Modello Cina

In by Simone

In libreria il Il modello Cina, volume a cura di M. Miranda e A. Spalletta (L’Asino d’oro edizioni, € 18). China Files ne pubblica un estratto (pp. 22-29, per gentile concessione della casa editrice L’asino d’oro). Il saggio di Zhao, docente del Center for China-US Cooperation e redattore del Journal of Contemporany China, esamina la forza del "modello Cina" e la sua sostenibilità che sta a tutti indovinare quanto possa durare. Buona lettura!
L’ATTRATTIVA DEL MODELLO CINA (1)
Riuscendo a mantenere la stabilità sociale e la crescita economica senza compromettere la legittimità del partito unico, il ‘modello Cina’ è diventato un simbolo dell’orgoglio nazionale per alcuni intellettuali e funzionari pubblici cinesi. Piace anche ai leader di molti paesi in via di sviluppo alla ricerca di una ricetta per accelerare la crescita economica e assicurare una maggiore stabilità sociale; essi ritengono che il ‘modello Cina’ sia migliore delle prescrizioni liberali basate su libero mercato e libere elezioni.

La maggiore attrattiva del ‘modello Cina’ risiede nella sua capacità di elaborare velocemente decisioni complesse e difficili, e tradurle in modo efficace in azione senza subire i contraccolpi della democrazia. Questo è evidente principalmente nei grandi investimenti e nei progetti infrastrutturali. Com’è stato riferito da un giornalista, «quando c’è la necessità di generare elettricità e convogliare acqua da una regione all’altra, la Cina è in grado di portare a compimento la Diga delle Tre gole o il Progetto nord-sud per la Deviazione delle acque, in entrambi i casi gigantesche imprese che richiedono colossali sacrifici umani impensabili in Occidente». Grazie a una ferrea volontà politica, il governo cinese è stato in grado di dislocare più di un milione di persone dalla piana alluvionale della Diga delle Tre gole, incontrando pochissima resistenza.

ENORMI RISORSE
L’abilità dello Stato cinese è sostenuta anche dalle enormi risorse politiche ed economiche a disposizione. Oltre a poter contare sulla leva fiscale, il governo cinese controlla un gran numero di aziende statali e incassa da esse un costante flusso di utili. Possiede anche l’intera superficie territoriale nazionale. Se il governo ha bisogno di soldi, può semplicemente vendere la terra. Il governo cinese si è rivelato quindi molto più efficace degli omologhi occidentali nel dispiegamento delle sue enormi risorse pubbliche per contrastare la recessione globale.

Dopo il crollo della Lehman Brothers nel settembre 2008, il Politburo del Pcc convocò una riunione, ai primi di ottobre, per discutere in che modo combattere la crisi finanziaria e il 9 novembre 2008 il Consiglio degli Affari di Stato annunciò un pacchetto di stimoli pari a 4.000 miliardi di yuan (586 miliardi di dollari Usa). Da quel momento in poi, le banche statali hanno alluvionato l’economia con un fiume di liquidità. Questo enorme pacchetto di incentivi fiscali e l’espansione creditizia delle banche pubbliche ha traghettato velocemente l’economia cinese fuori dalla crisi. Negli Stati Uniti, invece, il passaggio di consegne dal presidente George W. Bush al presidente Barack Obama, e il periodo di stallo politico nel Congresso che ne è derivato hanno comportato un ritardo nell’adozione del pacchetto di incentivi che il governo americano ha potuto varare sono nel mese di febbraio 2009, pochissimo tempo dopo che il presidente Obama assumesse il suo incarico ma troppo tardi per porre un freno alla recessione economica.

In questo caso, mentre il sistema istituzionale di ‘controlli e contrappesi’ (che caratterizza i rapporti fra i vari poteri dello Stato negli ordinamenti democratici) ha garantito le libertà individuali e la nascita di un settore privato dinamico, e il processo democratico negli Stati Uniti si fonda su una legittimità che indubbiamente manca al sistema cinese, la polarizzazione politica e la rigidità ideologica rende tuttavia difficile agli Stati Uniti gestire problematiche fiscali a lungo termine.

