Shirai Satoshi è nato a Tokyo nel 1977. Laureato all’università Waseda di Tokyo, ha ottenuto il dottorato in sociologia all’università Hitotsubashi. È stato ricercatore della Società Giapponese per la Promozione della Scienza di Tokyo, poi assistente alla Bunka Gakuen. Insegna teoria sociale e scienze politiche all’Università Seika di Kyoto, ed autore tra gli altri di Teoria della sconfitta permanente: l’essenza del dopoguerra giapponese (Ohta Books 2013), vincitore di diversi premi in Giappone, Epitaffio del Dopoguerra (Kinyoubi 2015) e il recente Kokutai: il Crisantemo e le Stelle e Strisce, non pubblicati in Italia.

Per la fine dell’estate del 1868 l’ultima armata dello Shogun era stata sconfitta e l’autorità dell’Imperatore era stata restaurata alla guida del paese. Fu l’alba di un nuovo Giappone che voleva entrare nella modernità. Chi erano gli uomini che guidarono la Restaurazione e per cosa combattevano?

Si trattava di rivoluzionari convinti, samurai e nobili di basso rango, che volevano distruggere l’ancient regime per modernizzare lo stato e la società giapponese. Il loro scopo era di evitare la dominazione del Giappone da parte delle potenze occidentali. In questo senso la Restaurazione ha un carattere modernizzante comparabile alle rivoluzioni borghesi come la Rivoluzone francese. Abolì il sistema feudale sia nei rapporti personali che proprietari. Ciò fu la precondizione di uno sviluppo moderno, e capitalista, della società, tramite la mercificazione del lavoro e della terra. Per questo la Restaurazione fu una vera e propria rivoluzione sociale. Se essa non fu inizialmente una rivoluzione di massa – nella sua fase violenta – fu però seguita da un ventennio di estrema instabilità dovuto in parte proprio alla presa di coscienza dei propri diritti da parte degli ordinari cittadini, le cui domande portarono alla promulgazione della Costituzione e all’instaurazione del parlamento nel 1889.

Ci furono settori del Giappone feudale che sopravvissero e che magari sopravvivono ancora oggi?

La mia risposta è un forte sì. Questo è stato un tema molto dibattuto nella ricerca marxista giapponese, per le peculiarità del nostro sviluppo rispetto a quello descritto da Marx. Sono sopravvissuti anche alle riforme antifeudali iniziate nel primo dopoguerra, che non furono portate a compimento per creare un baluardo in chiave anticomunista rispetto alla situazione in Cina e Corea. Proprio questi elementi feudali rimasti nella società giapponese furono considerati alla base del segreto del successo del capitalismo giapponese negli anni ’70 e ’80. Pensi alla gestione delle risorse umane come una famiglia e non su base contrattuale, con impieghi a vita e grande lealtà. E questo si estende anche a società membre di uno stesso gruppo industriale. Questi fattori peculiari hanno rappresentato una singolarità rispetto alla normale evoluzione capitalistica. Dagli anni ’90 in poi questa visione delle cose è cambiata, con le voci in favore della globalizzazione e la depressione economica, ma il problema di elementi feudali nella società non se ne è mai andato. Anzi si ripresenta ora in vari problemi sociali del paese.

L’era Heisei (1989-oggi) ha visto diversi tentativi della destra di promuovere nuovamente il neoconfucianesimo e lo Shinto di stato, dietro ci sono vecchie o nuove ragioni?

Per limitare le domande dei cittadini dopo la Restaurazione fu necessaria un’amalgama di adorazione per l’imperatore e di ideologia Shinto. Hirobumi Ito, il più potente politico dell’era Meiji, disse qualcosa che merita di essere ricordato: l’adorazione per l’imperatore doveva essere la base spirituale del Giappone, così come il cristianesimo lo era per l’Occidente di allora. Lo Shinto però non aveva alcun contenuto dottrinale, era poco più di un insieme di riti animisti. Così per colmare questo vuoto furono introdotti valori e dottrine confuciane. L’imperatore fu comparato ad un padre della nazione giapponese e la nazione ad una grande famiglia. La destra è motivata oggi da una visione semplicistica di uno stato forte e autorevole di allora. Questo atteggiamento mentale nasce dall’angoscia che si è diffusa nella società durante la prolungata depressione e la globalizzazione neoliberale. Non è facile dire quale ruolo giochi lo Shinto, ma a mio parere non occupa una posizione di vera autorità tra le persone.

