Una partita pericolosa si sta giocando nelle acque del Pacifico. Da una parte, a tenere banco, ci sono gli Stati uniti, ancora forti del proprio primato economico e militare.

Dall’altra, c’è la seconda potenza economica mondiale nonché la più concreta rivale «sistemica» che Washington abbia mai incontrato dai tempi della Guerra Fredda, la Cina. Tutt’intorno un folto numero di attori regionali militanti nelle categorie delle grandi e medie potenze.

La posta in gioco è il predominio dell’area indo-pacifica, un tassello fondamentale nello scacchiere geopolitico che dalla fine della seconda guerra mondiale orbita nella sfera di influenza statunitense.

Una condizione che però negli ultimi decenni è stata messa in discussione proprio dalla crescente presenza della Repubblica Popolare Cinese (Rpc), una minaccia a cui gli Usa hanno deciso di rispondere adottando una strategia che ricorda quella utilizzata nei confronti dell’Unione sovietica, la politica del containment. Nei piani di Washington c’è infatti la volontà di coniugare l’accerchiamento militare con l’isolamento economico. In altre parole, l’obiettivo del Pentagono è quello di arrestare l’avanzata della Cina inchiodando Pechino sulle sponde del Mar cinese orientale e meridionale.

Una strategia che fino ad ora è stata messa in atto, grazie alla massiccia presenza militare che può contare, oltre che sulla III e VII flotta, anche su 250 basi d’appoggio sparse su tutta l’area dell’Oceano Pacifico. Una supremazia incontrovertibile – almeno nel breve periodo – il cui vero limite è dettato dagli esorbitanti costi di gestione.

L’apparato militare americano oltre oceano brucia infatti ogni anno miliardi di dollari. Sebbene la propaganda di Donald Trump sia costellata di dichiarazioni a favore di un progressivo disimpegno in determinati teatri – in chiave America first – le spese militari statunitensi sono aumentate. Condizione che inevitabilmente potrebbe avere serie ripercussioni sulla popolarità stessa del presidente. Tutto questo accade perché, per trovare le dovute coperture finanziarie, il governo ha in programma, per il prossimo anno, un drastico taglio sui fondi destinati a quei Dipartimenti che svolgono attività non inerenti alla difesa.

Dipartimenti come quello dell’agricoltura, dei trasporti, dell’educazione, della salute e della protezione ambientale subiranno tagli tra il 12 e il 30%.

Una situazione difficilmente sostenibile nel lungo periodo. La più grande potenza economica-militare si trova quindi nella scomoda situazione di dover chiedere a propri alleati un maggiore impegno nelle questioni relative alla sicurezza internazionale. Nell’area del Pacifico questo sforzo è stato più volte richiesto sia al Giappone sia alla Corea del Sud che, non a caso, ospitano rispettivamente 122 e 83 basi Usa. Pensare però che i due alleati degli americani facciano la propria parte nell’azione di contenimento cinese è assai arduo.

Il Giappone, benché abbia sviluppato un notevole apparato bellico – tanto da essere diventato la settimana potenza militare nel mondo – e nonostante la storica inimicizia con Pechino, è ancora fortemente limitato dai vincoli «pacifisti» sanciti dalla sua costituzione.

La Corea del Sud, sebbene abbia elargito lo scorso febbraio un importante contributo economico per il mantenimento delle basi americane (927 milioni di dollari), rimane cauta a non inimicarsi troppo la Cina e la sua opinione pubblica, che già in occasione dell’installazione del sistema antimissilistico Thaad nel 2017, aveva protestato contro la presenza americana sul territorio.

Tra Cina e Corea del Sud c’è un giro d’affari colossale. Secondo l’Osservatorio di complessità economica (Oec), nel 2018 Il valore delle merci esportate da Seul a Pechino è stato di 149 miliardi di dollari, mentre quello con Washington si è fermato a quota 69 miliardi.

Una differenza che mostra la forza dell’economia cinese. D’altronde pecunia non olet. Concetto valido non solo per la Corea del Sud ma anche per tutti gli altri alleati degli Stati Uniti i cui scambi con la Cina non si sono mai interrotti, anzi. La Nuova via della Seta (One Belt One Road) mostra chiaramente come le mire espansionistiche cinesi siano state accolte di buon grado da molte potenze, europee e non.

C’è quindi da chiedersi quali saranno i risvolti della politica del containment e soprattutto chi sarà disposto a sacrificare una parte del proprio benessere per continuare a mantenere il primato americano.

Di Alessandro Gorini

[Pubblicato su il manifesto]