Come ben sappiamo, gli attivisti hanno la tendenza a far sentire sempre la propria voce, sia da vivi, sia da morti.

Lo dimostra anche il recente caso di due persone scomparse in Thailandia, collegate a un noto attivista, scomparso anch’esso e al momento mai ritrovato. Circa un mese fa due corpi sono affiorati sulle sponde thailandesi del Mekong, nella provincia di Nakhon Phanom.

I corpi erano stati ammanettati, sventrati, e riempiti di cemento prima di essere gettati nel fiume. Subito dopo il ritrovamento hanno cominciato a circolare voci che i corpi fossero quelli di due dei tre attivisti thailandesi scomparsi a Vientiane, la capitale del Laos, il 12 Dicembre 2018.

La scorsa settimana, analisi del DNA condotte dalla polizia thailandese hanno confermato i sospetti: erano effettivamente i corpi di Chatchan “Phoo Chana” Boonphawal e Kraidet “Kasalong” Luelert, due luogotenenti del noto attivista anti-monarchico Surachai Danwattananusorn, scomparso insieme a loro e non ancora rinvenuto. Chiunque li abbia uccisi sperava che il cemento li avrebbe fatti affondare, inghiottiti per sempre dalle acque del Mekong.

I tre uomini non sono i primi oppositori della monarchia thailandese e del governo militare salito al potere con un colpo di stato nel 2014 a scomparire in circostanze a dir poco sospette in Laos negli ultimi due anni. Nel giugno del 2016, Ittipon Sukpaen, un giovane deejay radiofonico salito alla ribalta grazie a una serie di video YouTube che criticavano aspramente la monarchia, si è dileguato nella periferia di Vientiane, lasciando dietro di sé solo il suo motorino, fermo in mezzo ad una strada.

Un anno dopo, Wuthipong Kachathamakul, conosciuto in Thailandia come Ko Tee, il presentatore di una show radiofonico online famoso per le sue dichiarazioni anti-monarchiche, è stato rapito nella sua casa a Vientiane da 10 uomini vestiti di nero che parlavano thailandese.

Entrambi gli scomparsi prima di fuggire erano stati accusati di lesa maestà; si tratta di un’accusa che in Thailandia comporta tra i 3 i 15 anni di detenzione e che protegge la famiglia reale da ogni tipo di critica. Entrambi si erano rifugiati in Laos subito dopo il colpo di stato militare del 2014, intimoriti dall’ondata di arresti innescata dal putsch militare.

Le somiglianze tra i loro profili e quelli degli attivisti scomparsi il 12 dicembre e riaffiorati nel Mekong sono impossibili da ignorare e fanno pensare a un legame tra questi eventi. Surachai, Chatchan, e Kriadet erano oppositori della monarchia e membri dei Siam Rossi, una fazione repubblicana della Camice Rosse, il movimento sociale che nel 2010 aveva occupato per tre mesi il centro di Bangkok ed era stato disperso da un attacco militare che si era lasciato alle spalle più di 90 morti.

Nel 2011 Surachai era stato accusato di lesa maestà e condannato a 12 anni e sei mesi, prima che gli fosse concessa la grazie nell’ottobre del 2013. Come gli altri due scomparsi, i tre repubblicani erano scappati in Laos poco dopo il colpo di stato del 2014 e, sin da allora, avevano messo in piedi show radiofonici online e canali YouTube critici dei militari thailandesi e del palazzo.

Tutti e cinque gli scomparsi erano veementi anti-monarchici, ricercati nel loro paese per reati di lesa maestà.

Tutti e cinque non avevano rinunciato al loro ruolo politico in esilio ma anzi attraverso i social media avevano ancora più amplificato la loro voce da fuori il paese. E a tutti e cinque erano stato rifiutato, nonostante le continue richieste, asilo politico in Europa, Giappone, e Australia.

Decine di altri attivisti thailandesi con lo stesso profilo rimangono in Laos e Cambogia, abbandonati da una comunità internazionale che si rifiuta di riconoscerli come persone a rischio perché già residenti fuori dal paese. Sebbene ufficialmente siano fuori dalla giurisdizione ufficiale delle forze di sicurezza thailandesi, negli scorsi mesi un dubbio li tiene svegli la notte: c’è per caso uno squadrone della morte thailandese che opera fuori dai confini nazionali?

Le autorità thailandesi, come per le due precedenti sparizioni, hanno negato ogni loro coinvolgimento. Eppure vari indizi suggeriscono che queste siano legate direttamente o indirettamente ad una collaborazione tra le forze armate thailandesi e laotiane.