NESSUNA VERIFICA
Al contrario degli omologhi occidentali, la leadership cinese non è costretta a subire le critiche dell’opposizione – un elemento di ‘disturbo’ – né a sottoporsi a verifiche elettorali a intervalli regolari. I contestatori sono messi a tacere buttandoli in prigione. Persino i dissensi espressi attraverso il web vengono censurati e bloccati. In altre parole, la Cina può vantare l’economia con la crescita più rapida del mondo senza la scia di un visibile malcontento sociale e politico che spesso segue i processi di democratizzazione. Gli aspetti ‘illiberali’ del ‘modello Cina’, incluso il controllo selettivo operato sull’economia dallo Stato, hanno di fatto reso la Cina meno vulnerabile agli shock esterni rispetto a molti paesi occidentali, per esempio levando un efficace scudo a protezione del sistema finanziario cinese contro i problemi che hanno portato il caos nelle economie occidentali con il perdurare del tracollo finanziario.

È interessante notare come nel corso della conferenza stampa a margine dell’Assemblea nazionale del popolo del 2009, il premier cinese Wen Jiabao avesse puntato il dito contro le ‘inadeguate politiche macroeconomiche’ dei paesi occidentali e il loro ‘insostenibile modello di sviluppo’ adducendoli come responsabili della crisi finanziaria. Per molti anni i cinesi hanno dovuto subire sermoni paternalistici dai leader occidentali sulla superiorità del capitalismo liberale. Oggi sono cambiate le carte in tavola e sono i leader cinesi a vantarsi della forza istituzionale del proprio sistema di autorizzazione che è emersa durante la crisi finanziaria, laddove la democrazia liberale, nella misura in cui i governi si sono divisi al loro interno e non sono in grado di governare, non rappresenta più un grande modello da emulare.

CARISMA
Il ‘modello Cina’ è diventato una maggiore fonte di attrattiva rispetto alla democrazia liberale per i numerosi leader politici dei paesi in via di sviluppo, che affrontano l’arduo compito di sradicare la povertà – alla radice di molti conflitti e di diverse forme di estremismo. Solo tre decenni fa la Cina era povera come i più poveri tra i paesi del Terzo Mondo. Ma mentre gran parte di quest’ultimi vive ancora oggi in condizioni di povertà, l’economia cinese è invece cresciuta rapidamente. Essendo la povertà il maggior problema a cui devono far fronte i paesi in via di sviluppo, la Cina sembra poter offrire loro un nuovo modello per combattere la povertà e garantire una buona governance, anche se se si pone in opposizione alla pratica convenzionale proposta dai paesi occidentali e dalle istituzioni finanziarie internazionali.

È un dato di fatto che l’immagine del modello occidentale sia stata danneggiata dagli insuccessi degli Stati Uniti degli ultimi anni in politica interna e internazionale. Sul fronte economico, mentre gli Stati Uniti sono così profondamente indebitati con la Cina da rendere incerta la propria solvibilità, il crollo finanziario, che ha comportato l’aumento dei deficit di bilancio e messo in risalto l’insufficienza normativa del sistema finanziario, ha anche sollevato ulteriori, importanti interrogativi su alcuni aspetti essenziali dell’approccio liberale allo sviluppo.

Sul fronte della diplomazia, la politica promossa dagli Stati Uniti nel corso del primo decennio del XXI secolo è stata caratterizzata da interventismo militare e unilateralismo, generando un forte sentimento anti-americano nei paesi in via di sviluppo. L’uso della forza messa in campo dagli Stati Uniti per diffondere la democrazia, di cui la guerra in Iraq è l’emblema, è spesso stata scoraggiante e devastante, minando il supporto necessario per l’affermazione della democrazia in molti paesi in via di sviluppo. In un libro sugli sforzi compiuti per affermare la democrazia nel mondo, Larry Diamond accusa la politica americana di democratizzare attraverso la coercizione internazionale, provocando quella che egli definisce la ‘recessione democratica’ in molte regioni del mondo.

Progressivamente stufi dell’indottrinamento occidentale, molti paesi in via di sviluppo si sono rivolti al ‘modello Cina’. Per questi paesi, il ‘modello Cina’ è più efficace di quello occidentale, basato su un concetto di democratizzazione ideologizzata che pone però scarsa attenzione alle realtà locali al fine di sollevare centinaia di milioni di persone dalla condizione di povertà.