Il controverso santuario di Yasukuni fu eretto inizialmente per commemorare i caduti (dei vincitori) della guerra di restaurazione del 1868 e continua ancora oggi a perseguitare il Giappone, che ruolo ha avuto come mito fondativo della nazione moderna?

Il santuario di Yasukuni funziona ancora come un potente mito fondante della nazione giapponese. Simboli come Hiroshima o Nagasaki hanno un ruolo centrale come secondo punto di inizio della modernità giapponese, quella pacifica del dopoguerra, ma non riassumono la storia tra il 1868 e il 1945. Yasukuni non funziona come simbolo ufficiale però, perché troppo contradditorio. Il nostro paese ha bisogno di un simbolo che includa tutta la sua esperienza dopo il 1868, ma che deve coesistere con la visione storica degli altri paesi intorno al Giappone. Il modo migliore di fare ciò sarebbe di separare da Yasukuni i criminali di guerra e lasciarvi solo i soldati semplici. Questa soluzione è però impossibile a causa della negazione della sconfitta, che genera quella che io definisco “sconfitta permanente”.

Come la Restaurazione Meiji ha cambiato il ruolo dell’imperatore? Le sue recenti dimissioni sono anch’esse una restaurazione di un vecchio costume o sono parte del Giappone moderno?

Il sistema imperiale attuale è più un prodotto della sconfitta del 1945. In senso stretto alcuni riti furono ripresi da quelli introdotti in epoca Meiji, ma il sistema imperiale in senso ampio che ebbe – e ha – una grande influenza sulla società, politica e sulla forma mentale della nazione giapponese moderna è uno di quegli elementi sopravvissuti dal Giappone feudale. È sopravvisuto alle riforme del dopoguerra solo perchè gli americani ne avevano bisogno. La destra – che ha paura delle sue dimissioni – detesta l’attuale imperatore per i suoi valori di democrazia, libertà e pacifismo e vogliono negarne l’autorità spirituale. Alla sua, infondo, preferiscono l’autorità imperiale degli Stati Uniti.

Una delle caratteristiche più salienti della Restaurazione fu l’apertura del paese e il sentimento insieme d’amore e d’odio per l’Occidente. L’abolizione dei Trattati ineguali fu al centro della politica estera Meiji. Anche oggi si domanda la revisione dei trattati con gli USA. È stato risolto questo conflitto? Ci sono parallelismi?

Questo atteggiamento mentale è esistito lungo tutta la storia del Giappone moderno e la sua analisi è stato il tema forse più importante della moderna storia intellettuale giapponese. Ma chi ne parla oggi? Per alcuni è un tema obsoleto in un epoca di globalizzazione e ibridi, ma per quanto gli intellettuali oggi lo neghino il problema continua a esistere. Lo si vede alla televisione che ogni sera ripete ai giapponesi quanto sono grandi agli occhi degli stanieri. In questo contesto alcuni intellettuali, fra i quali anch’io, hanno cominciato a indagare il problema dello status del Giappone come vassallo degli USA in quanto causa di una cattiva influenza non solo sulle nostre relazioni internazionali, ma sulla stessa società. Il sistema imperiale in senso ampio che ha già portato il paese alla rovina una volta è ancora in piedi grazie alla mediazione americana. L’immobilismo della classe dirigente pro USA sta cominciando a raccogliere sempre maggiore pubblica attenzione, tanto da essere entrato perfino nella campagna elettorale in corso per la leadership del Partito Liberaldemocratico di governo.