By / 2 Ottobre 2020

Mondo Asean – L’avvenire della Malesia, resilienza thailandese, alternativa asiatica alla Cina

Ogni settimana una raccolta di analisi, spunti, opportunità e approfondimenti dai 10 paesi della dinamica galassia del Sud-Est asiatico. In questa terza puntata gli scenari politici a Kuala Lumpur, le ragioni dello sviluppo di Bangkok e le manovre commerciali e geopolitiche regionali in risposta a Pechino. A cura dell’Associazione Italia-ASEAN

L’Associazione Italia-Asean nasce nel 2015, un fatto importante che si inserisce in un contesto cruciale per l’Italia, l’Europa e i paesi parte dell’Asean. La sua missione è quella di rafforzare il legame e rendere più evidenti le reciproche opportunità, sia per le imprese che per le istituzioni. China Files, che da sempre ha uno sguardo interessato non solo sulla Cina ma sull’intera Asia, è lieta di avviare una nuova partnership editoriale con l’Associazione Italia-Asean per mettere ancora più a fuoco le dinamiche della sempre più cruciale (e dinamica) regione del Sud-Est asiatico. Qui pubblichiamo la newsletter Italia-Asean del 2 ottobre.

Ultimi sviluppi e prossimi scenari politici in Malesia

Il novantacinquenne leader malese Mahathir Mohamad, per due volte Primo ministro, assicura che non correrà alle prossime elezioni e esprime le sue perplessità sull’alleato di opposizione Anwar Ibrahim e sulle sue possibilità di spodestare il Primo Ministro Muhyiddin Yassin. Tuttavia, Anwar si dice pronto per un cambio ai vertici della politica malese, sicuro di avere dalla sua ben 222 deputati, che gli permetterebbero di formare un nuovo governo con il consenso reale. E’ però visto da molti nel Paese come un personaggio del passato non in grado di portare nuove idee e energie fresche nella politica malese, come aveva invece saputo fare negli anni ’90 promuovendo un’immagine di leader riformatore nel continente asiatico. Non ha ancora rivelato ai media chi siano al momento i suoi sostenitori ma molti osservatori suggeriscono si tratti di alcuni rappresentanti della United Malays National Organisation, il partito nazionalista malese dell’ex Primo Ministro Najib Razak, caduto ora in disgrazia a seguito del celebre scandalo multimiliardario 1MBD e della conseguente condanna a 12 anni di carcere arrivata nei mesi scorsi. Anwar sta comunque proiettando da settimane l’immagine di un leader sicuro di sé, pronto ad affrontare le dure sfide economiche e sanitarie imposte dalla pandemia, combattere aspramente la corruzione e rilanciare il Paese dopo mesi di stagnazione. Starebbero già circolando i nomi dei componenti di un potenziale nuovo governo in Malesia, tra cui quello del procuratore Tommy Thomas, che ha ricoperto in passato la carica di Attorney General. Nel frattempo, la coalizione dell’attuale Primo Ministro Muhyiddin Yassin vince a sorpresa le elezioni nello Stato di Sabah dello scorso 26 settembre, rafforzando la posizione del Premier malese, la tenuta del governo nei confronti dei suoi oppositori e ridando slancio alla Perikatan Nasional, la giovane coalizione che il Presidente ha sapientemente saputo tenere unita anche in queste complesse settimane.

(A cura di Rizka Diandra e Alessio Piazza)

Le ragioni della resilienza thailandese

Intelligenza diplomatica e scelte economiche determineranno la capacità della Thailandia di continuare la sua storia di sviluppo

Anche in un contesto estremamente variegato come il Sud-Est asiatico, la Thailandia è un Paese eccezionale sotto molti punti di vista. In primis, “la terra degli uomini liberi” – questo il significato di Thai Land – è l’unico Paese ASEAN a non essere mai stato colonizzato da Paesi occidentali. In secondo luogo, la straordinaria complessità della cultura thailandese è motivo di ammirazione per i turisti occidentali così come per le altre potenze asiatiche. Infine, grazie ad una geografia favorevole e ad una storia condivisa, la Thailandia si trova nella posizione perfetta per colmare le distanze tra Cina e India e mediare tra le diverse istanze presenti all’interno dell’ASEAN.

