La trasmissione della memoria è questione complessa in tutte le società: l’anno in corso e’ un anno «impegnativo» per la Cina da questo punto di vista: 100 anni dal Movimento del 4 maggio 1919, ma anche 70 anni dalla fondazione della Repubblica Popolare Cinese e 30 anni dalla repressione dei moti di Tian’anmen del 4 giugno 1989.

Difficile evocare una data senza che le altre vengano scomodate e forse l’imbarazzo – se non la reticenza- che pare di avvertire da parte delle voci ufficiali all’avvicinarsi del primo tra questi anniversari dipende anche da questo. Certo, ai sinologi della mia generazione, è stato insegnato che il 4 maggio 1919 è una data cruciale nello sviluppo della storia della Cina moderna. A ben riflettere, non so quanto questo sia dipeso dalla narrativa cinese intorno a quel periodo o piuttosto dalle posizioni ideali e ideologiche di molti storici occidentali ed europei; a scanso di equivoci, chiarisco che ritengo di importanza cruciale i fatti sviluppatisi intorno a quella data, assurta comunque a simbolo di un momento fondamentale di presa di coscienza «nazionale» delle élite culturali cinesi, che avrebbe poi contagiato ampi strati della popolazione.

Temo sia tuttavia difficile negare che tale importanza ha soprattutto a che vedere con lo sviluppo élite intellettuali di quel periodo e con il dibattito intorno ad alcuni valori politici cardine dello sviluppo delle democrazie occidentali, solo in parte ancora presenti in Cina. In altre parole, il «set» di valori e di parole d’ordine elaborati in quella fase hanno avuto un ruolo marginale nello sviluppo della Cina post 1949 e nel dibattito politico del Pcc anche prima della sua definitiva presa del potere.

A questo proposito, mi pare difficile negare che l’atteggiamento complessivo delle potenze occidentali nei confronti della Cina certamente contribuì non poco a smorzare gli entusiasmi di molti tra gli intellettuali cinesi che avevano guardato con interesse, se non con entusiasmo, all’Occidente, all’Europa e agli Usa di Woodrow Wilson, considerato da qualcuno come «l’uomo di stato più qualificato per assumere il ruolo di campione dei diritti umani in generale e dei diritti della Cina in particolare» (Cfr. Xu Guoqi: China and the Great War: China’s Pursuit of a New National Identity and Internationalization, 2011, p. 244). Liang Qichao (1873 – 1929), uno dei grandi intellettuali riformisti dell’inizio del XX secolo fu scioccato dall’atteggiamento dell’Occidente e lo stesso accadde per Li Dazhao, (1888-1927), non a caso uno dei primi marxisti della Cina moderna: «Alla fine della guerra, avevamo dei sogni sulla vittoria dell’umanitarismo e sulla pace, sul fatto che il mondo non sarebbe più stato un mondo di predatori o che, almeno, sarebbe esistita nel mondo un poca di umanità.

Chi avrebbe mai potuto immaginare che quelle parole erano semplicemente portabandiera di governi di predatori? Abbiamo visto che cosa è stato deciso alla Conferenza di Versailles: esiste ancora un briciolo di umanità, di giustizia, di pace, di luce? È forse avvenuto che la libertà e i diritti dei paesi più piccoli e deboli non siano stati sacrificato a pochi e più grossi paesi di predatori?» (Cfr.Maurice Meisner, Li Ta-Chao and the Origins of Chinese Marxism, 1967, pp. 96-97).

Più ancora che l’America, l’Europa, attore principale sulla scena del primo conflitto mondiale, che gli intellettuali progressisti consideravano come il crogiuolo di elaborazione delle moderne idee di democrazia e di progresso, li aveva miserabilmente traditi. Rana Mittler (Cfr. A Bitter Revolution: China’s Struggle with the Modern World, 2004) considera il clima politico che si sviluppa intorno al 4 maggio come il risultato di un insieme di nuove parole d’ordine e nuovi valori nati dopo il 1911, con la cosiddetta rivoluzione Xinhai e la successiva caduta dell’impero mancese. Tra questi valori, trovano spazio una serie di nuove idee giunte in Cina dall’Occidente, spesso attraverso il Giappone, già all’inizio del XX secolo, ma non c’è dubbio che l’esito della Conferenza di Versailles mina forse irreversibilmente la fiducia verso l’Occidente.

Paiono interessanti, a questo proposito, gli esiti di un sondaggio realizzato tra i 33 studenti giunti quest’anno all’Università di Torino nel «programma Marco Polo-Turandot»; si tratta di ragazzi e ragazze (18 in tutto le femmine), nati nella maggioranza tra il 1995 e il 2000 (24 su 33), venuti a studiare in Italia nell’ambito di un piano governativo di accoglienza dei giovani universitari cinesi orientati soprattutto verso le discipline artistiche, che non ha criteri di merito fortemente cogenti. Obiettivo del questionario era di comprendere se e quale eredità abbia lasciato in loro il Movimento del 4 maggio, di certo presente in tutti i programmi scolastici.

Due dati paiono significativi: il numero degli intervistati che ritengono che il Pcc abbia avuto un ruolo cruciale nel Movimento del 4 maggio sfiora il 50% ed è identico a quello di coloro che ritengono che esso non abbia avuto ruolo alcuno. Il Pcc nasce poco più di due anni più tardi – il primo luglio 1921 – e lo studio del marxismo subisce una accelerazione proprio dopo gli esiti di Versailles.

