In Cina, le difficoltà del governo nell’allineare la ripresa economica alla protezione ambientale hanno portato, negli ultimi decenni, alla proliferazione del settore no-profit. Ma con Xi Jinping, sembra che lo spazio per le organizzazioni sociali nelle questioni di governance ambientale si stia stringendo.

Anche l’attivismo ambientale, come il Socialismo della Nuova Era del presidente Xi deve avere “caratteristiche cinesi”. Pur trattandosi di una forma di governance presumibilmente più inclusiva, democratica e trasparente, le ONG che si occupano di ambiente risentono dell’ambivalenza del Partito-stato: da una parte, la sua volontà di attingere alle loro competenze per affrontare le crescenti sfide ambientali, dall’altra, i costanti tentativi di controllarne le attività.

Considerate meno pericolose per la legittimità del Partito, le ONG ambientaliste hanno storicamente goduto di una posizione di privilegio e di una certa indipendenza all’interno del panorama non governativo cinese. I tempi però sono cambiati: “Oggi le ONG, devono avere un gruppo di Partito al proprio interno. Noi non volevamo che i funzionari locali nelle nostre attività e siamo stati costretti a chiudere” – riportano da Xiamen Green Cross, ONG di Xiamen, nella provincia del Fujian – “prima del 2013 c’era più margine di autonomia. Oggi si fanno troppi controlli. Negli ultimi due anni, molte organizzazioni sono state obbligate a chiudere e soddisfare tutti i requisiti per registrarsi come ONG è quasi impossibile”.

Le ONG si sono dimostrate però resilienti. Oltre a crescere di numero, si sono professionalizzate e la loro diffusione è sempre più localizzata. “Il governo ha le sue funzioni, ma non è onnipotente. Adesso più che mai c’è bisogno che la nostra opinione venga ascoltata. Finché promettono di occuparsi delle problematiche che denunciamo, siamo disposti a scendere a compromessi”, riporta l’attivista di un’altra ONG, Green Zhejiang, sottolineando come l’attivismo ambientalista cinese sopravviva anche grazie all’ambiguità del suo rapporto con il Partito. Il governo esternalizza oneri e servizi e lascia che siano le ONG a sopperire alle sue mancanze, riconoscendone così la funzionalità all’interno del sistema e garantendone di fatto la sopravvivenza.

In Cina, infatti, l’unica policy advocacy possibile è quella guidata dall’alto. Non a caso, sempre più ONG abbandonano l’attività di denuncia per dedicarsi a funzioni che trovano legittimità all’interno dell’ordine politico voluto dal Partito. Secondo un recente studio (Xie, Y. et al., 2020) l’83% delle ONG ambientaliste cinesi si dedica ad attività educative, nelle scuole, nelle università e nei centri di ricerca o svolgendo attività di divulgazione a livello comunitario. “Solo così le ONG riescono a condurre le proprie attività in maniera indisturbata”- dice un portavoce di Green Zhejiang.

Tutto ciò è in linea con ciò che già Peter Ho, professore alla Tsinghua University, aveva definito “embedded activism” – l’evoluzione dell’ambientalismo cinese entro i confini politici fissati dal Partito. Proprio attraverso la loro incorporazione, molte ONG ambientaliste sono state in grado di acquisire una certa legittimità agli occhi dei funzionari locali.

Oltre i confini dell’attivismo autorizzato dallo Stato, esistono poi una miriade di altre strategie che le ONG ambientaliste cinesi utilizzano per avanzare le loro richieste. L’Internet e i nuovi social media, ad esempio, forniscono alle organizzazioni esposizione mediatica e uno spazio in cui portare avanti il discorso ambientale aggirando la censura politica. Sporadicamente poi ci sono le proteste di strada, come quella di Xiamen nel 2007, che sono riuscite a fermare la costruzione di un impianto chimico. Ma questo tipo di attivismo mette a rischio l’esistenza stessa delle ONG: “sicuramente le proteste non sono il modo migliore per ottenere il sostegno del governo ai nostri progetti” – riporta un attivista di Xiamen Green Cross.

L’ambivalenza nei confronti dell’attivismo ambientalista si manifesta anche nell’impegno del governo cinese con la comunità internazionale.  Alla pubblicità governativa sulla trasparenza e divulgazione dei dati, si accompagna infatti una tendenza ad invocare arbitrariamente il segreto di Stato, per limitare l’accesso a dati che potrebbero minacciare la stabilità sociale e la legittimità del Partito. Allo stesso modo, pur incoraggiando nuovi approcci partecipativi alla governance ambientale, lo Stato limita di fatto lo sviluppo di un dibattito pluralistico, controllando la libertà di espressione o rafforzando la presa sugli attivisti.

Le organizzazioni ambientaliste rispondono all’ambivalenza con un atteggiamento pragmatico, essendo ben consapevoli dei propri limiti. Anziché assumere posizioni conflittuali, molte optano per la collaborazione, sfruttando la tensione fra ciò che è permesso, tollerato e proibito. Rimane però un pessimismo generalizzato circa la possibilità di ritagliarsi uno spazio maggiore nei processi di governance. Nelle parole di un portavoce di Green Jiangnan, ONG ambientalista del Jiangsu, “Dobbiamo essere al contempo d’aiuto per i governi locali e la voce di una popolazione sempre più preoccupata. Una posizione complessa e rischiosa” .

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Di Chiara Ciampi*

*Dopo la laurea triennale in Lingue, Mercati e Culture dell’Asia presso l’università di Bologna, si è recentemente laureata in Scienze Internazionali – curriculum China and Global Studies all’Università di Torino. Grazie ad una borsa di studio ha preso parte ad un programma Double Degree con la Zhejiang University dove sta completando un Master in China Studies.