DIPLOMAZIA IMMORALE
Il fascino del ‘modello Cina’ nasce anche dalla diplomazia ‘immorale’ che la Cina svolge nei paesi in via di sviluppo, in contrasto con la diplomazia occidentale che incorpora princìpi etici – buona governance, democrazia, trasparenza, Stato di diritto e diritti umani – tra gli obiettivi della sua politica estera. La Cina, guidata più da interessi economici e strategici che da princìpi etici, ha stabilito rapporti amichevoli con molti paesi in via di sviluppo, senza dettare particolari condizioni. Grazie alla sua crescente posizione di potere, i leader politici di questi paesi sono pronti a utilizzare Pechino come scudo contro le potenze occidentali e accolgono quindi il ‘modello Cina’, assieme alla sua diplomazia libera da valori morali, come alternativa a quello europeo e statunitense. La Cina ha rafforzato la sua attrattiva anche fornendo aiuti economici e accesso al suo crescente mercato interno.

UNICITÀ
Nonostante il successo l’abbia posta sotto i riflettori, l’esperienza di sviluppo cinese potrebbe essere unica per la Cina e dunque non facilmente replicabile in altri paesi. Mentre le democrazie legate allo Stato di diritto e al libero mercato pensano di aver poco da imparare dalla capacità d’intervento del governo cinese sull’economia e di controllo sulla società, anche le singolari condizioni di partenza del proprio sviluppo rendono l’esperienza cinese non idonea a essere estesa ad altri paesi emergenti.

Barry Naughton ha definito le seguenti tre condizioni di importanza fondamentale. In primo luogo, le dimensioni della Cina implicano che il paese ha (e ha avuto) le potenzialità di sviluppo per un grande mercato interno che promuove la competizione e attrae l’interesse e gli investimenti dei paesi esteri. Tra i paesi in via di sviluppo, solo gli Stati Uniti nell’Ottocento e l’India nel XXI secolo hanno avuto un simile vantaggio ‘territoriale’. In secondo luogo, grazie alla disponibilità di manodopera, la Cina ha potuto seguire una strategia di sviluppo socialista ad alta intensità di capitale; quando la Cina ha infine transitato verso una strategia di sviluppo ad alta intensità di manodopera, i risultati sono stati esplosivi. In terzo luogo, la Cina, in quanto economia in via di transizione, ha mantenuto e ricostituito un sistema politico gerarchico-autoritario che è stato attivamente adottato nella nuova economia di mercato. Ognuna di queste caratteristiche, presa da sola, è potenzialmente importante e unica dal momento che nessun altro paese è altrettanto vasto, possiede un tale vantaggio comparato o gestisce un sistema politico lontanamente simile a quello cinese.

MORALITÀ
Inoltre, il ‘modello Cina’ presenta alcune falle evidenti e può aver esaurito il suo potenziale, diventando, quindi, non sostenibile. Prima di tutto, non ha attrattiva morale: esso è trainato dal pragmatismo che, per definizione, non è un comportamento disciplinato da valori o princìpi costitutivi. Si basa sulla falsa supposizione che la crescita economica prevale su ogni altro aspetto. Se il sistema si fa carico della crescita economica, la gente sarà disposta a rinunciare a qualsiasi altro requisito morale, tra cui la trasparenza, la responsabilità dell’azione pubblica e la libertà, lasciando con serenità al governo il compito di gestire la governance.

L’attrazione che molti paesi in via di sviluppo nutrono per la Cina è quasi interamente dovuta a benefici tangibili, economici e politici, piuttosto che ad aspetti intangibili, come i valori etici. Coltivare buoni rapporti con gli invisi governi del Sudan o dello Zimbabwe non può che consolidare l’immagine negativa, che la Cina proietta, di un paese che mette sempre i profitti al di sopra dei diritti umani e dei princìpi etici. Le relazioni della Cina con questi regimi oppressivi sono diventate motivo di controversia nei suoi rapporti con gli Stati Uniti e con alcuni altri paesi occidentali. Come potenza emergente, non è praticabile nel lungo periodo per la Cina convivere con questa immagine di protettrice di regimi autoritari.

COSTI SOCIALI
Secondo: l’abilità con cui lo Stato cinese riesce a elaborare rapidamente delle decisioni e a metterle in atto ha spesso comportato alti costi economici e sociali, che potrebbero raggiungere livelli insostenibili. Alla fine del 2010, il “China Daily” – organo ufficiale del governo cinese – ha pubblicato l’articolo di un eminente economista, Yu Yongding, che critica aspramente la storia della straordinaria crescita del paese. Secondo Yu, «la rapida crescita della Cina è stata ottenuta a un costo estremamente alto. Solo alle generazioni future è dato conoscerne il vero prezzo».

