Dopo quasi dieci anni, intorno al caso Enrica Lexie ci sono ancora troppe domande lasciate senza risposta. Il 2 giugno 2014 i due fucilieri di Marina Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, dall’ambasciata italiana di New Delhi, si collegano in videoconferenza con il parlamento italiano in occasione della Festa della Repubblica.

A un certo punto prende parola Salvatore Girone e dice: «Abbiamo obbedito a degli ordini, e oggi siamo ancora qui presenti. Abbiamo mantenuto una parola, quella che ci era stata chiesta di mantenere e che ancora con dignità e onore per la propria nazione, onore per tutti i soldati italiani, onore per tutti i popoli del mondo, continuiamo a mantenere».

Quello di Girone, si disse all’epoca, non era altro che uno sfogo di un militare costretto dalla legge indiana lontano dal proprio Paese da oltre due anni. Vittima di un complotto internazionale ordito contro «i nostri marò». Sono passati più di sette anni, più di nove dalla morte dei pescatori Ajesh Binki e Valentine Jelastine, e cosa sia successo veramente quel 15 febbraio 2012 a pochi chilometri dalle coste dell’India meridionale ancora non lo sappiamo. Sappiamo solo che sono morti due pescatori indiani, innocenti.

Per quasi un decennio, al netto della gazzara politico-mediatica imbastita in Italia intorno alla vicenda dei «due marò», Italia e India hanno ingaggiato un durissimo scontro prima diplomatico, poi legale, senza nemmeno avvicinarsi alla materia vera e propria del contendere: determinare chi abbia premuto il grilletto che ha ucciso due pescatori innocenti. Da oggi, con la chiusura definitiva dei procedimenti a carico di Latorre e Girone in territorio indiano, la giustizia italiana ha l’opportunità non solo di far emergere la verità di quel giorno, ma anche di rispondere a moltissimi interrogativi che le parole di Girone sollevano da sette anni.

«Abbiamo ubbidito agli ordini». Di chi? E soprattutto, che ordini? Di sparare? O di scendere dalla petroliera Enrica Lexie e consegnarsi volontariamente alle autorità indiane, prendendosi la responsabilità di aver imbracciato fucili e fatto fuoco in direzione del peschereccio? «Abbiamo mantenuto la parola, quella che ci era stata chiesta». Chiesta da chi? E quale parola data? Qual è stata la promessa di silenzio chiesta, e ottenuta, a Latorre e Girone, a cui da quasi dieci anni è stato proibito di parlare con la stampa o in pubblico, pena provvedimenti disciplinari?

Come auspicato dal senatore Luigi Manconi dalle pagine di Repubblica lo scorso marzo e dall’avvocato Fabio Anselmi, che rappresenterà Massimiliano Latorre, il procedimento che si sta istruendo presso la procura di Roma sarà l’occasione per provare a chiarire i tanti lati oscuri del caso Enrica Lexie. Da queste colonne, ci permettiamo di sollecitare alcuni interrogativi.

Chi ha preso la decisione di far fuoco sul peschereccio St. Anthony? E chi ha deciso di far proseguire la navigazione dell’Enrica Lexie dopo aver aperto il fuoco, per ore, senza fare rapporto alle autorità costiere del presunto «attacco pirata scampato», finendo per farla inseguire dalla Guardia costiera indiana?

Chi ha deciso che il 19 febbraio, quattro giorni dopo l’incidente, Latorre e Girone dovevano consegnarsi spontaneamente alle autorità indiane? E perché proprio loro due, se la perizia balistica svolta dalla scientifica del Kerala, affiancata da due carabinieri del Ros come osservatori, ha indicato che le matricole dei fucili che hanno esploso i proiettili rinvenuti sul peschereccio non sono quelle di Latorre e Girone, ma dei fucilieri Voglino e Andronico? Latorre e Girone hanno sparato con armi non loro? O a sparare quei proiettili italiani è stato qualcun altro?

Le risposte a queste domande chiamano in causa non solo Latorre e Girone, i principali indagati dalla procura di Roma con l’accusa di omicidio volontario, ma l’intera catena di comando politica e soprattutto militare. Responsabile, con una legge del 2011 tuttora in vigore, di aver mandato a bordo di una petroliera privata, in missione antipirateria, sei fucilieri di Marina. Quando quasi la totalità della comunità internazionale, proprio per evitare questa odissea giudiziaria, ha delegato tale compito a contractor.

Paola Moschetti Latorre, moglie di Massimiliano, ieri ha detto che Latorre e Girone e le rispettive famiglie sono stati trattati dalla politica italiana come «carne da macello». È il termine di una parabola mediatica e politica che per anni, sulla stampa e in parlamento, ha depistato, mistificato e strumentalizzato la vicenda dei fucilieri di Marina per i fini più disparati. Meno che la ricerca della verità.

[Pubblicato su il manifesto]