Negli ultimi quattro anni il capo della giunta militare, il Generale Prayuth Chan-Ocha, ha chiesto incessantemente che il Laos deportasse gli attivisti thailandesi, in particolare quelli accusati di lesa maestà, ma non ha mai ottenuto la loro estradizione. Nell’ultimo anno, però, l’insistenza del primo ministro thailandese sembra aver cominciato a sortire qualche effetto.

Nell’aprile 2018, in una visita a Bangkok il generale Souvone Leuangbounmy, capo del personale delle forze militari laotiane, ha promesso che il suo esercito avrebbe tenuto d’occhio i dissidenti e aiutato il governo thailandese a rintracciarli e assicurarli alla giustizia. Surachai, Chatchan, e Kriadet sono scomparsi solo 3 giorni prima della visita ufficiale di Prayuth in Laos, visita in cui i due primi ministri hanno firmato accordi riguardanti logistica, educazione, risorse naturali e energetiche, necessari per sostenere la crescita dell’economia laotiana.

Tutte queste potrebbe essere solamente coincidenze, eppure per molti attivisti politici thailandesi in esilio non ci sono dubbi che la giunta militare sia coinvolta in qualche modo nella scomparsa dei loro compagni e che i rapimenti stiano diventando parte di una più larga strategia per mettere a tacere i dissidenti, dentro e fuori il paese.

Suda Rungkupan, una ex-professoressa di linguistica anche lei in esilio sin dal colpo di stato, ha dichiarato in una comunicazione privata che “queste esecuzioni sommarie stanno sostituendo l’utilizzo della lesa maestà nel nuovo regime monarchico. Quei casi hanno attratto troppa attenzione mediatica sul governo militare, sia internamente che a livello internazionale. Piuttosto che buttarci in prigione, per il governo militare ucciderci e farci scomparire è diventato un modo più efficiente per farci smettere di parlare di cambio di regime, repubblicanesimo, e libertà di parola.”

Il regime di Prayuth non è nuovo all’adozione di forme di repressione e controllo politico “creative,” volte a sopprimere le spinte democratiche senza attirare troppo l’attenzione dell’opinione pubblica nazionale e internazionale.

All’interno del paese, questo ha significato la diminuzione delle accuse di lesa maestà. Specialmente sin dalla ascesa al trono del nuovo re Vajiralongkorn nel 2017, i casi di lesa maestà sono diminuiti regolarmente fino ad azzerarsi nel 2018. Al loro posto accuse di crimini telematici e sedizione sono diventate gli strumenti preferiti da Prayuth per perseguitare ogni forma di dissenso, senza attirare lo scrutinio internazionale riservato ai casi di lesa maestà.

Fuori dai confini nazionali, le richieste di estradizione sembrano avere lasciato il posto a rapimenti, sparizioni, ed esecuzioni sommarie, molto più difficili da ricondurre al regime thailandese. Sebbene queste misure abbiano avuto conseguenze durissime sulle vite degli oppositori del governo, forse il più grande capolavoro di repressione creativa del Generale Prayuth è stata la nuova Costituzione, firmata dal Re il 17 aprile 2017.

Internazionalmente riconosciuta come un documento senza precedenti, la nuova carta costituzionale lascerà il paese, anche una volta che la Thailandia tornerà al voto il 24 marzo 2019, in mano ai militari, a prescindere dal risultato elettorale. Il nuovo parlamento, infatti, sarà composto da una camera eletta e da un senato selezionato interamente dai militari e dalla casa reale.

Se ciò non bastasse, se un partito non gradito ai militari riuscisse, contro ogni probabilità, ad ottenere una maggioranza parlamentare una commissione militare, l’assemblea nazionale della morale, potrà rigettare il loro candidato premier, nel caso ritenga questa persona “moralmente inadatta” a guidare il paese.

Tutte queste innovazioni rivelano la nuova faccia dell’autoritarismo nel 21esimo secolo, come sempre brutale e senza pietà noi confronti per dissenso ma travestito da democrazia e agghindato di procedure apparentemente elettorali, cosciente che al ballo di gala della comunità internazionale quello è il vestito richiesto ma che in fondo, a casa, ogni paese può mettersi comodo.

*Claudio Sopranzetti è un ricercatore di antropologia a Oxford. In Italia sta per pubblicare il Re di Bangkok (Add editore, 2019)

[Pubblicato su il manifesto]