Seconda puntata della collaborazione tra China Files e Istituto Affari Internazionali. “Dall’Atlantico al Pacifico”: ogni due mesi un mini dossier con due diverse analisi sugli ultimi sviluppi delle relazioni tra Stati Uniti, Cina e il resto dell’Asia – (1a uscita, febbraio 2021

Gli altri contenuti del dossier:  Introduzione (Lorenzo Mariani) – L’incerto futuro di Taiwan si decide tra geopolitica ed economia (Francesca Ghiretti) – Il riluttante Giappone fa due passi verso gli Stati Uniti (Lorenzo Lamperti)

L’amministrazione Biden è in procinto di concludere la revisione della politica statunitense nei confronti della Repubblica Popolare Democratica di Corea, a breve pubblicata. Il lancio di due missili balistici dello scorso 25 marzo è un chiaro avvertimento per il neo-presidente Biden e i suoi alleati, Corea del Sud e Giappone: la minaccia di riprendere l’escalation militare in caso Washington non interrompa la sua politica ostile nei confronti del regime.

I due predecessori alla Casa Bianca hanno tentato varie strategie per limitare la minaccia nordcoreana: dalla linea sanzionatoria e di chiusura diplomatica di Obama, a cui Biden lavorò da da vicepresidente, alla volubile strategia di Trump che ha alternato una politica aggressiva ad iniziative diplomatiche azzardate e poco fruttuose.

Biden e il suo staff si trovano a dover scegliere come impostare le future relazioni con la Corea del Nord. Durante il primo discorso al Congresso del 28 aprile, il Presidente Biden ha indicato il programma nucleare nordcoreano come una minaccia alla sicurezza globale. Dalle ultime dichiarazioni, Washington appare decisa a optare per una linea basata su una rigida deterrenza ed di esser pronta a rispondere di conseguenza ad un’eventuale aggressione da parte del regime. Il Presidente ha però ribadito la sua disponibilità ad aprire canali diplomatici con Pyongyang, a condizione che l’obiettivo finale resti la completa de-nuclearizzazione della nazione.

Tuttavia, rimane il rischio di riproporre scelte strategiche che in passato si sono rilevate poco efficaci. L’aumento delle sanzioni, in linea con la tradizione statunitense di “contenimento”, ad oggi non ha portato risultati tangibili e a Washington aumentano i critici di tale approccio. La recente carestia in Nord Corea e l’ulteriore isolamento della nazione in seguito alla pandemia da Covid-19, potrebbero aver reso il regime più vulnerabile e dunque più propenso a fare concessioni per ottenere un rilassamento delle restrizioni economiche che gravano sul paese. Si tratta però di speculazioni, simili a quelle su cui venne basata la fallimentare “pazienza strategica” dell’era Obama. Anche la strada diplomatica sembra difficile da intraprendere: Kim non sembra entusiasta dell’abbandono della politica dei summit da parte di Biden e ogni tentativo di riaprire i negoziati da parte di Washington è stato finora respinto.

L’opzione più efficace per l’amministrazione Biden sarebbe rinunciare alla completa de-nuclearizzazione della penisola coreana come pre-requisito per aprire negoziati con Kim, e puntare ad ottenere un accordo che fermi futuri sviluppi dell’arsenale nordcoreano. Il regime potrebbe essere incline ad accettare una proposta che gli permetta di mantenere una minima capacita di deterrenza, soprattutto se gli Stati Uniti concedessero la sospensione delle sanzioni.

Si tratterebbe di sviluppare un accordo che limiti gradualmente le capacità dell’arsenale nucleare senza mettere a repentaglio la sicurezza degli alleati Giappone e Corea del Sud, un miglioramento netto rispetto alla situazione di stallo attuale, e potrebbe porre le basi per la totale de-nuclearizzazione del paese in futuro. Tuttavia questa strategia comporterebbe il riconoscimento – anche in maniera informale – dello status di potenza nucleare alla Corea del Nord, un’opzione fortemente osteggiata a Washington.

La normalizzazione delle relazioni tra USA e Corea del Nord comporterebbe uno sforzo globale che travalica ampiamente i rapporti bilaterali tra i due paesi, come sottolineato dallo stesso Biden nel discorso al Congresso.

Gli Stati Uniti necessitano del supporto di Corea del Sud e Giappone, alleati chiave con cui coordinarsi. Tuttavia, le divergenze tra questi due paesi sulla gestione della minaccia nordcoreana complicano la scelta di Washington. Da una parte, Moon Jae-in, Presidente della Corea del Sud, vorrebbe la normalizzazione dei rapporti tra Washington e Pyongyang, con un graduale de-nuclearizzazione della penisola e il supporto statunitense nelle attività di peace-building. Dall’altra, Tokyo preme affinché l’amministrazione Biden opti per la Completa, verificabile e irreversibile de-nuclearizzazione (CVID) della Corea del Nord, approccio più drastico e in linea con le recenti strategie statunitensi. Dal discorso del 28 aprile, il Presidente statunitense sembra essere più in linea con i desideri di Moon.

Qualunque siano i piani di Washington in Asia, Biden dovrà tenere in considerazione la Cina, principale attore regionale. In quanto alleata di Kim e suo principale partner commerciale, la Cina ha di fatto la maggiore influenza sulla politica del paese. Da sempre opposta alla presenze del nucleare in Corea, se non nella misura in cui esso esercita pressione sugli USA, la Cina ha come interesse principale la stabilità dell’area. La de-nuclearizzazione della penisola potrebbe costituire una rara opportunità di collaborazione tra le due potenze mondiali, ma con il declino delle relazioni US-Cina questa opzione sembra sempre meno possibile.

La normalizzazione dei rapporti Washington-Pyongyang e la gestione del potenziale nucleare della Corea del Nord saranno tra le maggiori sfide che attendono l’amministrazione Biden. Nessuno dei governi precedenti è riuscito ad ottenere più di una temporanea “tregua” con la famiglia Kim, che ha concesso agli USA solo una sospensione dei test nucleari. In questo scenario, a Joe Biden si presenta una nuova occasione per portare stabilità nella penisola coreana. Per sfruttarla al meglio, dovrà evitare di cadere nelle provocazioni di Kim e premere invece per ottenere un dialogo grazie al supporto di tradizionali alleati ed eventualmente della Cina.

Di Paola Morselli