Stando ai dati ufficiali, quest’anno la seconda economia più grande del mondo sarà l’unica grande potenza mondiale a evitare una recessione. Secondo un articolo della CNN dell’11 ottobre, il Pil cinese potrebbe addirittura riscontrare una crescita dell’1,6% quest’anno, a fronte di una contrazione del 5,2% dell’economia globale. Il risultato degli incentivi monetari governativi per stimolare i consumi interni è stato evidente. Nella cosiddetta “golden week”, la settimana di vacanza in occasione della Festa Nazionale e della Festa di Metà Autunno, più di 630 milioni di persone hanno viaggiato in tutto il paese, un numero che corrisponde a circa l’80% del totale dei turisti nello stesso periodo dello scorso anno. Malgrado notizie positive in fatto di consumi, le comunicazioni ufficiali parlano di fatto di una diminuzione del 7% del reddito mensile medio dei lavoratori migranti. Si tratta di lavoratori tipicamente impiegati nel settore edile, manifatturiero e in altre attività a basso costo ma vitali, che nel corso della crisi pandemica hanno sofferto riduzioni salariali e licenziamenti.

Di organizzazione del lavoro e agitazioni operaie si è discusso in un appuntamento della serie di webinar dal titolo “China and the Left: Critical Analysis and Grassroots Activism”, organizzata a settembre di quest’anno da ricercatori e attivisti di gongchao.org, Made in China Journal e del gruppo dietro le proteste contro il vertice UE-Cina di Lipsia, in Germania previsto per settembre 2020 e poi rinviato, i quali hanno tentato di fare luce su argomenti salienti per attivisti e ricercatori con una prospettiva di sinistra. Nell’ultimo incontro si è discusso delle condizioni del lavoro operaio in un periodo complesso come quello della pandemia di Covid-19, che ha modificato le relazioni di potere vigenti e peggiorato una situazione già precaria. Uno degli attivisti cinesi chiamati ad intervenire, protetto dallo pseudonimo Wen, ha tracciato gli sviluppi dell’organizzazione del lavoro durante le varie fasi della pandemia in Cina.

Nel primo stadio della crisi pandemica, tra fine gennaio ed inizio febbraio, alcuni attivisti di sinistra, studenti o semplici lavoratori hanno creato sul web vari gruppi finalizzati alla condivisione di informazioni sulla diffusione della Covid-19, tra i quali Worker under virus 疫情下的工人 e Women in Covid 看见疫情中的女性. Le tematiche ricorrenti nei blog di questo genere spaziano dalla narrazione di episodi di malcontento sui luoghi di lavoro a sondaggi per chiedere al governo il prolungamento delle vacanze in occasione del Capodanno cinese (che difatti sono state prorogate fino al 2 febbraio). Da metà febbraio a inizio marzo molte attività hanno ricominciato la produzione, secondo modalità e tempistiche differenti da provincia a provincia. In queste settimane gli imprenditori, assieme alle autorità locali, hanno dovuto coordinare la ripresa delle attività produttive e controllo della diffusione pandemica. Nel corso della terza fase, da metà marzo, la nascita di varie piattaforme online ha permesso una miglior cooperazione tra agenzie governative e funzionari locali. Da fine marzo, in risposta alla riduzione dell’orario di lavoro ed alla chiusura degli stabilimenti, si è verificato un aumento dei contratti di lavoro temporanei ed il conseguente ritorno nelle province rurali di molti lavoratori dei lavoratori migranti impiegati in città. Una situazione in parte mutata nel corso di quella definita da Wen come la quinta ed ultima fase, quella della ripresa economica, interessata da bonus per le aziende e da nuove assunzioni. Nei mesi estivi, la maggiore domanda di forza lavoro ha generato una mancanza di manodopera: secondo l’analisi dell’attivista, la capacità di lotta della classe lavoratrice sembra non essere mutata.

Il tasso di disoccupazione urbana in Cina è passato da una media del 5,2% nel 2019 al 6,2% a fine febbraio, con un leggero calo a marzo, che nel complesso ha alimentato i peggiori timori del governo sui potenziali disordini sociali che potrebbero minare la legittimità del Partito. Da una rapida lettura dei contenuti del sito Worker under virus疫情下的工人, è facile notare una frammentazione delle proteste che rispecchia quella del lavoro, durante i mesi di crisi pandemica: non solo operai dipendenti di fabbriche manifatturiere, ma anche lavoratori della logistica, dei trasporti, tassisti, tirocinanti e neolaureati. Delle 298 proteste dei lavoratori registrate sulla Strike Map di China Labour Bulletin nei primi sei mesi dell’anno, il 27,5% ha interessato il settore dei servizi, il 17,1% quello dei trasporti e della logistica e ben il 32,2% il settore edile.

