C’è vita sulla Luna: germoglia un seme di cotone (cinese)” titolava la Repubblica il 15 gennaio 2019. Un esperimento che ha appassionato non soltanto la comunità scientifica addetta ai lavori, ma anche chi, come l’autrice di questa tesi, ha sempre nutrito grande curiosità verso il misterioso, lontano ed enigmatico universo spaziale. Un esperimento che ha, inoltre, in particolar modo intimorito i Paesi tradizionalmente protagonisti del settore aerospaziale, precisamente gli Stati Uniti d’America e la Federazione Russa che, abbandonato il dualismo della Guerra Fredda, si ritrovano ora in un palcoscenico triangolare in cui la Cina gioca un ruolo pioneristico: la missione di gennaio 2019 ha, infatti, permesso a Pechino di collezionare due primati e si accoda alle dichiarazioni del 2017 circa l’intenzione di spedire astronauti sulla Luna e di costruire una stazione spaziale orbitante entro il 2023. Sono, infatti, previste per il futuro altre quattro missioni lunari cinesi: Chang’e-5, Chang’e-6, Chang’e-7 e Chang’e-8. Chang’e-5, che verrà lanciata entro la fine del 2019, sarà la prima sonda dagli anni Settanta a riportare campioni della Luna sulla Terra. Wu Yanhua, Vice Capo della China National Space Administration (CNSA), ha spiegato che la serie di missioni previste getterà le basi per la realizzazione di una base di ricerca lunare, possibilmente utilizzando la tecnologia di stampa 3D per costruirne la struttura.

Decollata il 7 dicembre 2018 dalla Xichang Satellite Launch Center, la base spaziale situata nella città di Xichang, nella regione sud-occidentale del Sichuan, si è diretta verso il lato della Luna che risulta invisibile dalla Terra5 la sonda Chang’e-4 di 1.200 kg, intitolata ad un’antica leggenda cinese che racconta di come la Dea Chang’e fluttuò sulla Luna dopo aver assunto una medicina che l’avrebbe resa immortale; è lì che ora vivrebbe in compagnia del suo coniglio di giada, Yutu.6 Il mito ha ispirato il nome del programma di esplorazione lunare della CNSA. Nel 2013, il lander Chang’e-3, con al seguito il suo rover Yutu-1, portò la Cina sulla Luna per la prima volta (precisamente nel Mare Imbrium o Mare delle Piogge, a circa una trentina di chilometri in direzione sud-est dal cratere Laplace F.), rendendola il terzo Paese dopo l’ex Unione Sovietica e gli Stati Uniti ad aver raggiunto la superficie del satellite. In precedenza, rispettivamente nel 2007 e nel 2010, furono lanciati gli orbiter Chang’e-1 e -2, che, appunto, andarono in orbita, ma non atterrarono, conducendo operazioni di mappatura propedeutiche alle missioni successive.

La missione affidata a Chang’e-4 non è mai stata intrapresa da nessun altro Paese prima. Nello specifico, la zona scelta per l’esplorazione, il cratere Von Karman nel bacino Polo Sud-Aitken, dal diametro di 2.500 chilometri e dalla profondità di 13 chilometri che lo rendono il più ampio e profondo cratere della Luna e uno dei più grandi dell’intero Sistema Solare, è stato generato 3,6 miliardi di anni fa dall’impatto di un asteroide. Al suo interno si trovano materiali in grado di fornire preziose informazioni non solo sulla formazione del cratere stesso, ma anche sull’origine della Luna e della proto-Terra, da cui il nostro pianeta si sarebbe originato circa un miliardo di anni fa.10 Yutu-2, un piccolo rover di 140 kg al seguito del lander Chang’e-4, è stato depositato nell’area con il compito di condurre esplorazioni al fine di ricavare quante più informazioni possibili circa la dinamica dei fenomeni di formazione su menzionati. La sonda ha inoltre portato sulla Luna diversi strumenti, tra i quali uno spettrometro per lo studio della composizione chimica delle rocce, un piccolo trapano per l’analisi del suolo lunare e una serie di apparecchiature per condurre studi radioastronomici a bassa frequenza dalla superficie lunare: trattasi di un’impresa particolarmente intrigante, in quanto l’area in questione è isolata da interferenze elettromagnetiche provenienti dalla Terra e permette, quindi, di condurre osservazioni astronomiche senza disturbi. Oltre alla conformazione geologica e all’ambiente radioattivo, oggetti d’indagine sono anche gli effetti sulla superficie lunare del vento solare.