I numeri dell’economia hanno certamente contribuito a creare il mito dell’eccezionalità thailandese: il PIL è cresciuto mediamente del 7,5% annuo nel periodo 1960-1996 consacrando la Thailandia come una delle grandi storie di successo dello sviluppo internazionale. Un mix intelligente di investimenti ed incentivi hanno convinto diverse case automobilistiche a trasferire i loro impianti produttivi nel Paese trasformando Bangkok nella “Detroit dell’Asia”. La rapida crescita del reddito pro capite ha permesso alla Thailandia di entrare, nel 2011, nel novero dei Paesi a reddito medio-alto. Qualche anno dopo, il governo ha messo a punto il masterplan Thailand 4.0 puntando sullo sviluppo di smart cities ed Internet of Things per sfuggire la temuta “trappola del reddito medio”.

Nelle ultime due decadi infatti il PIL thailandese è rallentato seguendo gli alti e bassi del commercio mondiale, e la Thailandia si è trovata ad affrontare il ritorno della povertà e l’aumento delle disuguaglianze. La pandemia di Covid-19 ha messo a nudo le debolezze strutturali dell’economia thailandese e la sua forte dipendenza dalla domanda esterna. L’improvvisa ed inevitabile chiusura dei confini nazionali, ad esempio, ha portato al collasso il settore turistico, che vale circa il 15% del PIL thailandese, mettendo così a rischio 2,5 milioni di posti di lavoro. La Banca Centrale ha previsto che il PIL quest’anno registrerà una flessione del -8.1%: un vero e proprio crollo visto soltanto negli anni della crisi finanziaria asiatica del 1997-1998.

La doppia crisi economica e sanitaria ha trovato l’esecutivo di Prayuth Chan-o-cha già impegnato in un difficile confronto con le migliaia di studenti thailandesi che dallo scorso febbraio sono scesi in piazza a protestare contro il governo dell’ex generale divenuto Primo Ministro. Le proteste di quest’anno si sono contraddistinte per una critica insolitamente esplicita contro i presunti abusi di potere del sovrano, il re Maha Vajiralongkorn, cosa non scontata in un Paese dove l’accusa di lesa maestà può costare fino a 15 anni di prigione. In generale però le proteste sono una manifestazione eclatante della costante tensione tra le speranze progressiste dei giovani e delle classi lavoratrici e le istanze conservatrici delle élite militari e politiche, da ormai diversi anni un tratto distintivo della politica thailandese.

La Thailandia vanta un’età media relativamente giovane (circa 1/3 della popolazione ha meno di 25 anni), una dotazione infrastrutturale notevole e in costante espansione, ed una posizione geografica benevola, al centro del triangolo Beijing-Delhi-Jakarta. “Caratteristiche generali molto favorevoli” che, insieme alla tradizionale resilienza dei principali indicatori economici e ad alcune tendenze socioeconomiche significative, come la presenza di una forte classe media urbana, contribuiscono a spiegare l’annunciato ritorno di interesse degli investitori per il mercato thailandese. Le recenti manovre economiche del governo, che sembra aver compreso l’importanza dei consumi interni e la necessità di politiche fiscali espansive, potrebbero altresì rappresentare un’opportunità importante anche per le imprese italiane impegnate nelle importazioni di macchinari industriali e beni di consumo.

La ripartenza del Paese dipenderà insomma dall’abilità di fare leva sull’eccezionalità thailandese di cui scrive anche Kishore Mahbubani, ex diplomatico singaporiano ed attento osservatore delle dinamiche regionali, nel suo libro ‘Il Miracolo ASEAN.’ Un distinto sentimento nazionale, un uso consapevole del soft power ed una raffinata capacità di mediazione sono elementi indispensabili a superare la difficile contingenza economica e sociale e a garantire l’armonia di cui il Paese ha bisogno per continuare la sua storia di crescita e sviluppo.

