Se dico che la testa comanda e il corpo esegue, voi mi accuserete di avere scoperto l’acqua calda. Ma cosa ci posso fare, io, se le cose vanno sempre così? Verificate.

In questo caso, mi riferisco al controllo della chiesa cattolica, da parte delle Autorità cinesi. Il 22 e 23 Aprile 2016, in un summit del Partito Comunista Cinese dedicato alla politica religiosa, Xi Jinping 习近平, Presidente della Repubblica Popolare Cinese, ha tenuto un discorso che sintetizzo: il Partito considera la sinizzazione come l’incorporazione del nazionalismo e delle caratteristiche culturali cinesi nell’architettura ecclesiastica, la musica sacra e la liturgia. Il tempo di fare digerire la direttiva e di farla elaborare, e tre anni dopo, il 4 aprile 2019, su UCA News (Union of Catholic Asian Newsletter), appare un articolo di Wang Meixiu 王美秀, esperta delle relazioni tra la Cina e il Vaticano, che traduce in modo operativo il pensiero di Xi Jinping affermando che bisogna bandire dalla Cina ogni influenza religiosa straniera.

Il 28 agosto del 2019, un altro pezzo del “corpo” si muove. A Pechino, viene pubblicato uno studio dell’Amministrazione della città nel quale, agli Articoli 20 e 21, si afferma che dal 1° Febbraio 2020, i gruppi religiosi possono operare ma non devono più avere alcun potere reale, e si devono limitare a “dirigere” solamente le istituzioni religiose. Detto terra-terra: fate tutte le messe che volete, ma restate chiusi nelle vostre chiese e nei vostri conventi senza impicciarvi d’altro.

Le proteste non si sono fatte attendere. L’ONG americana International Christian Concern che lotta per la libertà religiosa, e il sito Evangelique Point Info hanno fatto fuoco e fiamme. Anche alcuni importanti accademici si sono schierati in modo ufficiale. Per esempio,  il professore Ying Fuk-tsang 刑福增 (Ying Fuzeng), direttore della Divinity School presso il Chung Chi College 崇基學院 (Chongji Xueyuan) dell’Università Cinese di Hong Kong, ha stigmatizzato queste direttive dichiarando con foga che esse sono “il tentativo delle Autorità cinesi di rinforzare il loro controllo sulle attività religiose” (UCA News del 12 Settembre 2019). L’intervento di Ying era stato preceduto da un altro articolo apparso su UCA News (8 Agosto 2019), nel quale si era evidenziato che, in Cina, dai libri di testo delle scuole, stanno scomparendo i riferimenti religiosi, ed è stato presentato un vasto bestiario di traduzioni cinesi di classici mondiali della letteratura. Ad esempio: in “Robinson Crusoe” di Daniel Defoe, i tre esemplari di Bibbia salvatisi dal naufragio, vengono tradotte come “libri”; in “Vanka” di Chekhov è stato cancellato il nome di Cristo; in “The Little Match Girl” di Hans Christian Andersen, il Paradiso in cui lo spirito della nonna defunta porta la piccola fiammiferaia morta di stenti – il che ci fece spargere calde lacrime in gioventù – non viene menzionato.

E, in tutto questo, che fa Papa Francesco?

Che voglia andare in Cina lo dice da tempo. D’altronde, essendo egli gesuita, non fa che rispondere agli imperativi del fondatore della Compagnia di Gesù, Ignazio da Loyola: educare ed evangelizzare. C’è poi il suo anelito per la pace nel mondo che permea ogni sua omelia, senza contare che i trentuno viaggi apostolici all’estero fatti fino a oggi dal 13 marzo 2013, data della sua ascensione alla Cattedra di Pietro, dimostrano con evidenza il suo impegno per questo valore.

