Nel 1949, il compositore cinese Zhou Lanping 周蓝萍 (1924-1971), nato nella provincia meridionale dello Hunan 湖南, e diplomato presso il Conservatorio di Musica di Shanghai, partì per Taiwan (Republica di Cina) su invito del produttore Xu Xinfu 徐欣夫che aveva appena fondato la Wanxiang Film Company. Zhou era, a quei tempi, un giovane musicista messosi in luce per la sua passione per il cinema e la sua aspirazione a lavorare per la settima arte.

La sua prima colonna sonora la compose appena arrivato a Taipei, per il film “Alishan fengyun” 阿里山风云 (Vento e nuvole sulla montagna Ali) immesso nel circuito internazionale come “Happenings in Alishan”; si tratta di una pellicola a carattere storico ambientata durante la dinastia Qing 清 (1644-1911). Il film è il primo lungometraggio nella storia del cinema taiwanese, e fu pluripremiato in diversi festival asiatici; il tema musicale principale “Alpine green”, che Zhou compose assieme a Deng Yuping 邓禹平,diventò celebre anche in Cina continentale nonostante tutto ciò che era taiwanese fosse scoraggiato dalla neonata Repubblica Popolare Cinese.

A partire da quel momento, la carriera di Zhou Lanping prese uno slancio vertiginoso. Passato come compositore, cantante e direttore d’orchestra alla Guanghua Film Company, e poi alla Broadcasting Corporation of China, e in seguito come professore alla National Taiwan Academy of Art, continuò a sfornare colonne sonore e canzoni, e a scoprire nuovi talenti. Contemporaneamente collaborò con la casa di produzione Shaw Brothers Ltd. che allora aveva sede a Hong Kong, città dove si spense nel 1971 stroncato da un infarto.

Vi starete chiedendo perché ho voluto ricordare Zhou Lanping. Sicuramente per riportare alla luce un grande artista sconosciuto in Occidente, e poi perché egli, nel 1954, compose la musica per una delle canzoni più struggenti che abbia mai ascoltato, una canzone che, oltre ad avere una valenza musicale e un impatto poetico rilevante, per l’intreccio tra i sentimenti d’amore e gli aneliti di libertà, non esito a definire la “Bella ciao!” cinese. Parlo, ovviamente, di “Lüdao Xiaoyequ” 绿岛小夜曲 (Serenata dell’Isola Verde) che oltre che nella Repubblica di Cina (Taiwan), come l’altra composizione di Zhou, ebbe forte successo anche nella Repubblica Popolare Cinese.

Voglio proporvi le parole di Pan Yingjie 潘英杰che accompagnavano la musica di  Zhou Lanping; vedrete, sembrano banali parole d’amore ma, in realtà, nascondono una situazione drammatica. Peccato che io non possa farvi ascoltare contemporaneamente la musica della “Serenata dell’Isola Verde”:

 

Questa isola verde è come una barca,

fluttuante al chiaro di luna.

Mio caro, anche tu

fluttui nel mare del mio cuore.

Lascia che il suono della mia canzone segua la brezza,

aprendo la tenda della tua finestra.

Lascia che il mio amore segua l’acqua che scorre

riversando continuamente i miei sentimenti per te.

Le lunghe ombre delle palme

non posso nascondere il mio amore,

il chiaro di luna illumina il mio cuore.

La notte nell’Isola Verde è così calma,

perché tu sei sempre così silenzioso?

 

Ammalianti, vero? Sarebbe tutto molto romantico e forse anche un po’ mieloso se non si sapesse che questa, in realtà, è una canzone politica, e il giovane cui sono indirizzati gli afflati amorosi dalla sua bella è in prigione sulla splendida isola.

Lüdao 绿岛, l’Isola Verde, esiste davvero, si chiama proprio così; è un paradiso tropicale a 33 km dalla costa orientale di Taiwan. Su di essa si erge in un’oscena obsolescenza lo spaventoso penitenziario nel quale venivano rinchiusi gli oppositori politici del regime dittatoriale di Chiang Kai-sheck e del suo partito, il Kuomintang (Guomindang 国民党). Vediamo come stavano le cose.

