La sorte di Kim Jong Un ha, almeno per qualche ora tolto spazio alle notizie sul Covid, catalizzando l’attenzione delle redazioni dei media di mezzo mondo.

Tutto è nato da un articolo della Cnn che, riprendendo un servizio del Daily NK collegava l’assenza di Kim alle celebrazioni del genetliaco di Kim Il Sung con un’operazione al cuore a cui il leader sarebbe stato sottoposto.

LA PROLUNGATA LONTANANZA dalle scene ha indotto l’emittente Usa a paventare che qualcosa fosse andato storto e che Kim Jong Un fosse in gravi condizioni di salute.

Da questo momento si è scatenata una ridda di congetture sempre più fitte, fino ad esplodere in alcuni servizi a dir poco avventati che confermavano la morte (fisica o cerebrale a seconda delle «fonti affidabili e sicure»).

Chi frequenta con assiduità la Corea del Nord o chi nel paese ci vive, impara ben presto che sulle condizioni di salute di un «Grande Leader» non si scherza.

Pochissimi sono coloro a conoscenza di quello che accade nel cuore della famiglia Kim: la moglie Ri Sol Ju, la sorella Kim Yo Jong e una ristretta cerchia di funzionari delle commissioni politiche che decidono la politica del Paese.

COMMISSIONI, si badi bene, differenti dai ministeri che in Corea del Nord sono relegati ad essere portavoce di ciò che viene deciso nei vertici di potere.

Ogni notizia sulle condizioni fisiche di Kim deve per forza di cose provenire da questa ristretta cerchia di politici e famigliari per poi essere diffusa dagli organi di informazione ufficiali.

Tutto il resto è formato da congetture, tanto da poter essere comodamente relegate nella categoria di gossip, più che in quella da reportage o, peggio, di analisi politica. Kim Jong Un in questi giorni è stato il gatto di Schrödinger del giornalismo raffazzonato: c’è sempre un 50% di probabilità che il leader sia vivo e un 50% di probabilità che sia morto. Sino a quando la Kcna, la Kctv, il Rodong Sinmun o qualche altro organo di stato non aprirà la scatola e rivelerà la verità, tutto e il contrario di tutto potrà essere detto e supposto.

LA COREA DEL NORD è stata spesso oggetto di congetture, complice (fino ad un certo punto) la scarsità di notizie provenienti dal Paese, ma basato soprattutto sulla scadente conoscenza della nazione.

I 120 cani di Jang Song Thaek, le esecuzioni con artiglieria antiaerea o lanciafiamme di personaggi che ricomparivano miracolosamente qualche mese dopo, le morti annunciate e sempre smentite di Kim Jong Il, l’invio ai campi di rieducazione delle nazionali di calcio sconfitte in qualche partita internazionale o gli annunci della vittoria della Corea del Nord ai campionati mondiali di calcio sono solo alcuni esempi della somma ignoranza (consapevole o no) con cui per anni il lettore è stato informato su cosa sia e cosa avvenga in Corea del Nord.

E, come volevasi dimostrare, gli autori degli articoli bufale continuano ancora oggi a scrivere e a offrirci le loro analisi sulla Corea del Nord. Tra tutte le domande su dove Kim Jong Un stia esercitando i suoi poteri (se su questa terra o in cielo) sono state avanzate anche ipotesi più concrete su un eventuale passaggio di poteri nel caso di improvvisa dipartita del Grande Leader tenendo presente che la fluidità della politica nordcoreana (le promozioni e le dismissioni sono più frequenti che da noi) può cambiare le carte in tavola più di quanto ci aspettiamo.

Attualmente i candidati più probabili sono Choe Ryong Hae, vicepresidente della potentissima Commissione degli affari di stato e Kim Yo Jong, sorella dell’attuale leader.

IL PRIMO HA DALLA SUA PARTE l’esperienza, la matura età e, non ultimo in un Paese tradizionalmente maschilista, il sesso maschile. La seconda ha il pedigree di famiglia (che non sempre gioca a favore), il senso della leadership, ma, oltre ad essere una donna, è anche giovane e non ha ancora sufficienti agganci politici che potrebbero metterla al riparo da eventuali rigurgiti di potere da parte di qualche politico o dal ramo della famiglia Kim caduto in disgrazia.

Di Piergiorgio Pescali
[Pubblicato su il manifesto]