Per rendere possibile l’incontro con i Cinesi, alla fine del 2018 il Papa ha firmato un accordo con la Cina sulla questione della nomina dei vescovi che spetterebbe soltanto al Vaticano. Si sperava, così, di fare uscire allo scoperto diversi alti prelati che vivevano clandestinamente in Cina perché non riconosciuti dalle Autorità. Purtroppo, i Cinesi non hanno rispettato il protocollo d’intesa: recentemente, c’è voluto un nuovo accordo bilaterale tra Vaticano e Repubblica Popolare per nominare i vescovi della Mongolia Interna e dell’Hebei. E fino a oggi, soltanto i vescovi graditi a Pechino possono partecipare alla Conferenza Episcopale Cinese.

Se pensate che tutto questo sia frutto del fatto che in Cina governa il Partito Comunista, in parte vi sbagliate. Certo, che la religione sia l’oppio dei popoli l’hanno affermato molti teorici del comunismo; si sa anche che nei regimi totalitari – di qualunque genere – la libertà religiosa e di pensiero è sempre vista come un pericolo di anarchia sociale, ed è dunque repressa in modo più o meno palese. Tutto questo è vero, ci sta, spiega in modo sintetico la situazione. Ma voglio sottolineare che il difficile dialogo tra Santa Sede e Autorità cinesi non è iniziato il 1° Ottobre 1949 con la fondazione della Repubblica Popolare Cinese e l’avvento al potere del Partito Comunista, bensì ha radici molto, molto lontane. Per l’esattezza, nel 1245.

A quell’epoca, il papa era Innocenzo IV, e in Cina governava un imperatore della dinastia mongola degli Yuan 元. Essendo egli anche il capo della federazione delle tribù mongole delle steppe, aveva anche il titolo di qagan (o khagan oppure, all’europea, Gran Khan). Per Innocenzo IV era un momentaccio: in conflitto con Federico II si era rifugiato in Francia, aveva scomunicato lui e poi suo figlio Corrado IV, aveva legiferato per consentire la tortura degli eretici (che abbondavano), e sperava che la cavalleria mongola, ormai alla periferia di Vienna, lo aiutasse nella sua lotta contro il potere temporale. A questo scopo scrisse una lettera su temi religiosi al Gran Khan (oggi la chiameremmo “bolla”) e la intitolò “Dei patris immensa” (“Dio, padre senza limiti”); la missiva venne affidata al francescano Lorenzo di Portogallo che partì immediatamente ma, altrettanto immediatamente se ne persero le tracce.

Innocenzo IV, compilò una seconda lettera, “Cum non solum” (“E non solamente”) che affidò al francescano Giovanni da Pian di Carpine (l’attuale Magione presso Perugia); nella missiva, il Papa si spinse al di là della religione esortando il Khan a rinunciare ad attaccare i popoli cristiani, ed invocando la pace. Qui, commise un errore fatale: “pace”, per i Mongoli, equivaleva a “sottomissione”. Giovanni da Pian di Carpine, munito della lettera, partì per il lungo e pericoloso viaggio; dopo varie peripezie, il 4 Aprile 1246, finalmente incontrò il Grande Khan Güyük appena salito sul trono cinese, e gli consegnò la missiva papale. Quando nel 1247 il frate ritornò in Europa, aveva con sé tre versioni della risposta del Khan: in mongolo, in “sarrazin” e una traduzione latina curata dallo stesso Giovanni.  Innocenzo IV lesse tutto d’un fiato la lettera del Gran Khan e, senza perdere tempo, la segretò.

Da quel momento, della risposta che Güyük aveva inviato al Papa non se ne seppe nulla fino al 1838 quando il geografo Marie-Armand d’Avezac (1800-1875)   pubblicò una versione mutilata della traduzione latina fatta da Pian del Carpine, versione ritrovata nei manoscritti di Jean-Baptiste Colbert (1619-1683) ministro di Luigi XIV. Tuttavia, l’originale in “sarrazin” rimase nascosto nell’Archivio Segreto Vaticano fino al 1921 quando venne scoperto da Cirillo Karalevski (1878-1959), sacerdote della chiesa greca cattolica melkita. La lettera, scritta in persiano, ha l’intestazione in turco, ed è firmata per due volte da un sigillo in mongolo. La traduzione della lettera fu affidata al celebre orientalista Paul Pelliot (1878-1945) che la pubblicò nel 1922 e, per la prima volta, dopo circa nove secoli, il mondo ne prese conoscenza per intero.

