Il mondo sotto il cielo, dopo un lungo periodo di divisione, tende ad unirsi”.
Unione e divisione sono concetti fondamentali all’interno del millenario flusso storico cinese. L’incipit del Romanzo dei Tre Regni di Luo Guanzhong, testo chiave della tradizione cinese, esprime chiaramente l’importanza di questi due aspetti complementari dal punto di vista politico, etnico e culturale. L’Europa e l’Occidente in genere hanno sempre osservato la storia cinese come un continuum storico millenario, reciso radicalmente nel XX secolo. Analizzando nel dettaglio la storia cinese si arriva facilmente a smentire il mito storico di una Cina monolitica e millenaria: la civiltà cinese è un mosaico di popolazioni differenti, nate tramite lo scontro e l’incontro di popoli nel divenire storico.

A questi processi si affianca il potere politico imperiale, generalmente detenuto dall’etnia Han prevalente, che nel corso della storia ha cercato di conciliare l’espansione politica e culturale con la gestione della diversità etnica. Le dinastie che si sono succedute nel corso della storia hanno cercato di gestire a modo proprio i problemi derivanti dalla diversità etnica e hanno cercato di formulare risposte adeguate ai tempi. La tensione tra l’accentramento e la regionalizzazione è sempre stata una costante della storia cinese e si manifesta tutt’ora.

Il potere imperiale si poggia sul concetto confuciano del Tianxia, “tutto ciò che sta sotto il cielo”. Il concetto culturale del Tianxia rappresenta perfettamente l’impossibilità di analizzare la storia politica cinese senza conoscerne la cultura. Tianxia non definisce necessariamente lo spazio geografico e politico nel quale il popolo cinese esercita le proprie attività, ma definisce un impero potenzialmente universale, al cui centro si trovano la cultura e la civiltà cinesi. L’influenza culturale cinese diminuisce in relazione alla distanza dal centro e i popoli vicini possono beneficiare degli influssi culturali cinesi. L’interpretazione del concetto di Tianxia è cambiata in funzione del clima culturale e politico e ha avuto una notevole rilevanza nella gestione delle differenze etniche. La maggior parte delle dinastie ha comunque considerato il Tianxia come la casa di tutti i popoli disposti ad abbracciare la cultura cinese. In altri periodi sono invece prevalse interpretazioni più restrittive, relazionate a volontà politiche di contenimento.

In ogni caso, questa visione del mondo ha generato l’autopercezione della centralità, definita sinocentrismo. La ricerca di un ruolo culturale e politico centrale è l’obiettivo comune delle dinastie di ieri e del Partito Comunista di oggi. L’autopercezione della centralità genera anche una sensazione di accerchiamento, il cui effetto è una forte tensione centripeta che si manifesta nei numerosi tentativi di accentramento amministrativo e politico messi in atto dai detentori del potere.

A fare da contraltare a questa tensione verso il centro ci sono le tendenze centrifughe rappresentate dalle differenze regionali, etniche e religiose. Nel corso dei secoli le frontiere della Cina propriamente detta si sono espanse, tuttavia le grandi differenze geomorfologiche del territorio cinese, la difficoltà di imprimere azioni politiche centralizzatrici veramente efficaci e la frequente divisione politica dello Stato cinese hanno innescato il processo di etnogenesi regionale, che ha aumentato le differenze anche in relazione ai popoli di frontiera che venivano mano a mano integrati nel territorio dello Stato. Nel corso della storia la gestione della diversità è passata attraverso approcci molto differenti tra loro. Sotto la dinastia Tang, ad esempio, si sviluppò una vivace società multiculturale avvallata dalle autorità, mentre nel periodo di dominazione mongola tramite la dinastia Yuan venne elaborato un sistema di segregazione razziale per impedire che i pochi mongoli presenti in Cina perdessero la propria identità e il loro ruolo elitario a favore dei molti più numerosi cinesi.

Gli strumenti più efficaci in mano al potere statale per garantire l’unità dello Stato minacciato dall’etnicizzazione locale e dalle differenze etniche preesistenti erano quindi la burocrazia e, conseguentemente, la scrittura. Il potere statale nelle regioni più distanti dal centro era rappresentato dai letterati-funzionari, a cui veniva affidata l’amministrazione delle province. La classe politica dei funzionari è nata dal processo storico di razionalizzazione amministrativa e di marginalizzazione politica dell’aristocrazia terriera. La presenza dei funzionari imperiali ha accresciuto l’influenza della cultura cinese e ha promosso l’unità della scrittura cinese, vera protagonista dell’unificazione politica e culturale.

