In Cina e Asia – Cina: ecco le priorità per l’economia 2021

In Notizie Brevi by Sharon De Cet

Si è conclusa venerdì scorso la Central Economic Work Conference, il massimo vertice annuale che riunisce i più alti funzionari cinesi per definire le priorità economiche per l’anno successivo.  La conferenza di quest’anno chiude un anno turbolento per l’economia cinese – messa a dura prova dalla pandemia Covid-19 – ed è più che mai significativa poiché il 2021 segna anche il primo anno del nuovo piano quinquennale della Cina, che ambisce a trasformare il paese in una potenza tecnologica globale.”Tecnologia” ed “innovazione” saranno le due parole chiave per la Cina nel 2021. I leader hanno annunciato otto grandi priorità economiche: rafforzare l’innovazione tecnologica strategica, garantire il controllo delle catene di approvvigionamento, stimolare la domanda interna, velocizzare le riforme e l’apertura, modernizzare i terreni agricoli, frenare i monopoli di mercato e prevenire l’espansione incontrollata del capitale, così come vincere le sfide poste dai grandi conglomerati urbani: le emissioni di carbonio e le problematiche abitative. In un panorama in cui le grandi aziende tecnologiche si sono espanse nella finanza, i leader cinesi avranno dunque come priorità assoluta l’approvazione di regolamenti sull’identificazione dei monopoli delle piattaforme, la gestione della raccolta e dell’uso dei dati personali e la protezione dei diritti dei consumatori, per condurre un’innovazione finanziaria prudente ma all’avanguardia.Mentre gli Stati Uniti e l’Europa continuano a lottare con la pandemia, la Cina sarà probabilmente l’unica grande economia ad espandersi nel 2020, mantenendo inoltre – secondo i portavoce cinesi – un rapporto debito / PIL “ampiamente stabile” nel 2021 ed un’offerta monetaria “ampiamente in linea” con la crescita del PIL nominale. Sebbene l’incontro non abbia dunque segnalato alcun improvviso cambio nelle politiche di sussidio statale, molti analisti sostengono che il governo centrale potrebbe interrompere l’emissione di buoni del tesoro speciali e ridurre la quota di obbligazioni speciali per i governi locali. [fonte Caixin]

Il lavoro forzato nello Xinjiang minaccia l’accordo di investimento UE-Cina.

La settimana scorsa, la Commissione Europea ha annunciato di aver preso una “decisione politica in linea di principio” per accettare il tanto atteso accordo di investimento con la Cina, riconoscendo che Pechino avesse fatto sufficienti concessioni per permettere alle aziende europee di accedere al mercato cinese. Tuttavia, nonostante le sue molteplici concessioni, Pechino ha fortemente dissentito sull’ includere nell’accordo una questione fondamentale: i diritti dei lavoratori.Per questa ragione, i funzionari dell’UE affermano che il rifiuto di Pechino di ratificare gli standard dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO) – che fissa standard sui diritti dei lavoratori e vieta il lavoro forzato – renderà politicamente difficile l’approvazione dell’accordo di investimento da parte del Parlamento europeo, il cui voto è fondamentale.La scorsa settimana, infatti, il Parlamento europeo ha approvato una risoluzione secondo la quale qualsiasi accordo globale con la Cina “deve includere impegni adeguati per rispettare le convenzioni internazionali contro il lavoro forzato”, condannando inoltre le pratiche di Pechino nello Xinjiang. Secondo fonti vicine ai leader europei, uno dei problemi principali è che gli impegni cinesi per migliorare i diritti dei lavoratori rimangono vaghi, in quanto nessuna clausola riguardante il lavoro forzato od il diritto di associazione sono state per il momento menzionate nei negoziati. Alla preoccupazione della classe politica si aggiungono quelle degli esponenti della comunità accademica, che – in una dichiarazione congiunta – sottolineano che non appena l’accordo sarà approvato, sarà più difficile esercitare pressioni sulla Cina riguardo all’adesione all’ILO, soprattutto ora che il lavoro forzato sembra essere diventato parte della sua politica di rieducazione nello Xinjiang. La posizione di Pechino riguardo ai diritti dei lavoratori contrasta fortemente con quella adottata dal Vietnam durante i negoziati sull’accordo di libero scambio con l’UE, entrato in vigore all’inizio di quest’anno. Come parte dell’accordo, Hanoi si è infatti impegnata a mettere in atto diverse convenzioni fondamentali dell’ILO, comprese quelle sulla libertà di associazione, il diritto alla contrattazione collettiva, la fine del lavoro forzato e del lavoro minorile. [fonte SCMP]