Nell’articolo viene indicato il tasso di investimenti di oltre il 50% come un chiaro riflesso del basso grado di efficienza finanziaria della Cina. Questo alto tasso di investimenti è stato raggiunto per una concomitanza di due fattori allarmanti. Il primo è l’influenza delle amministrazioni locali nelle decisioni sugli investimenti e il secondo è la destinazione di gran parte degli investimenti allo sviluppo immobiliare. Alcune amministrazioni locali stanno letteralmente scavando delle buche che poi vengono riempite per rimpinguare il Pil. Di conseguenza, ci sono troppi condomini di lusso, enormi edifici governativi adibiti a uso ufficio e svettanti grattacieli.

Nelle città di provincia cinesi, gli alberghi fanno sembrare, al confronto, gli hotel occidentali a cinque stelle spogli tuguri. Le città soffocano per la polvere e lo smog. I maggiori corsi d’acqua del paese sono contaminati. Nonostante lo sviluppo in atto, deforestazione e desertificazione imperversano. Siccità, inondazioni e frane rimangono all’ordine del giorno. Le implacabili attività di estrazione stanno rapidamente esaurendo le riserve energetiche cinesi.

Di fatto, poiché l’autorità del governo in Cina non è delimitata né dallo Stato di diritto né da elezioni democratiche, la rapidità del processo decisionale ha spesso comportato investimenti irrazionali, come ha sottolineato criticamente Yu Yongding. In aggiunta all’insaziabile sete d’investimenti da parte delle amministrazioni locali cinesi, le imprese e le banche statali si trovano spesso a prendere decisioni politiche sulla ripartizione delle risorse e degli investimenti, che hanno frequentemente portato a un insostenibile spreco di risorse e al degrado ambientale.

CLIENTELISMO
Terzo: il binomio tra politica autoritaria ed economia di mercato ha prodotto un capitalismo di Stato corruttivo, forgiando un’alleanza tra potere e soldi. Il monopolio monopartitico ha collocato funzionari di Stato in posti di potere senza responsabilità pubblica. Non esiste un partito d’opposizione che possa vigilare sull’operato dei funzionari pubblici in posizione di privilegio, liberi di abusare della loro autorità per costruirsi ingenti fortune. I funzionari pubblici, con la loro cerchia clientelare, e gli alti dirigenti delle imprese pubbliche hanno presto formato gruppi d’interesse forti ed esclusivi.

È significativo come oggi in Cina, l’impiego pubblico sia il lavoro più ambìto dai laureati, soprattutto fra i giovani, che mirano ai benefici economici del potere politico. Proteggendo e accrescendo interessi di gruppi specifici, lo Stato ha finito col violare i diritti della gente comune. Gli espropri sono all’ordine del giorno, i sindacati vengono messi a tacere e i lavoratori devono compiere lunghi orari di lavoro in condizioni di sicurezza precarie. In questo modo, lo Stato pratica un atteggiamento predatorio nei riguardi dei cittadini comuni che non hanno privilegi, diffondendo un profondo malcontento tra la popolazione. La crescita economica cinese, seppure indubbiamente imponente, è quindi largamente associata all’oppressione politica, il che ha sollevato questioni di sostenibilità nel lungo periodo.

DISEGUAGLIANZA
Quarto: l’approccio sperimentale ha intenzionalmente favorito specifici gruppi o regioni nel promuovere le riforme e la crescita economiche. Per esempio, Deng Xiaoping ha lanciato la riforma dell’economia cinese sotto gli slogan «arricchirsi è glorioso» e «lasciate che alcuni si arricchiscano per primi». Alcune fasce della popolazione ci sono riuscite ma gran parte della gente non ne ha avuto la possibilità. La precoce messa in campo della politica di ‘apertura’ ha conferito alle Zone economiche speciali (Zes) una lunga serie di trattamenti preferenziali, suscitando l’invidia di altre province.

