Nel dibattito litigato tra i candidati alla Casa Bianca, Donald Trump e Joe Biden, la politica estera è stata appena menzionata e la Cina è stata considerata solo per la pandemia di coronavirus e il commercio. Senza un chiaro vincitore emerso dall’evento durato 90 minuti, alcuni analisti cinesi ritengono che il dibattito sia stata una chiara dimostrazione dell’impoverimento dei valori democratici rappresentati dall’America. La pensa in questo modo Gu Su, politologo dell’Università di Nanchino, che sottolinea come sia stato deludente il dibattito per cui si attendeva anche un segmento sulla Cina, come tema principale della politica estera. Pechino ha risposto alle poche critiche di Trump e Biden affermando che la Cina non dovrebbe essere usata come una pedina politica nelle campagne elettorali. Il dibattito è diventato un bersaglio di scherno da parte degli netizen cinesi, ma anche da chi usa i social per comunicare all’esterno della Cina la linea del Partito su tematiche di attualità. Hu Xijin, direttore del Global Times, sostiene che Trump e Biden non sono stati d’esempio per gli americani. E sulla serata ha detto: “Un tale caos al vertice della politica statunitense riflette la divisione, l’ansia della società statunitense e l’accelerazione della perdita di vantaggi del sistema politico statunitense”. [fonteSCMP NYT]

Huawei rivelerà la sua tecnologia per azzittire le accuse di spionaggio

Huawei vuole mettersi a nudo. L’azienda cinese è intenzionata a mostrare la sua tecnologia con lo scopo di allontanare le accuse di minaccia alla sicurezza interna dei paesi che includeranno le sue apparecchiature nella creazione delle reti 5G. L’ulteriore passo in avanti dell’azienda di telecomunicazioni cinese, tanto osteggiata dal governo americano quanto da quelli occidentali, arriva durante un evento svoltosi online, in cui è stata annunciata l’apertura del suo Centro di trasparenza per la sicurezza informatica, prevista il prossimo autunno a Roma. Il Centro sarà aperto ai clienti e alle organizzazioni governative e indipendenti impegnate nei test, che saranno invitati a eseguire verifiche di sicurezza imparziali e indipendenti secondo gli standard e le pratiche di cyber security riconosciuti dal settore. Inoltre, Luigi De Vecchis, presidente di Huawei Italia, nel corso del suo intervento, ha affermato che, nonostante tutte le pressioni, Huawei non ha intenzione di lasciare il mercato italiano e sta valutando l’aggiunta di ulteriori componenti in settori diversi, come quello energetico. L’evento online si è tenuto proprio nella stessa giornata in cui il Segretario di Stato americano, Mike Pompeo, è arrivato a Roma. De Vecchis però ha voluto smentire le indiscrezioni di un evento programmato ad hoc. Ma una buona notizia per Huawei arriva anche da Berlino. L’azienda di telecomunicazione non sarà esclusa in maniera completa dallo sviluppo della rete 5G in Germania, ma l’utilizzo dei suoi componenti verrà “fortemente limitato”. [fonte Reuters ]

Il governo giapponese dovrà pagare i danni per il disastro di Fukushima

L’Alta corte di Sendai, in Giappone, nella giornata di ieri, si è pronunciata sul disastro nucleare di Fukushima del 2011. Con una sentenza che farà storia, la corte ha riconosciuto la responsabilità del governo di Tokyo e dell’operatore dell’impianto, la Tokyo Electric Power Company, nota come Tepco, che dovranno versare circa 9,5 milioni di dollari come risarcimento per i danni ai sopravvissuti. Secondo la sentenza, il governo e la Tepco devono risarcire 3.550 querelanti. I querelanti avevano chiesto pagamenti mensili di compensazione di circa 475 dollari a persona fino a quando le radiazioni nelle loro case non fossero tornate ai livelli pre-crisi. Nel 2017, un tribunale di grado inferiore aveva ordinato al governo e alla Tepco di pagare circa la metà di tale importo a quasi 2.900 querelanti. La sentenza dell’alta corte di Sendai è per questo significativa, in quanto potrebbe costituire un precedente legale per dozzine di cause simili che sono state presentate in tutto il Paese. Ma la partita potrebbe non finire qui: gli avvocati del gruppo energetico hanno tempo fino al 14 ottobre per presentare ricorso e portare il caso alla Corte Suprema. Il governo sostiene da tempo che non avrebbe potuto prevenire lo tsunami o l’incidente nucleare, mentre la Tepco afferma di aver già pagato qualsiasi risarcimento ordinato dal governo. L’anno scorso, un tribunale giapponese ha assolto tre ex dirigenti della Tepco che erano stati accusati di negligenza penale per il loro ruolo nell’incidente. [fonte NYT ]

Amnesty International costretta a interrompere le attività in India

Amnesty International è stata costretta a chiudere le operazioni in India e a licenziare tutto il personale dopo che il governo indiano ha congelato i suoi conti bancari. La Directorate of Enforcement, l’agenzia che indaga sui crimini economici nel Paese, ha congelato i conti del ramo indiano di Amnesty questo mese, dopo che il gruppo ha pubblicato due rapporti estremamente critici sulla violazione dei diritti umani da parte del governo di New Delhi. In particolare, in un rapporto diffuso il mese scorso, Amnesty ha denunciato come la polizia della capitale indiana abbia commesso violazioni dei diritti umani durante le rivolte religiose che ci sono state tra indù e musulmani lo scorso febbraio. A finire nel mirino del governo di Modi è l’altro documento, rilasciato all’inizio di agosto in occasione del primo anniversario della revoca dello status speciale del Kashmir amministrato dall’India, con cui Amnesty, denunciando detenzioni arbitrarie e uso eccessivo della forza da parte della polizia, ha chiesto il rilascio immediato di tutti i leader politici, attivisti e giornalisti detenuti e il ripristino dei servizi internet nel Kashmir. Amnesty ritiene che la misura rappresenti l’apice della campagna di repressione che il ministero dell’Interno perpetua da due anni. Ma la Ong lancia un ulteriore affondo al governo guidato da Narendra Modi, denunciando una “caccia alle streghe” dei gruppi per i diritti umani. Il vuoto lasciato da Amnesty International mostra chiaramente come lo spazio del dissenso nel Paese si stia gradualmente riducendo: coloro che criticano il partito Bharatiya Janata, il cui leader è il premier Modi, sono soggetti a indagini e detenzioni in base alle controverse leggi sul terrorismo. Soprattutto, il provvedimento che colpisce il gruppo di attivisti arriva in un momento in cui si registra una recrudescenza degli episodi di violazione dei diritti umani, in particolare contro i 200 milioni di musulmani dell’India. In risposta ad Amnesty, il governo ha giustificato le sue azioni, sostenendo che il gruppo ha infranto la legge aggirando le regole sulle donazioni straniere. [fonte BBC ]

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