Pechino nomina un funzionario Han come segretario per le minoranze etniche

Per la prima volta in 66 anni, Pechino ha nominato Chen Xiaojiang, un funzionario dell’etnia di maggioranza Han ed ex supervisore disciplinare del Partito Comunista, come segretario della Commissione Nazionale incaricato delle minoranze etniche.  La nomina ha così rotto una convenzione che dal 1954 prevedeva che il funzionario responsabile delle questioni etniche fosse membro di uno dei tanti gruppi etnici minoritari del Paese, fattore che ha finora garantito a quadri di etnia hui, uigura, mongola e coreani di guidare la Commissione Nazionale per gli affari etnici.L’idea di assegnare il posto di segretario per le minoranze etniche ad un membro di tali gruppi garantiva il compimento del modello storico di governance etnica della Cina, che supponeva che sia concessa ai membri etnicamente minoritari una certa autonomia sui propri affari. econdo molti esperti, la nomina è stata l’ultimo passo di un allontanamento dal modello di autonomia a favore della cosiddetta minoranza etnica di seconda generazione, o minzu, che suggerisce che tutte le minoranze in Cina dovrebbero integrarsi per formare un unico grande stato cinese. Per fare ciò, Pechino potrebbe dunque aver nominato Chen con l’obiettivo di limitare il ruolo della Commissione nella sua missione di preservare l’autonomia etnica regionale e centralizzare il controllo di tali politiche nelle mani di Pechino. Nella stessa ottica, l’Amministrazione statale per gli affari religiosi è stata recentemente sciolta e le sue funzioni assorbite nel Dipartimento del Lavoro del Fronte Unito, un gruppo interno al Partito Comunista che raccoglie informazioni e gestisce i rapporti con individui ed organizzazioni d’élite dentro e fuori la Cina. Il governo cinese è anche diventato sempre più sensibile a tutto ciò che considera “separatista”, come lo evidenziano le sommosse che coinvolgano minoranze etniche, la questione di Taiwan o ancora i manifestanti antigovernativi ad Hong Kong: la precedente posizione di Chen Xiaojiang come supervisore della Commissione Centrale per l’Ispezione della Disciplina sarebbe dunque estremamente coerente con il pugno di ferro che Pechino ha intenzione di adottare con i movimenti interni considerati dal Partito come separatisti. [fonte SCMP]

Il Tai Chi diventa patrimonio culturale immateriale

L’arte secolare del taijiquan, conosciuto comunemente come tai chi, è stata nominata Patrimonio Culturale Immateriale dall’UNESCO. L’organizzazione delle Nazioni Unite ha infatti annunciato giovedì scorso che le domande per il tai chi e per la cerimonia wangchuan – un’usanza popolare in onore di un’antica divinità protettrice praticata sulle aree costiere di Xiamen e Quanzhou Bay – sono state approvate dal Comitato intergovernativo dell’UNESCO. Nella sua ultima sessione, l’UNESCO ha iscritto nella sua lista ben 32 nuovi patrimoni immateriali da tutto il mondo, tra cui anche il festival delle luci delle lanterne della Corea del Sud.Con il riconoscimento del tai chi e della cerimonia wangchuan, la Cina ora è il primo paese al mondo per numero di patrimoni immateriali, con ben 42 attività ufficialmente registrate presso l’UNESCO: le due arti appena nominate si aggiungono infatti ad una lista che include l’opera di Pechino, il Dragon Boat Festival, la calligrafia tradizionale, l’agopuntura, il teatro delle ombre ed i calcoli matematici con l’abaco. Lo status del tai chi come patrimonio culturale immateriale è stato a lungo discusso: infatti, la prima richiesta della Cina era stata respinta dall’UNESCO nel 2008 perché “troppo vaga”: solo quasi un decennio dopo, nel 2017, la Cina ha chiesto nuovamente il riconoscimento ufficiale del tai chi, in seguito ad alcune speculazioni secondo le quali anche la Corea del Sud ed il Giappone stessero pianificando di candidare simili arti come patrimonio immateriale mondiale. [fonte SixthTone]

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