La scrittura cinese, ideografica, si può adattare a tutte le lingue disseminate nel territorio dello Stato, permettendo un primo livello di unificazione a livello grafico. Le differenze linguistiche della Cina di oggi rispecchiano perfettamente questo percorso storico: il processo di regionalizzazione ha creato numerose differenze tra le lingue locali anche all’interno degli stessi gruppi etnici. Il cinese ufficiale di Pechino (putonghua) è ancora parlato da una piccola percentuale di cinesi, anche se il governo promuove costantemente l’uso e l’insegnamento del putonghua insieme alle varie lingue locali.

Attualmente la Repubblica Popolare Cinese è uno Stato unitario che riconosce l’esistenza di 56 nazionalità differenti. Più del 90% della popolazione appartiene al gruppo etnico Han maggioritario e abita nelle zone orientali del Paese, nella Cina propriamente detta. L’identità multietnica della Repubblica Popolare ha le sue radici nelle idee e nel pensiero di Sun Wen (meglio noto come Sun Yat-Sen). Il padre della Repubblica del 1911, influenzato dalle idee diffuse in Occidente e in Giappone, vide nell’assenza di un sentimento nazionale paragonabile ai nazionalismi europei una delle cause delle umiliazioni che la Cina stava vivendo.

Lo Stato cinese fu sempre definito in base alla cultura e all’amministrazione e il nazionalismo non trovò mai terreno fertile in un sistema di valori che poneva al vertice il ruolo dello Stato, la stabilità e l’armonia. Inoltre in Cina non si verificò il processo storico che portò alla nascita degli Stati nazionali europei. Sun Wen avviò il suo esperimento di nation building elaborando l‘idea dei “popoli cinesi” (zhongua minzu), un’associazione di cinque grandi famiglie etniche: han, mancesi, mongoli, musulmani e tibetani. Il traumatico contrasto con l’Occidente e soprattutto con il Giappone stimolò la nascita di un sentimento di unità nazionale in nome del quale scacciare gli stranieri e riprendere possesso del proprio Stato.

La Seconda Guerra Mondiale e la drammatica esperienza della guerra contro il Giappone furono il definitivo “travaglio del negativo” attraverso il quale il nazionalismo cinese trovò una sua stabile definizione. La successiva guerra civile vide da una parte il governo del Guomindang di Jiang Jieshi, che si occupò ben poco delle minoranze, e dall’altra il Partito Comunista guidato da Mao Zedong, che nel corso della Lunga Marcia attraversò terrori abitati da minoranze e fece molte promesse per ottenere il loro appoggio.

Inoltre è lecito pensare che Mao Zedong, almeno inizialmente, fosse sinceramente convinto della necessità di coinvolgere le minoranze nella guerra civile poiché suo fratello perse la vita in Xinjiang a causa di tensioni etniche. Inizialmente dichiarò di voler lasciare le minoranze libere di decidere il proprio destino, ma vinta la guerra civile e ottenuto il potere l’idealismo lasciò spazio al pragmatismo: Mao capì che l’unità politica della neonata Repubblica Popolare Cinese non poteva essere messa in discussione per nessun motivo. La Repubblica Popolare venne quindi organizzata con enti autonomi e minoranze riconosciute. I parametri usati dalla RPC furono quelli individuati da Stalin nel 1913, che definivano le nazionalità come comunità stabili di persone storicamente costituite, formate sulla base di lingua, territorio, sistema economico e culturale comuni. Il numero di minoranze riconosciute è progressivamente cresciuto fino a raggiungere il numero attuale nel 1981.

La definizione delle minoranze fu un processo lungo, difficile e spesso fuorviante. Molte minoranze sono gruppi molto ristretti, strettamente imparentati con altri gruppi limitrofi ma differenti per molti aspetti. Altri gruppi sono difficilmente scindibili dal gruppo etnico maggioritario Han a causa del lungo processo di sinizzazione. Gli Hakka abitano il sud-est della Cina, parlano un cinese differente dal putonghua ufficiale di Pechino e dovrebbero essere il gruppo maggioritario della zona. Tuttavia non rappresentano una minoranza riconosciuta a causa della loro prolungata vicinanza storica con gli Han. Insieme a molti altri gruppi fortemente sinizzati, sono collocati all’interno della maggioranza poiché avere un ceppo etnico consistente di base è un fattore di stabilizzazione irrinunciabile: lo stesso Sun Wen concepì la nazionalità Han per ridurre le differenze tra nord e sud della Cina e coinvolgere gli abitanti del Nord in un movimento nazionale che sostanzialmente nacque nei porti del Sud, aperti alle influenze occidentali.

