Al termine della due giorni a Pyongyang, il presidente cinese Xi Jinping che ha già ottenuto molti riconoscimenti, specie in patria ma non solo (ha perfino vinto, con il suo libro, il premio Cesare Pavese in Italia), ne ha guadagnato un altro: è il primo leader straniero a essere ricevuto con tanto di cerimonia al mausoleo di Kim Il Sung e di Kim Jong-il (il nonno e il padre di Kim Jong-un) al Palazzo del Sole di Kumsusan.

IL GIORNO PRIMA Xi Jinping aveva detto che la Cina avrebbe dato un aiuto alla Corea del Nord in termine di sicurezza, attraverso il sostegno nel processo di denuclearizzazione in corso con altre parti interessate (poco dopo anche Kim userà la stessa formula per non nominare gli Stati uniti).

Un’antica amicizia, ideologica, con la progenie di Kim Jong-un confermata dalla visita eccezionale al mausoleo di famiglia, suggellata da uno scenario internazionale nel quale – soprattutto in Asia – la Cina ha in realtà tutto da guadagnare dalla politica diplomatica del mercuriale Trump. Al termine del primo viaggio di stato in assoluto di un leader cinese (in precedenza erano stati catalogati come «visite in amicizia» e quindi la scelta di Xi è volta a sottolineare la novità del suo impegno), possiamo constatare come all’interno della Nuova Era di Xi Jinping ci possa finire dentro anche la relazione tra Cina e Corea del Nord. Il numero uno di Pechino – in un editoriale apparso sul giornale principale della Corea del Nord, il Rodong Sinmun – ha scritto di un «nuovo capitolo» nella storia dei due paesi.

Il capitolo precedente, partito con l’avvio del mandato Xi, successivo di due anni a quello di Kim, non era stato piacevole, per quanto breve e celato dalle rispettive propagande.

FINO ALL’ANNO SCORSO i due non si erano mai incontrati; Xi Jinping si presentava con sogni globali che mal sopportavano un «amico» così rumoroso, quanto a lanci missilistici, e di basso rango rispetto alle mire della sua Cina. Kim Jong-un era probabilmente impegnato in una serrata lotta interna contro chi dubitava di una guida così giovane, tanto più in una società confuciana.
Superati gli intoppi, è cambiato anche lo scenario: l’arrivo di Moon Jae-in alla presidenza in Corea del Sud e – per quanto possa apparire paradossale – di Trump negli Usa hanno mutato le carte in tavola e la Cina non poteva che tornare ad essere fondamentale in una partita che assumeva i contorni globali; la questione coreana in alcuni momenti è sembrata una merce di scambio tra Usa e Cina, utilizzata per placare problematiche commerciali che via via hanno finito per affondare in una palude i progressi che portarono allo storico summit di Singapore nel 2018.

Ma non è solo la Cina, adesso, ad avere la necessità di sottolineare la rilevanza della questione coreana; anche Kim Jong-un ha motivi più che validi. Lui stesso ha detto che 250mila persone hanno accompagnato l’arrivo di Xi a Pyongyang. I numeri contano in Asia, un continente in cui la demografia è emersa da sempre come sinonimo di potenza nel senso geopolitco, e dimostrano uno straordinario sforzo di compiacere Xi Jinping. Kim sa bene che con lo scontro sui dazi in atti, anche da moneta di scambio può allungare la sua sopravvivenza e preparare il futuro della dinastia Kim.

Quello svoltosi a Pyongyang è stato un incontro che avrà influenza sul probabile faccia a faccia a latere del G20 tra Xi e Trump (elemento su cui ha insistito non poco la stampa americana); pare che le due delegazioni si incontreranno a Osaka martedì prossimo (il G20 si svolge il 28 e il 29 giugno), ma nello stesso tempo è arrivata la notizia di possibili sanzioni americane contro Pechino per violazione dei diritti umani nello Xinjiang da parte di Pechino (una scoperta piuttosto tardiva da parte dell’amministrazione Usa, come era già in ritardo un anno fa, quando se ne cominciò a parlare).

QUELLO SOLLEVATO per i cinesi non è un argomento come gli altri, anzi è un tema che irrita la dirigenza cinese e chissà che non rischi di complicare i progetti di Pechino. Nel suo editoriale Xi Jinping aveva anche specificato di avere un «grande piano» per la Cina e la Corea del Nord. Secondo quanto riportato al New York Times, Ian Lankov, esperto di Corea del Nord, ha sostenuto che Xi Jinping inviterà i businessmen cinesi a investire nel paese, offrirà aiuti umanitari, ma difficilmente farà quanto Kim vorrebbe, ovvero agire in sede Onu per eliminare almeno parte delle sanzioni. Il peso di questa visita di Xi Jinping sul fronte aperto con gli Usa, potrà già essere osservato a Osaka, ma non è detto ci saranno dichiarazioni ufficiali. E allora si dovrà aspettare la prossima mossa e vedere se tra dazi, black list e diritti umani uscirà di nuovo la carta coreana.

[Pubblicato su il manifesto]