A questo scopo sono stati portati due strumenti, frutto di accordi di cooperazione internazionale avviati dalla Cina: il Lunar Lander Neutrons & Dosimetry experiment (LND), sviluppato dalla Christian-Albrechts-University di Kiel, in Germania, con la collaborazione dell’Agenzia Spaziale Tedesca, e, sul rover, l’Advanced Small Analyser for Neutrals (ASAN) realizzato dall’Istituto Svedese di Space Physics di Kiruna. Il contatto con la Terra, che sarebbe stato ostacolato dalla stessa Luna che avrebbe oscurato le comunicazioni radio, è stato reso possibile grazie al satellite artificiale Queqiao, letteralmente “ponte di gazze”, denominato in riferimento ad una leggenda del folklore cinese che narra di due amanti, uniti solo una volta l’anno da un ponte formato da uno stormo di gazze lungo la Via Lattea. 12 Si tratta di un ripetitore lanciato in orbita halo nel maggio 2017 dalla CNSA e posizionato attorno al punto lagrangiano L2 (una zona in cui le forze di gravità terrestre e lunare si annullano a vicenda), tra i 65.000 e gli 85.000 km dalla superfice lunare, una posizione da cui risultano visibili sia il lato nascosto del satellite sia la Terra. Il ripetitore, tramite la sua grande antenna parabolica di 4,2 metri, è riuscito a comunicare in banda X con il lander e il rover della missione Chang’e-4 e in banda S con le stazioni sul pianeta Terra.

L’allunaggio, avvenuto il 3 gennaio 2019, ha permesso alla Cina di scrivere una pagina indelebile nel libro dell’esplorazione spaziale, diventando la prima nazione a far atterrare un mezzo terrestre sulla parte della Luna non esposta alla Terra. Si tratta di un lato lunare rimasto ignoto all’umanità sino all’ottobre 1959, quando apparve nelle sgranate immagini in bianco e nero dalla sonda sovietica Luna-3, e osservato per la prima volta nel 1968 dai tre membri dell’equipaggio di Apollo 8. Chang’e-4 si è posato delicatamente sulla superficie nascosta del satellite ed è lì che ha dato inizio all’esperimento che ha segnato il conseguimento del secondo primato cinese. Infatti, il lander trasportava con sé anche una mini biosfera terrestre sigillata di 2,6 kg (è vietato contaminare la Luna con batteri o materiale biologico, pertanto non è possibile, legalmente, coltivare direttamente sul suolo lunare) – alla cui progettazione hanno partecipato 28 università cinesi tramite una competizione tra studenti – contenente un terriccio di crescita (probabilmente una riproduzione di quello lunare o comunque sterilizzato), uova di moscerino della frutta, acqua, ossigeno, semi di patata, rapa, arabidopsis (arabetta comune) e cotone – con in aggiunta un’apposita telecamera per testimoniare l’evoluzione del micromondo. I semi sono stati sottoposti ad un trattamento biologico per rimanere dormienti nei 20 giorni di viaggio dalla Terra alla Luna. La loro crescita è cominciata quando il centro di controllo sulla Terra ha inviato un comando e iniziato ad irrigare a distanza la serra.

L’esperimento, finalizzato a stabilire se fosse possibile far crescere vegetazione sul suolo lunare, ha avuto risonanza mondiale quando la CNSA e l’Istituto di Ricerca di Tecnologia Avanzata dell’Università di Chongqing hanno pubblicato le prime immagini del germoglio di cotone emerso da un reticolo di lattice.16 Tuttavia, pochi giorni dopo, è anche arrivato l’annuncio della morte del germoglio, causata dalle rigide temperature della lunga notte lunare (circa due settimane) che si aggirano attorno ai -52° C.“È la prima volta che gli esseri umani fanno esperimenti di crescita biologica sulla superficie lunare”, ha spiegato Xie Gengxin, decano dell’Istituto di Ricerca di Tecnologia Avanzata dell’Università di Chongqing alla guida della progettazione dell’esperimento che, seppur di breve durata, è stato dichiarato riuscito. La prima pianta coltivata nello Spazio fu invece quella all’equipaggio della stazione spaziale russa Salyut-7, che agli inizi degli anni Ottanta riuscì a far fiorire e produrre nuovi semi ad una arabidopsis. La stessa pianta fu coltivata anche a bordo della International Space Station (ISS) nel 2012, quando l’astronauta Donald Pettit riuscì a far nascere delle piantine di broccoli, girasole e zucchine all’interno di buste di plastica con chiusura a pressione.

