La «presa» per due giorni dell’aeroporto internazionale di Hong Kong da parte dei manifestanti ha acuito la problematicità di quanto sta accadendo nell’ex colonia britannica. L’azione è stata giustificata come una sorta di ultima spiaggia dagli stessi protagonisti, che sono però incorsi in errori che in parte complicano la loro legittima lotta. Il quadro attuale è il seguente: chi protesta ha dimostrato di poter reggere una mobilitazione che dura ormai da giorni.

Per quanto «orizzontali e senza leader» i manifestanti hanno mostrato un’ottima organizzazione capace di coordinare le tante istanze anti-cinesi che hanno unito le centinaia di migliaia di persone scese in piazza. Sono stati commessi però alcuni errori tattici: in primo luogo la comparsa delle bandiere americane e poi quelle di epoca coloniale. Poi la vicinanza di alcuni dei personaggi più in vista durante le proteste con personale dell’ambasciata americana.

Non segnalare una pubblica distanza dagli Usa ha dato la possibilità alla Cina di accusare i manifestanti di essere sostenuti dagli Usa.

Possibile che Washington abbia provato a complicare le cose alla Cina ma un’eterodirezione è una falsità riguardo le motivazioni delle proteste, che sono profonde e non avevano bisogno di essere aizzate da forze esterne.

Poi all’aeroporto i manifestanti sono incorsi in un altro errore: hanno malmenato e bloccato una persona sospettata di essere un poliziotto infiltrato. Invece era un giornalista dell’ultra nazionalista quotidiano di Pechino, il Global Times, che ha avuto buon gioco a scatenare specie sui social cinesi (WeChat in primis) nuove accuse contro i manifestanti.

Ieri da diversi gruppi che partecipano alle proteste sono arrivate le scuse per questo evento, ma al di là di questi errori tattici, quello che pare mancare al momento è la possibilità reale di arrivare a qualche risultato dopo settimane di manifestazioni che hanno spinto la tensione a un punto taleda rendere complicata una soluzione che permetta alla Cina di non perdere la faccia.

Tirare la corda, per quanto legittimo, non è un buon viatico per trattare con Pechino, piuttosto sensibile alla percezione che nel mondo si ha della Cina.

In questo senso le richieste di dimissioni della chief executive Carrie Lam e quella di un’indagine sulle violenze della polizia, potrebbero essere due argomenti sui quali Pechino potrebbe addirittura essere disposta a trattare. Ma quanto i manifestanti sembrano sottovalutare, è proprio l’attuale situazione politica della Cina.

Bisogna dunque procedere in due direzioni differenti. Quasi tutti i sinologi sono concordi nel rileggere tutta la storia imperiale cinese proprio attraverso la complessità del rapporto tra centro e periferia. È questa dinamica a costituire il motore politico della Cina imperiale.

A questo proposito il concetto di impero in Cina è arrivato dall’Occidente (e dal Giappone) durante il periodo Qing, l’ultima dinastia cinese. Nella visione cinese, infatti, vigeva il concetto di tianxia «tutto quanto sta sotto il cielo». Si tratta di una visione che rapportandosi non solo agli altri, bensì al cosmo intero, concepiva l’influenza cinese attraverso cerchi concentrici capaci di arrivare anche in posti ben distanti territorialmente dal «centro».

Il sistema dei tributi fu uno degli strumenti che la Cina utilizzò per gestire questa serie di relazioni.

Il concetto di Stato-nazione ha complicato enormemente le cose e Hong Kong è un esempio di quanto questa relazione centro-periferia sia ancora oggi un dilemma in Cina e quanto la «modernità anti-moderna» come l’ha definita l’intellettuale Wang Hui, abbia portato Pechino a dover concepire nuove forme di interazione con le sue articolazioni periferiche.

C’è poi un tema contemporaneo: cosa farà Xi Jinping? Esistono forze interne che, forse, stanche del suo enorme potere potrebbero spingere a prendere la decisione sbagliata su quanto sta accadendo a Hong Kong. Non è semplice saperlo, ma l’intensa attività di puntellamento della propria autorità ha per forza di cose lasciato strascichi.

Parte dell’esercito cinese è a Shenzhen, si tratta di un dato confermato perfino dall’ambasciata cinese in Italia; nella sua newsletter il personale dell’ambasciata ha specificato che «secondo quanto stabilisce la legge della Repubblica Popolare Cinese, tra i compiti della polizia armata figurano la partecipazione a operazioni volte a sedare ribellioni, rivolte, incidenti violenti e illegali, attacchi terroristici e altre minacce alla sicurezza sociale».

Xi Jinping ha in mano le carte e deve scegliere: trovare un compromesso capace di salvare la faccia alla Cina, perfino concedendo qualcosa ai manifestanti, oppure optare per la via della repressione, forte del fatto che la comunità internazionale, ormai, sembra piuttosto disposta ad accettare qualsiasi scelta arriverà da Pechino.

[Pubblicato su il manifesto]