Nelle prime settimane dallo scoppio della pandemia, la maggior parte dei lavoratori aveva lasciato il luogo di lavoro in occasione delle festività. Dispersi in varie località, sono stati monitorati dalle autorità dei rispettivi quartieri o villaggi attraverso un programma di prevenzione familiare. A causa della scarsità di lavoro causata dal crollo dei consumi interni e delle esportazioni, le aziende hanno preso misure quali il congedo obbligatorio dei dipendenti, la riduzione dell’orario di lavoro e in alcuni casi licenziamenti di massa. Non è andata meglio ai lavoratori di fabbriche che non hanno sofferto una riduzione di produttività, come alcune aziende manifatturiere: straordinari non pagati e riduzione del numero complessivo dei dipendenti hanno lasciato quelli ancora con un impiego con una mole maggiore di lavoro e mancanza di giorni liberi.

Nel primo trimestre dell’anno, più di 50 milioni di lavoratori migranti sono rimasti bloccati nelle loro città delle province rurali, a causa della quarantena e dei motivi sopracitati. Entro la fine marzo, solo 123 milioni di nongmingong sono stati in grado di tornare nelle zone urbane.

Quando, sin dal 10 febbraio, la maggior parte delle province ha permesso un graduale ritorno al lavoro, le aziende ed i governi locali hanno imposto severe misure per i lavoratori volte a contenere la diffusione pandemica, come la modifica dei tavoli delle mense aziendali per garantire la distanza durante i pasti o la quarantena nei dormitori aziendali per i lavoratori che tornavano dalle zone rurali. Le imprese che non hanno seguito le direttive in merito alla riapertura sono incappate in misure punitive: vi sono stati casi in cui i responsabili di luoghi come fabbriche, scuole di formazioni o luoghi di intrattenimento sono finiti in “detenzione amministrativa” (行政拘留) per aver riavviato la produzione in anticipo rispetto alle linee guida. Anche dopo che molte aziende hanno ottenuto l’autorizzazione a riavviare completamente le attività produttive, il fatto che molte persone non potessero o temessero di ritornare nelle città ha creato non pochi problemi. Alla mancanza di forza lavoro, molte imprese hanno risposto con campagne di reclutamento, promuovendo ad esempio bonus di assunzione.

Coloro che invece non hanno mai smesso di lavorare, come ci si può immaginare, sono stati gli operatori sanitari, soggetti a forte pressione sin dagli inizi della pandemia. La situazione di turni eccessivamente lunghi e di personale sprovvisto di dispositivi di protezione inadeguati è stata ulteriormente aggravata dall’incompetenza di dirigenti e funzionari del governo locale. In un articolo del blog di sinistra Worker Study Room 工人自习室, pubblicato a maggio ed interamente tradotto da Chuang, si analizzano gli aspetti che hanno contrastato gli effetti psicologici negativi della condizione degli operatori sanitari e le possibili rimostranze pubbliche che ne sarebbero potute derivare. Oltre a fornire loro ricompense materiali, lo stato ha diffuso un discorso focalizzato sull’ “eroismo” di coloro che combattevano il Covid in prima linea, affermando i loro contributi ed i loro sacrifici. Malgrado queste misure, si sono comunque verificati casi di proteste organizzate: a maggio, gli operatori sanitari di Xuzhou, nel Jiangsu, hanno scioperato contro l’intenzione di privatizzazione dell’ospedale pubblico in cui lavoravano.

La questione della sicurezza sul lavoro, tema critico anche per i cosiddetti “operatori ecologici”, i netturbini, per intenderci, non è di certo nata durante la situazione extra-ordinaria causata dalla pandemia globale. Rispetto alle mere questioni salariali, tuttavia, la questione della sicurezza appartiene ad un livello di preoccupazione e consapevolezza più avanzato, in quanto richiede che i lavoratori siano a conoscenza di maggiori informazioni. È più facile, quindi, che un lavoratore nello Hubei cerchi di risolvere problematiche legate al basso reddito e alla riduzione delle ore di lavoro, anziché protestare per la mancanza di dispositivi di protezione individuale. Tali questioni, spesso, sono state discusse da organizzazioni legate all’attivismo dal basso. In questo senso è stata di estrema importanza l’azione dei “口罩小组” (gruppi di fornitura di mascherine), una forma di organizzazione spontanea nata interamente su internet. Coordinati sia da studenti universitari già con esperienza di attivismo che da giovani nuovi a questo tipo di situazione, questi gruppi hanno fornito, in varie città, maschere e guanti sia a operatori sanitari che a spazzini, condividendo anche materiale educativo su come proteggersi durante la pandemia e sensibilizzando quanti più lavoratori possibile.