Altri gruppi, come gli Hui, condividono solamente la religione musulmana ma non hanno né una lingua né un territorio proprio. Condividono il dialetto degli altri abitanti delle zone in cui vivono, sono demograficamente sparsi in molte zone della Cina e spesso non sono nemmeno musulmani praticanti. Anche i mancesi possiedono lo status di minoranza, anche se la maggior parte degli appartenenti a questo gruppo etnico è madrelingua cinese e la conoscenza del mancese non è diffusa. A questo riguardo si parla dei mancesi come “minoranza artificiale”. Molti appartenenti a minoranze etniche, nonostante abbiano perso le caratteristiche etnicizzanti e conducano una vita simile a quella della maggioranza Han, continuano a utilizzare lo status di minoranza per poter ottenere determinati vantaggi che ne conseguono, come ad esempio quelli in materia di fiscalità.

La Repubblica Popolare, oltre ad aver creato gli enti autonomi, ha concesso politiche preferenziali (youhui zhengce) per gli appartenenti alle minoranze, come sgravi fiscali, quote di accesso ad uffici pubblici e ad alti livelli di istruzione e la possibilità di avere più di un figlio, che agli Han venne preclusa dalla politica del figlio unico. Dalla nascita della Repubblica Popolare Cinese ad oggi le minoranze hanno attraversato periodi di espansione e di contrazione dei loro diritti. Con la Rivoluzione Culturale il dibattito sulle nazionalità interne venne soffocato e riemerse solo all’inizio degli anni ’80, quando venne promulgata la Costituzione attualmente in vigore.

L’approccio attuale della RPC è evitare i nazionalismi interni ed esaltare il nazionalismo cinese verso l’esterno. La stabilità interna e l’unità dello Stato, fondamentali per i saggi imperatori confuciani del passato, sono dogmi geopolitici anche per il Partito Comunista attualmente al potere. Rifiutando qualsiasi ipotesi di federalismo, visto dalla forma mentis cinese come un segno di debolezza dello Stato, l’unica soluzione è quella di fare importanti concessioni alle minoranze per evitare sollevazioni e altri eventi destabilizzanti: è ben chiaro che eventi del genere non saranno tollerati dal governo. Inoltre, a causa della rinnovata centralità geopolitica cinese, la comunità internazionale osserva molto da vicino l’evolversi delle questioni etniche in Cina.

L’osservato speciale è certamente il Tibet, la cui causa è stata portata avanti nelle ambasciate di tutto il mondo dal Dalai Lama in esilio. Se il Tibet può godere dell’operato di un personaggio in grado di internazionalizzare il problema, lo stesso non si può dire dello Xinjiang, le cui minoranze musulmane non godono della stessa simpatia generata da un’icona pop della pace come il Dalai Lama. Inoltre il clima di sfiducia intorno alla religione musulmana che si respira tra la diplomazia europea contribuisce al rafforzamento dell’autoindotta amnesia occidentale in riferimento ai diritti delle minoranze turcofone cinesi.

Ritornando all’incipit del Romanzo dei Tre Regni, la seconda parte recita “dopo un lungo periodo di unione, il mondo tende a dividersi di nuovo”. L’analisi della nascita e dell’evoluzione della questione etnica cinese dimostra l’importanza della gestione della diversità in tutte le epoche. Ancora oggi il successo internazionale di Pechino passerà attraverso il modo in cui il governo centrale gestirà le differenze etniche. La classe dirigente cinese ha dimostrato negli ultimi anni una grande capacità di adattamento alla situazione internazionale e sembra essere in grado di tenere stabilmente il potere.

La Cina dovrà affrontare in futuro un nuovo periodo di divisione? Per quanto sia difficile rispondere a questa domanda, è facile capire che finché esisterà un Partito Comunista in grado di sviluppare nuove forme di accountability politico e capace di garantire la crescita economica promessa da Deng Xiaoping, una nuova divisione della Cina è difficilmente immaginabile nel breve periodo. Alla luce dei fattori attualmente analizzabili, per una Repubblica Popolare Cinese forte e unita i separatismi etnici non rappresenteranno un pericolo.

*Giorgio Grosso (giorgiogrosso92[@]gmail.com) è nato in provincia di Carbonia-Iglesias nel 1992. Ha conseguito la maturità linguistica nel 2011 e nel 2015 ha conseguito la laurea triennale in Scienze Politiche, indirizzo politico-internazionale, all’Università degli Studi di Cagliari.

**Questa tesi è stata discussa presso l’Università degli Studi di Cagliari. Relatrice: prof.sa Annamaria Baldussi.