Wu Wenguang è un documentarista, autore teatrale, regista, montatore, insegnante e senza volerlo ammettere, è stato capace di risvegliare, e lo fa tuttora, l’animo dei tanti giovani con cui collabora. Per avere sessantun anni ha energia da vendere. Lui lo sa e ne va fiero. Quando l’ho incontrato a Pechino e a Roma. mi ha spiegato con passione uno dei suoi ultimi progetti, il Folk Memory Project, ovvero un archivio di memoria storica, creato da giovani registi e documentaristi che ritornano nei propri villaggi di origine per farsi raccontare dagli anziani della famiglia alcune fasi cruciali della storia contemporanea cinese, come la Grande carestia e la Rivoluzione culturale. Wu ha sottolineato quanto oggi, sia cambiata la sua produzione artistica, rispetto ai suoi esordi, e ha rimarcato costantemente una domanda: “Perché giriamo un film? A cosa serve? Che relazione ho con la mia società?”

La sua carriera ha inizio durante la metà degli anni ’80, a Kunming nella provincia dello Yunnan, e sebbene oggi sia considerato il padre del documentario indipendente cinese, all’epoca lavorava nella televisione di stato come autore e regista. “Quello che non riuscivo a sostenere del linguaggio televisivo era il suo approccio unilaterale, la prospettiva ufficiale e spersonalizzante, per questo ho deciso di girare qualcosa di mio, qualcosa che mi potesse piacere realmente, ma in realtà non sapevo bene come iniziare. Ho cominciato così Bumming in Beijing, un film che ritraeva le persone più vicine a me, i miei amici, artisti di Pechino”.

All’inizio degli anni ’90, Wu Wenguang è stato uno dei primi registi cinesi a cambiare radicalmente modalità di approccio all’audiovisivo; spesso lo ha fatto  prendendo in prestito la telecamera dalla CCTV – la televisione di stato cinese –  entrando e uscendo da quegli uffici a dimostrare che in Cina, quanto è “ufficiale” e quanto è “non governativo”, talvolta condividono strambi confini.  “Gli inizi degli anni novanta sono stati un periodo complesso, specialmente a Pechino, diversi dal decennio precedente – continua Wu –  Tra amici si parlava di chi voleva andare via, di chi era partito, o che bisognava andarsene, gli anni novanta sono iniziati con questi discorsi. Ma è proprio da dì che abbiamo cominciato a concepire un pensiero indipendente, per me è stato come un forte rumore di sottofondo che ci ha spinto ha trovare una nostra modalità di espressione”.

I registi e amici di Wu – come Jiang Yue, Duan Jinchuan, Shi Jian –  nei propri film e documentari preferiscono concentrarsi sulla vita di persone comuni all’interno della trasformazione radicale che stava avvenendo, spostando la loro attenzione e focalizzandosi su piccole storie personali. Per questo hanno utilizzato spesso e volentieri la camera a mano, anziché lunghe inquadrature fisse. In questo modo hanno dimostrato di rifiutare la narrazione puramente verbale, avvicinandosi al direct cinema americano e al cinéma vérité francese.

Wu Wenguang ha avuto l’opportunità, vista la partecipazione dei suoi primi film a diversi festival internazionali, come lo Yamagata Film Festival o il Vancouver International Film Festival, di conoscere Fredrick Wiseman, uno degli esponenti più importanti del documentario contemporaneo. “Quando sono andato negli Stati Uniti, sono andato anche da lui a Boston nel suo studio. Mi sembrava il lavoro di uno scrittore, nulla a che vedere con l’immagine che abbiamo del lavoro dei registi, delle riunioni caotiche, delle discussioni con più persone e delle telefonate. Era lui, da solo, che lavorava al film in sala di montaggio. Come se il sapere e la conoscenza passassero attraverso un lavoro costante fatto di calma e sedimentazione. Questo è stato estremamente formativo per me. I film non sono dinamica esuberanza e confusione, ma sono il frutto di un attento lavoro personale”.

La ricerca di una propria espressione personale ha formato la generazione di registi alla quale anche Wu appartiene;l’arrivo sul mercato di telecamere leggere e facili da trasportare, poi,  ha avvicinato ancor più questi registi alla strada. “Dell’etichetta di padre del documentario indipendente non mi interessa, possono dire quello che vogliono” sorride Wu Wenguang “ma ultimamente questa parola è davvero abusata, anche a livello ideologico; specialmente in Cina è associata alla politica e ad un modo di porsi, un atteggiamento, alla ribellione. Ultimamente, riflettendo a fondo sul significato della parola indipendente preferisco associarla all’autonomia e alla libertà, la libertà di trovare nuovi modi di espressione e rompere i limiti che ci eravamo creati per raggiungere poi un ulteriore traguardo.”

Oggi i giovani registi cinesi  si trovano di fronte una struttura complessa da dover gestire: da una parte c’è il governo, dall’altra il mercato interno ed estero e le manifestazioni festivaliere internazionali e i media occidentali. Come ha scritto Chris Berry, esperto di cinema in Cina e in Asia, in From underground to independent – alternative film culture in contemporary China (2006), oggi sarebbe opportuno provare a concepire il cinema cinese indipendente non solo in funzione anti-governativa e per la sua natura “dissidente”.

Wu Wenguang, a modo suo non smette di sollecitare lo spirito di ognuno, sottolineando che “Spesso e volentieri nel documentario ci si focalizza sulla scelta del soggetto e su quanto riconoscimento possa avere, sul rating televisivo, e facendo tutto questo, l’autore stesso sta perdendo la motivazione iniziale che lo spinge a raccontare. Se devo scegliere preferisco ritrovare il mio motivo, rivolgo l’attenzione dentro di me e voglio partire da lì per decidere cosa girare”

di Désirée Marianini

Laureata in Lingue e Civiltà Orientali alla Sapienza di Roma, Désirée si è specializzata in regia e sviluppo progetti alla ZeLIG School for Documentary, Television and New Media di Bolzano. Dal 2010 al 2013 ha lavorato per China Files, nell’ideazione e la produzione dei prodotti audiovisivi. Tornata in Italia ha fondato same same factory, associazione culturale focalizzata in workshop, rassegne cinematografiche e progetti artistici cross-culturali.

[Pubblicato su Agi]