Leggendo questa lettera, si comprende perché la risposta di Güyük fu tenuta nascosta per tanto tempo: era una violenta richiesta al Papa e ai re d’Occidente di sottomettersi al Gran Khan. Basta leggere il sigillo per rendersene immediatamente conto: “Nella forza del Cielo eterno, decreto del Khan Oceanico del grande Stato mongolo. Quando arriva, lo riveriscano e lo temano i popoli pacifici e i popoli ribelli.” Nella lettera di Güyük si legge anche:

“ … tu papa e tutti voi cristiani, avete inviato un ambasciatore alla nostra corte. Noi l’abbiamo sentito dalle sue parole e letto nel tuo messaggio. Se desiderate sottomettervi a noi, tu papa e tutti voi potenti della terra, non rifiutate di venire da me e portare tributi in omaggio. … La tua richiesta dice che dobbiamo farci battezzare e diventare cristiani. Noi ti rispondiamo semplicemente che non capiamo come dobbiamo fare. … Voi, nazioni dell’Occidente, credete di essere gli unici cristiani e disprezzate gli altri popoli. Come fate a sapere a chi Dio si degna di concedere la sua misericordia?  … Se la forza di Dio non fosse stata con noi, cosa avrebbero mai potuto fare gli uomini da soli? Se accettate le nostre proposte di sottomissione, ed acconsentite a consegnarvi a noi con tutte le vostre forze, tu sommo papa e tutti voi potenti della cristianità, non tardate a venire da noi.  … Ma, se non prestate fede al messaggio di Dio e rifiutate di venire da noi, allora avremo la certezza che avete l’intenzione di farci la guerra. Quello che poi accadrà, solo Dio lo sa.”

Pochi anni dopo, nel 1249, il domenicano francese Andrea di Longjumeau, fu inviato presso i Mongoli da san Luigi re di Francia. Longjumeau riportò a san Luigi una simile lettera arrogante e intimidatoria di Oghul Quaïmich, vedova di Guyuk e imperatrice reggente.

Torniamo all’oggi. Nessuno – tranne i diretti interessati – conosce il punto degli attuali negoziati tra Vaticano e Cina, né il tenore dei documenti che si scambiano. Ci auguriamo che Papa Francesco e Xi Jinping, per quanto siano potenti e determinati ognuno nel perseguire i propri obiettivi, riescano a trovare un compromesso che favorisca l’incontro rispettoso dei popoli e delle culture. E, per il bene di tutti noi, speriamo anche che nessuno dei due creda di essere “oceanico”.

Di Isaia Iannaccone*

**Isaia Iannaccone, nato a Napoli, chimico e sinologo, vive a Bruxelles. Membro dell’International Academy of History of Science, è specialista di storia della scienza e della tecnica in Cina, e dei rapporti Europa-Cina tra i secoli XVI e XIX. È autore di numerosi articoli scientifici, di trattati accademici (“Misurare il cielo: l’antica astronomia cinese”, 1991; “Johann Schreck Terrentius: la scienza rinascimentale e lo spirito dell’Accademia dei Lincei nella Cina dei Ming”, 1998; “Storia e Civiltà della Cina: cinque lezioni”,1999), di due guide della Cina per il Touring Club Italiano e di lavori per il teatro e l’opera. Ha esordito nella narrativa con il romanzo storico “L’amico di Galileo” (2006), best seller internazionale assieme al successivo “Il sipario di giada” (2007, 2018), seguiti da “Lo studente e l’ambasciatore” (2015), “Il dio dell’I-Ching” (2017) e “Il quaderno di Verbiest” (2019)