A febbraio ed a marzo si è registrato nel complesso un numero ridotto di proteste del lavoro. Se in parte ciò era dovuto alla riduzione della mobilità, è anche vero che i lavoratori a basso reddito hanno sperimento un grave calo del valore ricchezza familiare più di qualsiasi altro gruppo di reddito e, come già visto, una serie di grosse difficoltà lavorative. Tuttavia, l’efficace utilizzo di Wechat come strumento per esprimere i propri disagi e raccontare qualsiasi tipo di incidente correlato alla pandemia ha fatto in modo che le condizioni per la nascita di azioni collettive venissero meno.

Ad aprile, il numero delle proteste è gradualmente aumentato. In uno dei settori fortemente colpiti dalla crisi, quello edile, in seguito alla messa in pausa di progetti residenziali ed infrastrutturali, si sono verificate ben 151 incidenti collettivi tra maggio e agosto, rispetto ai 39 casi nei primi quattro mesi del 2020[6]. La problematica comune alla maggior parte dei casi è stata quella degli arretrati salariali.

Secondo quanto affermato dall’attivista Wen durante il webinar, infatti, i mancati pagamenti e la diminuzione del salario sono state le due motivazioni principali alla base dello scontento operaio sin dai primi attimi di ripresa della produzione. Non è bastato che nel 2017 il Ministero delle Risorse Umane e della Previdenza Sociale (人社部) abbia annunciato con ottimismo un “piano d’azione triennale” per eliminare gli arretrati salariali entro il 2020, in particolare proprio per i lavoratori migranti nel settore delle costruzioni. L’approccio amministrativo top-down non ha chiaramente raggiunto i suoi obiettivi.

Inoltre, si sono manifestate altre questioni legate al settore. Il 26 agosto, un gruppo di lavoratori a Beihai, nel Guangxi, è sceso in protesta per chiedere il pagamento degli stipendi arretrati all’Evergrade Group 恒大集团, società pubblica che per vendite è la seconda azienda immobiliare in Cina, ed alla China Railways Engineering Group 中国铁路工程总公司. È preoccupante che molte delle controversie – più del 40%, rispetto al 25% del 2019 – abbiano coinvolto le SOE, le grandi imprese statali che sono di norma un esempio di stabilità finanziaria. Per di più, sembra ci sia stato un aumento delle risposte dure e violente da parte di datori di lavoro e polizia: il 3 settembre, un lavoratore di un cantiere a Chengdu coinvolto in uno sciopero per salari arretrati è stato trascinato in un ufficio e picchiato duramente.

In genere, le imprese che già prima della pandemia violavano i regolamenti hanno continuato a procedere nell’illegalità, confiscando i salari e facendo in modo che il periodo che i lavoratori-migranti avevano trascorso in quarantena nelle loro città d’origine figurasse come congedo per questioni personali. I lavoratori della Foxconn di Shenzhen hanno presentato reclami formali al fine di modificare la politica aziendale che ha costretto i dipendenti a coprire il periodo di isolamento motivato dal Covid con le ferie annuali. Non è stato raro che alcuni lavoratori migranti, impiegati in particolar modo nell’area del Delta del Fiume delle Perle, abbiano dichiarato di non aver percepito durante la quarantena neanche un salario minimo. A fine marzo, i lavoratori del colosso delle auto elettrice BYD, che aveva appena beneficiato di un sussidio governativo, hanno protestato perché l’azienda aveva tagliato tutti i bonus.

I casi di lavoratori autonomi costretti a chiudere le proprie attività sono stati innumerevoli, come sono stati molti quelli di nongmingong che, dai nuclei urbani, hanno scelto di tornare nelle loro città d’origine. Sebbene un sondaggio condotto ad agosto su 331 famiglie di migranti rurali in 23 province abbia rivelato che quasi il 60% intende rimanere nelle grandi città, nonostante la crisi pandemica e la conseguente crisi economica, per motivi quali una migliore educazione per i loro figli e una miglior assistenza sanitaria, i rapporti dei media statali come CGNT offrono un quadro contrastante. Da quanto riferito, i governi locali avrebbero creato da fine luglio 13 milioni di nuovi posti di lavoro per i lavoratori migranti tornati dalle grandi città, aggiungendo che il 5% di questi interessa nuove attività produttive, come vendite in diretta streaming di prodotti agricoli.