Non interessava testare le conoscenze storiche del campione in esame, ma piuttosto avere una idea di come funzionasse una eventuale «appropriazione» del Movimento da parte del Pcc. Il dato è interessante: il «set» di valori positivi che il 4 maggio esprime, per coloro meno dotati di conoscenze storiche precise, pare non potere prescindere dall’azione positiva del partito, e qui indubbiamente gioca una più o meno consapevole acquiescenza alla propaganda, che probabilmente ha un ruolo anche nel determinare l’idea secondo cui la eredità più significativa del 4 maggio sta nella consapevolezza della «importanza della lotta di classe », espressa dal 30% degli intervistati; nel contempo, tuttavia, la assoluta maggioranza del campione ritiene che sia proprio il «patriottismo» il valore fondamentale trasmesso dal 4 maggio (51%) e «patriottismo» è il primo concetto che il 4 maggio evoca (99% degli intervistati). Possiamo dire, quindi, che il Movimento del 4 maggio viene innanzitutto connesso all’idea di amore per la patria, anche se non è privo di significato il fatto che circa il 20% degli intervistati ritenga che il Movimento contenesse un moto di rivolta verso i valori tradizionali.

Quello della rivolta contro i «valori tradizionali» è un elemento cruciale all’interno del dibattito intorno al Movimento; da molte parti si sostiene che la attuale leadership, impegnata a promuovere la centralità di valori «cinesi», guardi con riluttanza ai fatti del 4 maggio proprio perché i valori da esso sostenuti farebbero riferimento all’Occidente. Credo sia una posizione almeno in parte discutibile: non si può ignorare che l’Occidente fu il responsabile di una grossa delusione, che molti tra gli intellettuali più consapevoli, come abbiamo visto, sperimentarono in maniera dolorosa e cocente. Se una serie di valori occidentali certamente non furono estranei alla formazione della coscienza politica dei giovani che scelsero di scendere in piazza un secolo fa per difendere l’onore della nazione, certamente la questione della permanenza di quei valori nel dibattito e nella azione politica successivi va affrontata senza preconcetti non solo da parte dei cinesi, ma anche dagli analisti e studiosi occidentali.

Pure se suona provocatoria, non può essere banalmente liquidata la posizione di Guo Ruoping, della Scuola di Scienze dell’Amministrazione del Partito della provincia del Fujian e della Scuola di Partito del Comitato provinciale della provincia del Fujian nonché storico del Pcc, che nel 2014, per i tipi della Casa Editrice per la Letteratura delle Scienze Sociali, pubblica a Pechino un testo destinato a suscitare una ampia eco: Modellare ed essere modellati. L’interpretazione del Movimento del 4 maggio e la costruzione di un modello di coscienza rivoluzionaria. Lo studioso, in un testo certamente discutibile, ma solido e bene documentato, sostiene a ragione che, alla fine della Lunga Marcia, il Pcc si trovasse in un momento di estrema difficoltà. Quando le truppe determinate ma male addestrate ed equipaggiate dalle quali sarebbe nato l’Esercito Popolare di Liberazione giunsero a Yan’an, nello Shaanxi, il partito si trovava nella necessità di elaborare anche dal punto di vista teorico una visione del marxismo «cinese» e la costruzione di una narrativa del 4 maggio che collegasse tale movimento con la formazione di una nuova coscienza rivoluzionaria fu uno dei risultati della elaborazione della nuova liturgia simbolica nata nel cosiddetto «periodo di Yan’an» (pp.111-112) e proseguita negli anni immediatamente successivi.

Quando Mao Zedong, nei primi giorni del 1939, per ricordare il Movimento del 4 maggio di 20 anni prima, pronunciò il suo famoso discorso sulla «Direzione [da intraprendere da parte] dei movimenti giovanili», mentre indicava chiaramente anche i limiti del movimento, sottolineò come esso avesse costituito una «rivoluzione» popolare e democratica attraverso la quale la Cina si era opposta all’imperialismo e al feudalesimo.

Nel discorso risulta evidente come il riferimento al «feudalesimo» sia una sorta di «clausola di stile» propria della retorica politica di allora: il «feudalesimo» non fa riferimento alla cultura tradizionale ma a una tradizione di sudditanza, lontana tanto quanto recente e tanto più insopportabile quando dovuta alla prevalenza degli stranieri. A ben vedere, quindi, lo «smarcamento» da eventuali valori occidentali non può essere considerata una novità della leadership di Xi Jinping.

D’altra parte, vale la pena di notare come sia di quello stesso maggio 1939 la decisione del Partito (formalmente della Lega Giovanile per la Salvezza della Nazione delle regioni del Nord Ovest) di fare del 4 maggio la Festa della Gioventù Cinese – meglio sarebbe dire della gioventù comunista cinese – e, a mio avviso, in questa decisione convergono tanto la determinazione ad «appropriarsi» in modo definitivo del Movimento quanto una sorta di «tolleranza» verso eventuali posizioni non perfettamente ortodosse.

Da questo punto di vista la leadership attuale fa dei passi ulteriori, ma questa volta sì in senso restrittivo. Nel materiale messo a disposizione sulla rete per tutti gli organismi che vogliano predisporsi a ricordare il Movimento del 4 maggio, si ricordano ai giovani 4 punti essenziali per conservare, mantenere e sviluppare lo spirito dei 4 maggio: essi dovranno essere fermi nelle aspirazioni ed elevati negli ideali, diligenti nello studio e riflessivi nel pensiero, dovranno non disgiungere la conoscenza dall’azione, ma, innanzitutto, dovranno amare il Partito e il paese, indicati in quest’ordine di importanza.

Di Stefania Stafutti*

*Professore ordinario Lingua e Letteratura cinese Università di Torino


[Pubblicato su il manifesto]