Pechino ha chiesto a sei agenzie di stampa statunitensi di riferire alle autorità le proprie operazioni nel paese, fornendo i dati su personale, operazioni finanziarie e proprietà immobiliari. I media in questione hanno sette giorni per provvedere alla richiesta, pena il rischio di subire sanzioni e limitazioni come è appena avvenuto negli USA, dove le agenzie cinesi sono state etichettate ufficialmente come “missioni estere”. La decisione del ministero degli affari esteri di lunedì è coerente con le dichiarazioni di giovedì scorso del portavoce Zhao Lijian, che dopo la decisione del governo americano aveva promesso una risposta da Pechino. Risposta che non ha tardato ad arrivare: “la Cina esorta gli Stati Uniti a porre fine alla loro oppressione politica e alle restrizioni arbitrarie sui media cinesi. Se proseguirà lungo la strada sbagliata, dovrà aspettarsi nuove contromisure”. La mossa arriva in un momento di crescente tensione tra i due paesi, dopo che le restrizioni ai corrispondenti in Cina hanno spinto la Casa Bianca a imporre altrettante limitazioni ai cittadini cinesi sul proprio territorio. Inoltre, Pechino minaccia sanzioni verso le aziende americane in Cina dopo che gli USA hanno firmato un accordo per la vendita di armi dal valore di 1.8 miliardi a Taiwan. Non solo guerra mediatica, quindi, ma una rapida estensione del conflitto sul piano politico ed economico. [Fonte: Global Times, Reuters]

Dopo la Cina, anche il resto dell’Asia lancia la propria strategia per ridurre le emissioni

In occasione dell’India Energy Forum il premier indiano Narendra Modi ha tenuto un discorso sul futuro del mercato energetico in India, affermando che il paese è destinato a trainare la domanda mondiale. Il primo ministro ha inoltre affermato che questa crescita sarà accompagnata da misure che mirano a ridurre le emissioni di carbonio e la dipendenza della nazione asiatica dai mercati esteri. La strategia indiana punterà a raddoppiare la quota di gas naturale nel mix energetico, mentre le rinnovabili dovranno passare dai previsti 175 gigawatt del 2022 ad almeno 450 gigawatt entro il 2030. La narrazione attuale prevede che la crescita della domanda di energia sia soprattutto in funzione della cosiddetta “giustizia energetica” per permettere a tutta la popolazione di migliorare la propria qualità di vita. Insieme all’India è stato reso noto da Nikkei che anche il Giappone ha lanciato la propria scommessa per azzerare le emissioni entro il 2050. Secondo il premier Yoshihide Suga, il paese deve ora impegnarsi a raggiungere gli standard elaborati dall’Unione Europea e dall’accordo sul clima di Parigi. Entro l’estate del 2021 il governo dovrà emanare le nuove linee guida per lo sviluppo energetico, puntando su rinnovabili e nucleare, anche se quest’ultimo rimane un tema molto sensibile dopo il disastro di Fukushima del 2011. [Fonte: Reuters, Nikkei]

Taiwan eletta nuova sede del prossimo data center di Microsoft

È di lunedì l’annuncio che Microsoft costruirà il suo nuovo data center Azure a Taiwan. La scelta potrebbe aprire un enorme ventaglio di opportunità per Taipei, che potrebbe trasformarsi presto in un hub tecnologico altamente strategico per la regione. L’azienda statunitense promette, insieme al centro per il cloud-computing, di lavorare con il governo taiwanese per fornire nuove tecnologie per la sicurezza informatica e creare oltre 30 mila nuovi posti di lavoro. Solo un mese fa anche Google ha dichiarato che costruirà il terzo data center asiatico a Taiwan, che gode di un settore industriale molto avanzato su telecomunicazioni, hardware e innovazione. La guerra commerciale tra Cina e USA ha reso necessario individuare dei fornitori alternativi in Asia e in questo contesto Taiwan rappresenta, secondo le parole della presidente Tsai Ing-wen, un “vantaggio insostituibile in termini di produzione di hardware di fascia alta e un partner affidabile e sicuro per gli Stati Uniti e altri paesi avanzati”. La campagna “Clean Network” lanciata dagli Stati Uniti, che mira a ridurre la presenza sui mercati dei fornitori di tecnologie avanzate cinesi, ha portato in poche settimane grandi vantaggi a Taipei. Per ora, comunque, non sono previsti trasferimenti per i centri Microsoft presenti a Hong Kong e in Cina. Nel frattempo, Taiwan mira ad attirare anche gli altri giganti delle nuove tecnologie per accrescere il proprio vantaggio competitivo nei settori dei big data e dell’intelligenza artificiale.[Fonte: Nikkei]

Le modifiche alla legge sull’educazione sessuale riaprono il dibattito sulla sessualità in Cina

Pechino chiede alle scuole di condurre delle lezioni di educazione sessuale obbligatorie per i propri alunni a partire dal 2021. L’emendamento del 17 ottobre inserisce in tutti i programmi scolastici delle lezioni sulla sessualità con l’obbiettivo di portare i minori a essere più consapevoli per “potersi difendere da abusi e molestie”. In Cina l’educazione sessuale è ancora un argomento delicato e da una ricerca della Tsinghua University risulta che tra gli studenti universitari solo il 52% ha ricevuto delle lezioni di educazione sessuale. Nel paese, infatti, non sono mancati episodi di censura nei confronti di libri di testo giudicati troppo espliciti o con contenuti impropri perché includevano il tema dell’omosessualità. A volte sono gli stessi istituti a rifiutare i volontari che si offrono di portare l’educazione sessuale ma la domanda sta crescendo. Secondo Hu Jianwei, fondatore di una società di educazione sessuale, non è solo la spinta delle autorità, ma le crescenti segnalazioni di abusi sessuali su minori. Secondo l’Unesco il paese deve ancora fare progressi rispetto agli standard globali e Pechino è molto attenta a non spingere per cambiamenti troppo profondi. Il dibattito in Cina è acceso ora più che mai e sarà ancora da valutare quali linee guida dovranno essere adattate alle scuole, tra una concezione più “globalista” legata alle direttive Unesco o a una declinazione “con caratteristiche cinesi”. [fonte SCMP]

Filippine: al via la nuova campagna contro la corruzione

Nella giornata di oggi Duterte ha ordinato al ministero della giustizia di avviare un’indagine approfondita su tutti gli enti statali che, secondo il presidente, continuano a essere “afflitti dalla corruzione”. Il ministero della giustizia ha ora il potere di decidere autonomamente sulle inchieste fino al 2022, anno della fine del mandato. La presidenza di Rodrigo Duterte, iniziata nel 2016, ha fatto della lotta alla criminalità una priorità che ha spesso portato il paese oltre i limiti del rispetto dei diritti civili. Il memorandum di oggi punta soprattutto a stringere i controlli su diverse agenzie statali quali dogane, immigrazione, polizia e sistema carcerario, dopo che il paese è crollato di ben 14 posti in un solo anno nell’Indice di percezione della corruzione di Transparency International. Molti vedono la spinta di Duterte al tramonto del mandato come un ultimo tentativo di portare a termine le proprie promesse elettorali e, proprio perché non più eleggibile, favorire l’elezione di un successore. [Fonte: Reuters]

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