La crescita basata sulle esportazioni ha costretto Pechino ad adottare una strategia di sviluppo sbilanciata, incentivando una rapida crescita economica sul versante orientale e trascurando l’entroterra. Questa pratica ha portato a una scissione tra le zone rurali povere e le più ricche città; tra lo sviluppo delle regioni costiere e l’impoverimento delle zone interne; tra gli istruiti e gli analfabeti. Attualmente, la Cina si contraddistingue per il maggiore divario al mondo tra zone rurali e urbane. Quest’allarmante disparità ha preso piede quando la Cina ha smantellato lo Stato sociale, lasciando centinaia di milioni di cittadini privi o inadeguatamente coperti da servizi sanitari, copertura previdenziale, istruzione e tutta una serie di altri servizi sociali.

MALCONTENTO POPOLARE
Questi crescenti divari sono diventati una seria minaccia alla stabilità politica. Come un economista cinese ebbe a dire a un giornalista, «l’emergere di forti gruppi privilegiati bloccherà un’equa distribuzione dei benefici della crescita economica nella società, che vanificherà la strategia del Pcc che consiste nel barattare la crescita economica in cambio del consenso assoluto». La Cina sta imboccando un periodo di crescenti tensioni sociali caratterizzato da numerosi disordini e dimostrazioni, messe in atto dalle classi meno avvantaggiate al fine di proteggere i loro diritti, istradando così la Cina verso una spirale di crisi.

Il governo cinese è apparentemente intimorito dal potere dei cittadini e ha tentato di gestire il malcontento popolare con alcune rapide misure ‘indolori’ in grado di placare le agitazioni, pur continuando a sperare che una continua crescita economica possa continuare a sostenere la legittimità del regime. Tuttavia, queste rapide misure ‘indolori’ stanno pian piano perdendo d’efficacia mentre si fa sempre più difficile per lo Stato continuare a far leva sulla crescita economica per evitare il deterioramento della crisi sociale; i gruppi di interesse, infatti, si stanno opponendo a una più equa distribuzione della ricchezza economica, vanificando così, per l’appunto, la strategia del Pcc di scambiare la crescita economica con il consenso.

Si fa sempre più ricorso a forze coercitive. La crescente entità delle risorse investite dal governo in risposta ai crescenti conflitti sociali ha oramai raggiunto livelli di guardia. La spesa destinata alla sicurezza ha raggiunto nuovi record nel corso del 2011, con stanziamenti per la ‘pubblica sicurezza’ che superano, per la prima volta, il budget della difesa. Questo indica i crescenti costi del mantenimento della sicurezza interna e dimostra come il ‘modello Cina’ sia poco disposto a tollerare il dissenso e sia continuamente sotto la scure di una crisi violenta.

PUNTO CRITICO
Infine, il successo del ‘modello Cina’ ha vita breve. È difficile rivendicarne l’universalità giacché nessuna economia continua a crescere all’infinito. Alla luce di un’atmosfera sempre più tesa, sia a livello nazionale sia internazionale, la crescita economica della Cina, proprio come quella di qualsiasi altra economia emergente nella storia, potrebbe avere una battuta d’arresto, arretrare o entrare in crisi. Come dimostrato da uno studio di Minxin Pei, l’economia cinese ha iniziato a crescere quando la Cina è diventata meno brutale, dando spazio a maggiori libertà individuali ed economiche.

Anche gli studi condotti da Yasheng Huang hanno documentato come la Cina abbia registrato i migliori risultati economici quando ha perseguito riforme economiche liberali e condotto alcune semplici riforme politiche, allontanandosi dalle politiche stataliste. La Cina ha pagato un gigantesco prezzo sociale per la sua rapida crescita economica, soprattutto in termini di giustizia sociale, un elemento che avrebbe potuto eventualmente tracciare la strada verso una diversa crescita. In questo caso, sebbene la crescita economica della Cina abbia finora sostenuto la legittimità del regime, sta a tutti indovinare quanto possa durare.

(1)  Miranda M. e Spalletta A. (a cura di), Il Modello Cina – Quadro politico e sviluppo economico, 2011, L’Asino d’oro ed., prodotto da AgiChina24 e Istituto italiano di Studi Orientali, Università di Roma La Sapienza, pp. 22-29
Le note al testo sono state eliminate per esigenze redazionali. Potete consultare sull’edizione orginale. [NdR]

*Suisheng Zhao è docente presso il Center for China-United States Cooperation, Graduate School of International Studies dell’Università di Denver, editor del Journal of Contemporany China