Tutto ebbe inizio il 27 febbraio 1947 quando una contrabbandiera di tabacco nella capitale Taipei, fu picchiata selvaggiamente da funzionari del monopolio di stato; l’episodio scatenò l’immediata protesta della popolazione che scese in piazza; un uomo fu ucciso dai colpi d’arma da fuoco sparati dalla polizia. Il giorno dopo, le manifestazioni di piazza si estesero in numerose altre città di Taiwan; intervenne l’esercito per sedarle e quando il sole tramontò, si contarono dalle 20mila alle 30mila vittime. Il feroce massacro del 28 febbraio 1947 è chiamato “incidente 228” (二二八事件 ererba shijian); subito dopo venne instaurata la legge marziale cui seguì il Terrore Bianco (白色恐怖 baise kongbu) fatto di processi sommari degli oppositori, imprigionamenti nel penitenziario dell’Isola Verde, esecuzioni, regime di polizia. La legge marziale fu levata dopo quarant’anni, nel 1987, e soltanto nel 1993 il presidente in carica Lee Teng-hui 李登辉 , membro del Kuomintang, porse ufficialmente le scuse alle famiglie delle vittime e, per futura memoria, fece creare il “Parco del Memoriale della Pace 228” nella città di Taipei; il 2 febbraio fu proclamato giorno festivo con il nome di Giornata della Pace. Nel 2016, quando il Partito Democratico Progressista, nelle cui fila militano molti ex prigionieri dell’Isola Verde, vinse le elezioni relegando per la prima volta il Kuomintang all’opposizione, la nuova presidentessa della Repubblica di Cina diede l’avvio alla commissione d’inchiesta “Verità e Conciliazione sull’Incidente 228”.

Oggi, a Taiwan, governata dal Partito Democratico Progressista, non c’è più il Terrore Bianco; c’è, però, un altro tipo di terrore, quello di essere invasi dalla Repubblica Popolare Cinese che da sempre considera l’isola una delle sue provincie. Il 10 ottobre 2019, nel suo discorso per la festa nazionale della Repubblica di Cina,  la presidentessa taiwanese Tsai Ing-wen (Cai Yingwen 蔡英文), ha qualificato la Cina continentale «una minaccia per la stabilità regionale», e ha rigettato il concetto più volte ribadito dal presidente cinese Xi Jinping 习近平 , di “un Paese, due sistemi” che Pechino vorrebbe imporre; secondo questo concetto, il tradizionale dirigismo statale dovrebbe convivere armoniosamente con zone economiche speciali aperte alle sperimentazioni del capitalismo. La presidentessa ha affermato: «Hong Kong è al limite del caos a causa del concetto “un Paese, due sistemi” … Se noi dobbiamo accettare questo concetto, non ci sarà più spazio per l’esistenza della Repubblica di Cina. Come presidentessa, la mia responsabilità principale è invocare la mobilitazione per proteggere la sovranità nazionale.»

Mentre Tsai Ing-wen sale nei sondaggi per le prossime elezioni presidenziali del 2020, il penitenziario dell’Isola Verde è divenuto il National Human Rights Museum, all’esterno del quale spicca una lastra di marmo con su incise parole inneggianti alla libertà e alla democrazia. I turisti vanno numerosi a visitare l’isola sulla quale abitano circa tremila residenti e, tra un’immersione nelle fantastiche acque dell’isola e una scorpacciata di pesce, non sono pochi coloro che si recano in rispettoso pellegrinaggio a questo tropicale Museo dei Diritti Umani. Dal canto suo, la Serenata dell’Isola Verde, continua a riscuotere successo, oggi più che mai, diventata un emblema, poetico e pacifico, della resistenza a un’eventuale aggressione cinese.

Di Isaia Iannaccone*

**Isaia Iannaccone, nato a Napoli, chimico e sinologo, vive a Bruxelles. Membro dell’International Academy of History of Science, è specialista di storia della scienza e della tecnica in Cina, e dei rapporti Europa-Cina tra i secoli XVI e XIX. È autore di numerosi articoli scientifici, di trattati accademici (“Misurare il cielo: l’antica astronomia cinese”, 1991; “Johann Schreck Terrentius: la scienza rinascimentale e lo spirito dell’Accademia dei Lincei nella Cina dei Ming”, 1998; “Storia e Civiltà della Cina: cinque lezioni”,1999), di due guide della Cina per il Touring Club Italiano e di lavori per il teatro e l’opera. Ha esordito nella narrativa con il romanzo storico “L’amico di Galileo” (2006), best seller internazionale assieme al successivo “Il sipario di giada” (2007, 2018), seguiti da “Lo studente e l’ambasciatore” (2015), “Il dio dell’I-Ching” (2017) e “Il quaderno di Verbiest” (2019)