La scelta del cotone per tale esperimento non sarebbe casuale. Nell’ambito della trade war con gli Stati Uniti, nel mese di aprile 2018 la Cina ha annunciato di valutare una tariffa del 25% sull’import statunitense, in rappresaglia alle misure punitive di Washington sui beni cinesi. Il Paese asiatico utilizza più di 8 milioni di tonnellate di cotone annualmente. Il suo primo fornitore sono gli Stati Uniti, che nel 2017 hanno esportato in Cina più di 500.000 tonnellate di cotone (il 44% dell’import di cotone totale) secondo le statistiche del China Textile Information Center. “Nel breve termine, la Cina sostituirà il cotone statunitense con quello proveniente da Brasile, Australia e India. A più lungo termine, cercherà di fare maggiore affidamento sulla produzione domestica”, aveva dichiarato al South China Morning Post Ma Wenfeng, Analista Senior di Beijing Orient Agribusiness Consultants. 19 L’annuncio dell’esperimento lunare ha portato gli opinionisti più audaci ad ipotizzare che la Cina, per contrastare gli USA nella guerra commerciale, abbia pensato di trasformare il lato oscuro della Luna in una nuova Cotton Belt.20

Le domande che a questo punto ci si pone, e a cui tale lavoro di tesi cercherà di fornire delle risposte, sono le seguenti: qual è la strategia cinese nel settore spaziale? Esiste un collegamento fra le missioni spaziali cinesi ed il progetto Belt and Road Initiative (BRI)? Quali sono gli interessi della Cina nello Spazio? In questo contesto, che ruolo ha o può avere l’Italia?

L’occasione di poter coniugare l’interesse per la Cina, appassionante campo di studi da ormai cinque anni, con il desiderio di esplorare, seppur non fisicamente, gli spazi cosmici attraverso lo studio, l’analisi e la comprensione delle strategie cinesi nel settore spaziale ha dato origine all’ispirazione di questo lavoro di tesi che mira, pur tenendosi fuori da tecnicismi ingegneristici, a cercare di designare quali sono i progetti politici della Repubblica Popolare Cinese nello Spazio, di quali forme di cooperazione internazionale si avvale, in particolare con l’Italia, e come già anticipato, in che modo tali progetti possano configurarsi all’interno del disegno della BRI, il mastodontico progetto di connettività e cooperazione transcontinentale lanciato dal Presidente Xi Jinping nel 2013.

Tale elaborato verrà suddiviso in tre parti. La prima si concentrerà sui concetti fondamentali dell’esplorazione spaziale, in particolare evidenziandone il ruolo di promotrice di sviluppo economico ed egemonia tecnologica. La seconda, invece, verterà sui progetti e le strategie della Repubblica Popolare Cinese nel settore spaziale e, nello specifico, sul ruolo dell’industria aerospaziale nei piani Made in China 2025 e Belt and Road Initiative. Infine, una breve rassegna della storia della cooperazione italo-cinese nel settore in questione, con specifici riferimenti ai progetti congiunti di maggior rilievo.

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*Fabrizia Candido, laureata in Relazioni e Istituzioni dell’Asia e dell’Africa, con specializzazione sulla Cina, presso l’Università L’Orientale di Napoli. Appassionata di relazioni internazionali e diplomazia scientifica, fabrizia lavora a progetti di internazionalizzazione per startup e PMI di ambito scientifico-tecnologico. Ama viaggiare, scrivere e sperimentare le chinoiseries più stravaganti

**Questa tesi è stata discussa nell’anno accademico 2018/2019 presso L’Università degli Studi di Napoli L’Orientale con il titolo Lo sviluppo del settore spaziale in Cina e le sue implicazioni strategiche. Relatore: Prof.ssa Maria Siddivò; Correatore: Prof.ssa: Noemi Lanna