favorito dalla crisi economica, che in qualche modo potrebbe reindirizzare le politiche nazionali o proporre alternative più sostenibili allo sviluppo.

*Giovanni Rastrelli giorastre[@]gmail.com laureato in Relazioni Internazionali, si occupa di cooperazione e sviluppo, con particolare attenzione alla situazione asiatica. Ha lavorato presso l’ambasciata italiana in Vietnam.

**Questa tesi è stata discussa presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia. Relatore: Roberto Peruzzi; correlatore Massimiliano Trentin] [La foto di copertina è di Fedrica Festagallo]