In un paese tanto vasto ed eterogeneo come la Cina, le risposte da parte delle aziende al calo di produzione sono state numerose. Un reportage di fine agosto su Reuters racconta una tendenza sempre più diffusa in Cina, quella della condivisione del lavoro, vale a dire l’affitto di alcuni dipendenti in esubero ad altri stabilimenti che ne hanno necessità. Nell’articolo si porta l’esempio del Kam Yuen Group, fabbrica di orologi con sede a Hong Kong, il cui stabilimento a Zhongshan nel Guangdong ha mediato un accordo per trasferire un centinaio di lavoratori a rischio di licenziamento in un’altra azienda. La Guangdong Welland Technology Co., come risultato, assumerà entro i prossimi mesi 140 lavoratori dalla Kam Yuen. Secondo l’accordo, i dipendenti torneranno all’azienda d’origine dopo un periodo di sei mesi, nella speranza che gli affari andranno meglio. Quest’approccio è stato agevolato in particolar modo nel Guangdong, Jiangsu e Zhejiang, province orientate all’esportazione. Approvato dal governo centrale nelle linee guida su scala nazionale emesse a luglio, fa parte del più ampio sforzo da parte di Pechino di incoraggiare un lavoro più flessibile, espressione che include tanto il lavoro autonomo quanto i contratti a termine.

Secondo il governo di Dongguan, importante polo manifatturiero, da febbraio circa 20.000 dipendenti impiegati in 750 diverse fabbriche sono stati “dati in prestito” ad altri stabilimenti. In quel periodo, l’agenzia di stampa ufficiale Xinhua ha comunicato che nel Guangxi Walmart ha iniziato a promuovere un programma di condivisione dei lavoratori di hotel e ristoranti locali, settori in forte difficoltà durante la pandemia, che hanno potuto iniziare a lavorare part-time nei negozi del colosso americano. Secondo Xinhua, ciò ha contribuito a risolvere il problema della carenza di personale per alcune imprese, in particolare quelle della grande distribuzione, con l’aiuto dei big data. Inoltre, il nuovo modello di occupazione, che secondo alcuni potrebbe sopravvivere anche dopo la crisi pandemica, potrebbe ridurre il costo del lavoro delle aziende.

Che ne è stato invece ai lavoratori appartenenti ad altri settori, come i tassisti, o i kuaidi 快递? Nel caso dei servizi di consegna, nelle prime settimane della crisi pandemica non si sono registrate grosse difficoltà. Gli ordini di consegna erano fortemente diminuiti e molti lavoratori del settore della logistica erano in vacanza per i festeggiamenti del Capodanno lunare. In questo periodo i fattorini hanno lavorato in una condizione di maggior sicurezza: nelle zone più colpite dall’epidemia, la consegna dei rifornimenti è stata coordinata dalle autorità locali attraverso l’uso di personale specializzato, che evitava ai kuaidi di entrare in contatto diretto con i clienti. Nonostante quasi tutte le piattaforme abbiano aumentato la percentuale di pagamento, implicando maggiori entrate per i lavoratori, si sono comunque verificati scioperi periodici contro multe e tagli salariali.

Qualche settimana fa, un articolo uscito sulla rivista People 人物 ha denunciato la condizione lavorativa dei dipendenti del food delivery: i lavoratori sono essenzialmente schiavi dell’algoritmo, con poche o nessuna possibilità di raggiungere gli obiettivi fissati dalle piattaforme. Per guadagnare una somma dignitosa, i fattorini devono quindi correre estremi rischi nel traffico ed entrare in lunghe controversie con ristoratori e clienti. Problematiche che sono state esacerbate dalla concorrenza spietata tra le due principali piattaforme di consegna di cibo in Cina, Meituan e Ele.me. Dal 2018, China Labour Bulletin ha registrato 121 incidenti sul lavoro che coinvolgono rider, di cui 19 che hanno comportato la morte del lavoratore[12]. A inizio settembre, entrambe le piattaforme hanno fatto delle concessioni, le quali in sostanza hanno implicato un aumento del minutaggio nel tempo di consegna. Più che una concessione a favore dei kuadi, però, non si è trattato altro che di uno espediente pubblicitario.

Il primo articolo del sito Worker under virus, del 15 marzo, racconta invece della situazione dei tassisti, rimasti sin dall’inizio della pandemia senza lavoro ed impossibilitati a pagare la tassa del contratto entro la scadenza di aprile. A metà marzo, gli autisti di diverse compagnie di taxi di Liuzhou, nel Guangxi, sono scesi in strada per difendere i loro diritti e chiedere la riduzione o l’esenzione dal canone di contratto.

