Lo scorso 2 gennaio Bindu Ammini e Kanakadurga, due donne di rispettivamente 42 e 41 anni, scortate da agenti di polizia in borghese sono riuscite a entrare nel tempio hindu di Sabarimala, nello stato indiano meridionale del Kerala.

Si tratta del primo ingresso di donne in età mestruale nel complesso templare sin dalla sentenza pronunciata dalla Corte suprema indiana nel mese di settembre, in risposta alla petizione inviata nel 2006 da sei avvocate della Indian Young Lawyer’s Association.

NEL PRONUNCIAMENTO, la Corte imponeva all’amministrazione del tempio di far decadere il divieto di ingresso a donne in età mestruale imposto per evitare che il dio Ayyappan – secondo la credenza, impegnato nel voto di celibato hindu – potesse cadere in tentazione alla presenza di donne tra i 10 e i 50 anni, in età fertile.

Dal mese di ottobre, numerosi tentativi di ingresso al tempio da parte di donne in età fertile sono stati respinti da gruppi di fedeli riuniti sotto l’ombrello della Sangh Parivar, unione di gruppi estremisti hindu vicina al partito conservatore hindu del primo ministro Narendra Modi, il Bharatiya Janata Party (Bjp), rendendo di fatto l’applicazione della sentenza impraticabile.

Alla presa di posizione degli estremisti hindu il governo locale del Kerala, guidato dalla coalizione di sinistra del Left Front, il primo gennaio ha risposto organizzando una catena umana lunga 620 km formata da cinque milioni di donne, a riaffermare i principi costituzionali di libertà e uguaglianza che dovrebbero vigere nel Paese. Il giorno seguente, Bindu e Kanakadurga attraversavano la soglia del tempio, facevano la storia, e mandavano su tutte le furie gli estremisti hindu keralesi. La Sabarimala Karma Samiti, che gestisce il tempio di Ayyappan, ha chiuso il luogo di culto per officiare un «rito purificatorio» e ristabilire la sacralità del sancta sanctorum, «violato» dalle due donne; intanto, fuori dal tempio, le proteste organizzate dalla Sangh Parivar, sostenute sia dal Bjp che dall’Indian National Congress (Inc) di Rahul Gandhi, si riversavano per le strade del Kerala.

GRUPPI DI MANIFESTANTI hanno attaccato le sedi dei partiti rivali e vandalizzato automobili, autobus ed edifici dell’amministrazione pubblica, scontrandosi con gli agenti di polizia dispiegati dal chief minister del Kerala Pinarayi Vijayan, 74 anni, figura storica del Partito comunista indiano marxista (Cpi-M).
Secondo diversi analisti indiani il sostegno offerto da Vijayan alla mobilitazione femminile del Kerala è stato un colpo da maestro in termini di politica locale, una sterzata molto ambiziosa che se di certo pagherà dividendi di consenso nel breve termine, espone il Cpi-M a un rischio di eccesso di avanguardismo ponendosi in opposizione a istanze tradizionaliste dure a morire anche in Kerala, stato che gode di livelli di progresso, apertura e benessere di media molto più alti rispetto al resto del Paese.

I MILIONI DI DONNE E UOMINI che hanno partecipato alla catena umana del primo gennaio e il chief minister Vijayan si rifanno esplicitamente a un periodo glorioso della fine del 19esimo secolo, il cosiddetto «rinascimento keralese», segnato dall’influenza di intellettuali riformisti di casta bassa in agitazione contro le élite brahmaniche di casta alta. In parole povere, progressisti anti-intoccabilità e anti sistema castale – considerato un abominio irriformabile, da abolire – contro tradizionalisti conservatori hindu.

Un’eredità che il Cpi-M ha abbracciato a fasi alterne ma che ora, sotto Vijayan, sembra più propenso a sposare, ponendosi in prima fila in una lotta per l’emancipazione femminile che, seppur per ora circoscritta al caso di Sabarimala, rappresenta una presa di posizione dell’alto valore simbolico. Se il sostegno del Cpi-M alle istanze delle fedeli hindu keralesi sia genuino o solo funzionale a un calcolo elettorale in vista delle prossime elezioni nazionali, previste in primavera, lo si vedrà nel futuro prossimo, quando il progressismo di Vijayan si scontrerà coi crucci aritmetici di uno stato dove i voti passano ancora, in buona parte, dal favore degli ambienti religiosi.

IN KERALA, IN PARTICOLARE, mediando anche tra le corpose minoranze cristiana, musulmana e atea, ricordando però un celebre adagio indiano per cui in India è impossibile dirsi atei, al massimo «atei cristiani, atei musulmani, atei hindu» e così via.

All’indomani della presa di posizione del governo keralese, il timore è che la polarizzazione della popolazione andata in scena negli scontri degli ultimi giorni possa rilanciare ulteriormente la strategia del divide et impera tipica del Bjp degli ultimi cinque anni, guidato dal duo Narendra Modi (primo ministro) e Amit Shah (presidente del Bjp), maestri nel sobillare e cavalcare a fini elettorali l’odio ora inter-castale, ora anti-musulmano, ora «anti-maoista», ora anti-progressista.

UNA PRIMA AVVISAGLIA di questa strategia, che dal Kerala potrebbe venire proiettata come simbolo pan-indiano in accoppiata alla battaglia per la costruzione di un grande tempio di Ram sulle ceneri della moschea di Ayodhya, demolita dagli estremisti hindu negli anni Novanta, è arrivata proprio per bocca di Narendra Modi durante un’intervista rilasciata alla agenzia di stampa Ani qualche giorno fa.

A differenza dell’abolizione del «triplo talaq» – una sorta di divorzio immediato applicato da una minoranza della comunità islamica indiana, recentemente giudicato dalla Corte suprema incostituzionale – sostenuta dal governo «tenendo a mente l’uguaglianza di genere», la questione del tempio di Sabarimala per Modi ha a che fare con «la tradizione»: «In India riteniamo che tutti abbiano diritto ad avere giustizia. Ci sono alcuni templi con delle tradizioni particolari, dove gli uomini non possono entrare. E gli uomini non ci entrano… Per quanto riguarda Sabarimala, un giudice donna della Corte suprema aveva fatto alcune dichiarazioni [in opposizione alla sentenza, ndr]. È necessario analizzarle con attenzione. Non c’è bisogno di attribuirle a questo o quel partito politico. In quanto donna, ha avanzato alcuni suggerimenti. E ci dovrebbe essere una discussione in merito, prima o poi».

LO STESSO TIMORE di inimicarsi l’elettorato hindu ha spinto l’Inc keralese «dalla parte sbagliata della Storia», in questi giorni schierato al fianco del Bjp e degli estremisti hindu a difesa della tradizione.

Una posizione in controtendenza rispetto alle ultime uscite pubbliche di Rahul Gandhi, presidente dell’Inc, impegnato a imprimere una svolta progressista nel «partito di famiglia» sperando di scongiurare l’esito catastrofico delle nazionali del 2014, quando il partito di Modi inflisse a Rahul Gandhi la peggiore sconfitta elettorale di sempre.

Tra calcoli elettorali, deprimenti ipocrisie di bottega e la minaccia di una nuova ondata ultrahindu questa volta senza nemmeno lo specchietto per le allodole della crescita economica, l’unico dato positivo rimane la straordinaria mobilitazione femminile in Kerala. Donne che, nel bel mezzo di un’India mai così abbruttita dall’oscurantismo bigotto, reclamano spazi, sfidano la tradizione, fanno sentire la propria voce. E che, a Sabarimala, hanno vinto.

[Pubblicato su il manifesto]