Nel pieno delle festività natalizie, quando molto paesi occidentali si concedono una pausa, la Cina tiene processi giudiziari per reprimere le voci di dissenso verso il governo centrale. Ma anche per intimorire chiunque voglia raccontare le negligenze del Partito comunista cinese.

Ieri l’ennesimo esempio di giornalismo dipendente ha ricevuto una sentenza esemplare. La blogger Zhang Zhan è stata condannata dal tribunale del popolo di Shanghai a quattro anni di reclusione con l’accusa di aver diffuso «false informazioni» sui social media sulla risposta del governo cinese all’epidemia di Covid-19 nella città di Wuhan, oltre ad aver rilasciato interviste ad alcuni media stranieri.

Nella breve sentenza è stato specificato come l’ex avvocata 37enne di Shanghai sia responsabile di aver «raccolto litigi e provocato problemi» in base agli eventi che stavano accadendo nella città focolaio del virus, quando ancora si parlava di polmonite misteriosa.

Per diversi mesi, Zhang ha realizzato videoreportage che mostravano ospedali affollati e residenti preoccupati per i loro redditi, a dispetto delle rassicurazioni promosse dagli organi del Partito sulla gestione sanitaria.

Le parole dell’avvocato Zhang Keke, pronunciate dopo il processo, mostrano un quadro preoccupante della situazione: Zhang è nel centro di detenzione nel distretto di Pudong a Shanghai dallo scorso 14 maggio, una reclusione ingiustificata per la blogger, che ha iniziato uno sciopero della fame per affermare la sua innocenza.

Ha perso circa venti chili ed ora è costretta a un’alimentazione forzata tramite un sondino nasale. Nell’aula del tribunale, la blogger si è presentata su una sedia a rotelle, stremata e indebolita, ma ha comunque trovato la forza di affermare la difesa della libertà di parola.

L’ultimo video di Zhang è del 13 maggio, dove denuncia come il governo cinese, attraverso minacce e intimidazione, abbia condizionato la narrazione mediatica sul numero di casi e decessi legati al Covid.

Ma Zhang non è l’unica nel mirino delle autorità. Da mesi non si hanno notizie di altri tre giornalisti indipendenti, Chen Qiushi, Fang Bin e Li Zehua, che con il loro lavoro hanno fatto luce su eventi legati alla pandemia celati dal Partito.

Ieri è stata una giornata nera anche per un altro caso giudiziario. A Shenzhen, la corte del popolo di Yantian si è pronunciata su dieci dei 12 ragazzi di Hong Kong che lo scorso 23 agosto hanno cercato di fuggire su un’imbarcazione verso Taiwan. Catturati dalle autorità cinesi, i 12 sono finiti nella maglie del sistema giudiziario cinese, poco trasparente.

Rappresentati da avvocati scelti dalle autorità di Pechino e privati dei contatti con i loro familiari, i ragazzi dell’ex colonia britannica sono accusati di favoreggiamento dell’immigrazione illegale e rischiano fino a sette anni di carcere.

Al processo non hanno potuto partecipare i loro parenti, informati solo il 25 dicembre: un tempo esiguo per recarsi a Shenzhen e completare la quarantena per il Covid-19.

L’udienza si è tenuta lontana anche dalle telecamere dei media internazionali e da alcuni funzionari stranieri: le autorità hanno spiegato che tutti posti dell’aula del tribunale erano già stati prenotati, ma la sentenza sarebbe stata visibile in streaming. Trasmissione che ha registrato non pochi problemi.

Per questo i processi sono stati criticati dall’attivista democratico e presidente dell’Hong Kong Alliance, Lee Cheuk-yan. Sentito dal manifesto, Lee ha condannato il sistema giudiziario cinese che, nel totale disprezzo dei diritti umani e del diritto all’informazione, non rappresenta la trasparenza rivendicata dal presidente Xi Jinping.

[Pubblicato su il manifesto]