(A cura di Francesco Brusaporco)

(AP Photo/Eugene Hoshiko, Pool)

Alleanze commerciali e geopolitiche per costruire un’alternativa alla Cina in Asia

Da mesi ormai India, Giappone e Australia hanno avviato discussioni per il lancio di una trilaterale Supply Chain Resilience Initiative (SCRI) per ridurre la dipendenza dalla Cina, visti i comportamenti aggressivi di Pechino negli ultimi tempi nel Mar Cinese Meridionale e le crescenti tensioni con Washington. L’idea è quella di proporre incentivi alle aziende permettendo loro di diversificare e delocalizzare verso i Paesi d’origine o verso i Paesi ASEAN, che in un secondo momento verranno direttamente coinvolti nell’iniziativa. L’obiettivo della proposta giapponese è quello di attrarre investimenti diretti esteri per trasformare l’Indo-Pacifico in una “potenza economica” e costruire un rapporto di reciproca complementarità tra i Paesi partner. Il Ministro degli esteri giapponese ha annunciato visite diplomatiche in Germania e Francia. La destinazione appare una sapiente scelta strategica visto che entrambi gli Stati europei hanno recentemente pubblicato le proprie ambiziose strategie nell’Indopacifico per i prossimi anni. In questo panorama continuano però i negoziati online per la finalizzazione del Regional Comprehensive Eeconomic Partnership tra i Paesi ASEAN, Cina, Cora del Sud, Nuova Zelanda, Australia e Giappone, con Tokyo e Canberra che diffidano di Pechino e dalla sua preminenza nell’accordo commerciale. Ma le ambizioni di questi Stati non riguardano soltanto l’economia e il commercio. Altro terreno su cui accrescere una collaborazione senza la Cina è quello della difesa e sicurezza internazionale. Parte dal Dipartimento di Stato americano e nello specifico dal Vicesegretario Stephen Biegun, l’idea di costruire un’alleanza nell’Indo-Pacifico che somigli alla NATO e abbia come primo obiettivo il contrasto alle mire cinesi nella regione, che “risulta al momento priva di una forte struttura multilaterale quale l’Alleanza Atlantica”. Nel frattempo, i dati relativi al settore manifatturiero cinese mostrano un piccolo rimbalzo nel mese di settembre. L’attività delle fabbriche in Cina è leggermente migliorata nelle ultime settimane, mostrando un piccolo rimbalzo dopo un periodo di evidente difficoltà causato dall’avvento della pandemia.

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L’ultima risposta delle Filippine alla pandemia

La pandemia di Covid-19 ha esposto in misura considerevole le vulnerabilità delle Filippine ma il governo sta provando a sviluppare una risposta concreta che possa mettere il Paese nelle condizioni di far fronte alle nuove sfide.

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Le tensioni tra le due maggiori economie mondiali non mostrano segni di cedimento e i leader del Sud-Est asiatico scelgono neutralità e diplomazia nell’annuale seduta presso le Nazioni Unite.

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Il Vietnam non arresta la sua crescita

Nonostante la crisi globale, il Paese, trainato dalla ripresa delle esportazioni, vede la sua economia tornare a crescere registrando, secondo i dati dell’Ufficio Generale di Statistica, un +2,62 % nei mesi luglio-settembre.

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Bangkok sta pianificando di riaprire il Paese ai turisti e agli investitori stranieri all’inizio del prossimo anno, aspettandosi che contribuiscano a ridare energia a un’economia messa a dura prova dalla pandemia.

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Nel complesso tentativo di mantenere in piedi e rilanciare la propria economia, il governo indonesiano programma il budget per il 2021, sforzandosi di sostenere la domanda e stanziare fondi per la previdenza sociale senza incrementare eccessivamente il debito.

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Japan Today

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