In ultimo, buttiamo un occhio alla situazione di studenti e neolaureati del “regno di mezzo”. Ad aprile, il tasso disoccupazione giovanile per gli individui tra i 16 ed i 24 anni ha raggiunto il 13,8%, mezzo punto percentuale in più rispetto a marzo. “Guidati” da fiere del lavoro svoltesi online, questa estate quasi nove milioni di laureati sono entrati nel mondo del lavoro cinese, scontrandosi con un mercato del lavoro già molto competitivo e poco accessibile in situazioni ordinarie. Il problema è l’enorme disallineamento tra le aspettative occupazionali dei laureati e la realtà economica. Questi giovani istruiti, disoccupati ed irrequieti figurano essere uno delle fonti di maggior preoccupazione per il governo cinese. Pechino ha risposto incoraggiando governi locali e aziende statali a reclutare laureati, anche grazie ad agevolazioni fiscali. Molti dei nuovi posti di lavoro, però, sono nella gig economy, per intenderci l’enorme calderone di impieghi a chiamata, occasionali e temporanei. Alcuni dei neolaureati affermano che torneranno a casa loro, nel caso nelle grandi città i posti di lavoro finissero. Sarebbe di certo un capovolgimento imprevisto del processo di vasta urbanizzazione in corso in Cina.

In un articolo pubblicato a febbraio sul sito neomaoista Red China, il collettivo di lavoratrici femministe Jianjiao Buluo尖椒部落 ha riportato la situazione di un gruppo di studenti tirocinanti. Il loro istituto professionale di Chongqing ha organizzato per 500 studenti uno stage lavorativo in zone industriali di diverse città, tra cui Dongguan e Xiamen. Il tirocinio è iniziato ad agosto 2019 e sin da subito essi hanno fatto esperienza di turni lunghi, straordinari e nessun giorno di riposo per quasi tre settimane filate. Durante la pandemia, i problemi si sono esacerbati e sebbene una notifica ufficiale avesse dichiarato che gli studenti non avrebbero dovuto tornare al lavoro prima del 9 febbraio, già il 1° febbraio sono stati richiamati nei vari stabilimenti e costretti a firmare un accordo di ripresa obbligatoria. Secondo le loro dichiarazioni, non aver accettato avrebbe significato perdere le paghe arretrate.

A giugno, la disoccupazione è rimasta relativamente alta – 5,7% nelle aree urbane – e sono stati registrati 89 casi di proteste sul lavoro. Ancora una volta, il settore delle costruzioni è stato quello più interessato e, come nei mesi scorsi, la motivazione principale alla base delle rimostranze è stata la questione salariale.

Nel complesso, non si sono verificate azioni collettive su larga scala in ambito lavorativo. Le motivazioni sono varie: da una parte è probabile che il rallentamento economico abbia reso i lavoratori pessimisti in merito al futuro lavorativo, più preoccupati ai minor guadagni che a manifestare il proprio dissenso. Dall’altra, la rabbia iniziale nei confronti dell’occultamente dell’epidemia da parte degli apparati statali è stata rapidamente reindirizzata contro alcuni funzionari specifici a Wuhan. In seguito, l’aggravarsi della pandemia all’estero ha fortemente sottolineato il livello di normalità a cui invece si stava già ritornando in Cina: il sentimento popolare si è così spostato verso la lode e la gratitudine per il successo del Partito nel contenimento della pandemia. Inoltre, non dimentichiamoci che la crociata internazionale contro la Cina guidata dagli Stati Uniti è divenuta il nucleo di una rinnovato patriottismo. Nel caso degli incidenti collettivi legati al mondo del lavoro, nonostante qualche episodio di protesta aggressiva ed organizzata, la maggior parte delle rimostranze ha avuto luogo su internet. Spesso i lavoratori hanno scelto vie “istituzionali”, chiedendo consulenze legali formali e presentando reclami ufficiali. Allo stesso tempo, le agenzie governative di livello più basso hanno creato piattaforme online per la mediazione o hanno fatto in modo che i funzionari locali mediassero al fine di alleviare la tensione tra capitale e lavoro (“缓和劳资矛盾冲突”). Secondo i commenti di attivisti cinesi di sinistra, tutto ciò è stato particolarmente efficace per dissolvere le rimostranze condivise dei lavoratori in una serie di reclami individuali, riducendo così il potenziale di azione collettiva.

Di Vittoria Mazzieri*

*Vittoria Mazzieri, marchigiana, si è laureata con lode a “l’Orientale” di Napoli con una tesi di storia contemporanea che verte sul caso Jasic. Più volte in Cina sia per studio che per diletto, ha maturato negli anni una forte attrazione per gli sviluppi poco sereni dell’attivismo politico dal basso del “paese di mezzo”.