Nel 2006 un gruppo di scienziati statunitensi pubblicò sul New England Journal of Medicine un importante studio sul legame intercorrente tra livelli bassi di PCSK9 (proproteina della convertasi subtilisina/Kexin tipo 9) e tassi minori di malattie coronariche. Proseguire la ricerca implicava l’identificazione di soggetti  con una rara mutazione genetica, comportante appunto livelli particolarmente bassi di PCSK9. Ne furono trovati soltanto due, di cui una giovane donna del Sud Africa. Le ricerche portarono allo sviluppo dell’Alirocumab (o Praluent), un anticorpo monoclonale umano inibitore della PCSK9, primo farmaco biotecnologico per il trattamento di seconda linea dell’ipercolesterolemia nell’adulto ad essere approvato dalla FDA (Food and Drug Administration), l’ente governativo statunitense che si occupa della regolamentazione dei prodotti alimentari e farmaceutici.

Che uno dei soggetti chiave per il conseguimento del traguardo scientifico sia stato individuato in Africa non è casuale. Vi è infatti una maggiore diversità genomica nel continente rispetto a qualsiasi altro luogo del mondo. Circa il 99% della storia evolutiva degli esseri umani è avvenuta in Africa. È lì che, duecento mila anni fa, sono comparsi gli esseri umani moderni. Mentre gruppi di nostri antenati sono migrati verso altri territori, portando con sé solo una piccola parte del vasto patrimonio genetico del continente, l’Africa è rimasta la culla di genomi  che, non ancora studiati, potrebbero rivelarsi di fondamentale importanza per lo sviluppo di trattamenti e farmaci per curare cancro, malattie cardiovascolari e malattie neurodegenerative.

Nel 2003 fu completata la mappatura del genoma umano, un’impresa giunta al termine dopo tredici anni di ricerche e in continuo ampliamento. Tuttavia, il lavoro risulta essere ancora gravemente incompleto: i genomi di persone di discendenza africana sono solo il 2%, ad essere studiati sono in gran parte gli europei. Nel 2010 la rivista Nature Genetics commentò la supremazia dei genomi europei sostenendo che fosse “il più grande limite alla genetica nella medicina di precisione”. La startup nigeriana 54gene (in riferimento ai 54 paesi che compongono il continente africano), definita “la prima biobanca panafricana del mondo”, con il sostegno di acceleratori e società di venture capital della Silicon Valley come Y Combinator e Fifty Years mira a colmare questa lacuna, raccogliendo materiale genetico locale per lo sviluppo di soluzioni sanitarie. Sulla stessa scia, scienziati, aziende biotech e case farmaceutiche guardano tutte famelicamente al continente africano, in quella che si preannuncia essere una sfrenata competizione, a cui – come prevedibile – si sovrappone anche il confronto fra  Cina e Stati Uniti.

Era il gennaio 2015 quando l’ex presidente degli Stati Uniti Barack Obama lanciò pubblicamente una nuova iniziativa di ricerca per la “medicina di precisione”, finanziata con 215 milioni dollari. Nel 2016 il governo cinese, come parte del tredicesimo piano quinquennale, rilanciò con la China Precision Medicine Initiative, un progetto a lungo termine della durata di 15 anni finanziato con un investimento di 9 miliardi di dollari.

Primatisti per lungo tempo nell’ambito della ricerca medica e casa di colossi e promettenti startup dei settori Biotech e Pharma, gli USA hanno trovato negli accademici, nei ricercatori e negli startuppers cinesi determinati e validi rivali, intenzionati a far convergere assistenza sanitaria e tecnologie innovative. Una realtà non sorprendente considerato il Made in China 2025, il programma varato nel 2015 che si prefigge l’obiettivo di trasformare la Cina in un’autosufficiente potenza high-tech secondo i parametri dell’ industria 4.0, il quale tra i settori target include supercomputer, intelligenza artificiale, robotica, nuovi materiali e scienze della vita. Ne sono il risultato società come iCarboX, azienda di Shenzhen che usa AI e data mining per formulare trattamenti personalizzati sulla base di un vasto dataset di genetica, ambiente e comportamento di milioni di pazienti, o come il colosso shanghaiese WuXi NextCODE Genomics, una delle più grandi piattaforme al mondo di dati genomici che utilizza il machine-learning per diagnosticare malattie rare e cancro e per designare terapie personalizzate.

A fare la differenza, però, sarà l’accesso ai dati africani. Lo scorso febbraio un funzionario statunitense ha dichiarato al Financial Times che l’amministrazione Trump è intenzionata a bloccare il progetto cinese per la costruzione della nuova sede HQ dei Centri africani per il controllo e la prevenzione delle malattie ad Addis Abeba, accusando Pechino di voler rubare “l’enorme quantità di dati genomici africani” tramite un “programma di spionaggio scientifico”. Un’accusa che il portavoce del Ministero degli Affari Esteri cinese ha definito semplicemente “ridicola”, senza pronunciarsi oltre, e che inasprisce sempre di più l’aria da Guerra Fredda che tira tra Washington e Pechino.